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Elena, Ecuba e le altre

Le figure, che Maria Lenti richiama ad interpretare, anzi a raccontare i loro avvenimenti e il “verso” dei loro miti, sono Elena, Ecuba, Giocasta, Alcesti, Andromaca, per fermarci alle prime lettere dell'alfabeto.

Sono scolpite nella mente di chi ha studiato ai licei o si è voluto esercitare nello studio di quei miti che sono punti di riferimento dell'amore legato al sacrificio, della dedizione nella quale non viene esaltata la sua continuità e costanza, ma soprattutto l'attimo, l'assolutezza del sacrificio.

Sono i miti che vorrebbero reggere e dirigere la Storia ma, come dice il primo manifesto della Rivolta femminile del 1970 “Abbiamo guardato per 4000 anni; ora abbiamo visto”.

La scrittrice e poeta a sua volta rivolta il “verso”: dalla donna all'uomo, ai suoi figli, all'amore condiviso, non più contro di lei, ma “a” tutti.

Efficace nei messaggi che trasmette al lettore, studiata appoggiando parola su parola, Lei (eroina del mito - Maria Lenti nei versi) svolta rapidamente invece quando ha descritto la situazione, offrendo un altro punto di vista, alle volte deridendo l'uomo che non ha agito, mostrandogli quanto più vasto avrebbe potuto essere il suo orizzonte.

Molto bello nelle immagini che raffigura, il libro vive della luce del camminare “affianco”, delle donne rappresentate nell' “io” e nel “noi”, dolce quanto esaustivo nei sentimenti che rappresenta e nelle riflessioni che suscita.

Si diceva in latino aurea brevitas, ma non alla brevitas quanto a meditato, limato, profondo eloquio come l'invocazione di eternità di Elena a Paride, ci troviamo di fronte e a lato.

A lato perché lo scrivere di donna di Maria Lenti è correttivo di quello che ci è stato sempre dato, affianca senza sopraffare quello storico maschile che, unico, ci è stato imposto.

L'uomo vive, nei miti e nelle rime di Maria, spesso l'abilità di un attimo dopo il quale oscura il proscenio, e pretenderebbe di portare con sé nell'oscurità tutti.

La poetessa ci mostra invece, con la rapidità fuggiasca adolescenziale che le ho letto nei racconti raccolti in Giardini d'aria (si va dal 1949 al 2010) un quadro squadernato, che vorrei chiamare così, senza alcuna irriverenza nei confronti del lavoro svolto: “Un'altra volta proviamo a fare così, signor Grandone? Ne gioveremmo in tanti”.

Recensione
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