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Pasquale Martiniello. Atto secondo

Quando un poeta lascia la scena del mondo, le muse, in gramaglie, ne piangono la dipartita, afflitte dal silenzio della sua voce inquietudine esistenziale e pessimismo cagionato dalla visione di un vissuto alla deriva. Da ricostruire con un processo rigenerativo ab imis dell’uomo e con il supporto della cultura, commistione di sapienti, riuniti in filosofico consesso, e di poeti: non si astengono dal partecipare al dibattito sul tralignare dell’umanità con l’unica arma di cui dispongono: la poesia. Poesia urlo, grido, schiaffo, frustra, contestazione desublimata da alchimie cervellotiche, recupero memoriale, suggestione evocativa, per essere allocuzione su un socio-politico snaturato dal dilagare di soprusi, antagonismi, contese per la presa e la conservazione del potere. Un potere, a riecheggiare Giulio Andreotti, che logora chi non ce lha : con un coacervo di obbrobri azzera la dignità dell’individuo.

Il lutto per la voce del poeta che si spegne non addolora solo universo letterario e dee tutelari della comunicazione in versi, ma anche e soprattutto estimatori e amici, a lui legati da identità di vedute, affinità elettive, senso di spaesamento trasmesso dal contesto, per antonomasia, l’attuale, governato da cainismo e belluinità allucinanti.

Amici! Termine inflazionato da parvenu, voltagabbana e camaleonti di basso profilo: oltraggiano gli amici veri, sostegno morale del poeta: lo sensibilizzano a non lasciarsi travolgere dagli sparvieri del Male, da snervare con la mordacità del verso vibrante, urticante, scevro di condizionamenti e convenzionalità.

È risaputo, da tempo remoto, amici e estimatori svolgono un ruolo di vicinanza con il poeta, a partire dal Boccaccio.

Non coevo di Dante, ma sostenitore e ammiratore, scrive quel Trattatello in laude che, lungi dall’essere mera biografia, è testimonianza della stima del Certaldese che, secondo il Parodi, quel grande morto venera quasi come un dio.

Senza essere Boccaccio, ma con lui in sintonia, Antonio Crecchia, amico di Pasquale Martiniello, poeta, docente, preside, sindaco, organizzatore del Premio Nazionale di Poesia Aeclanum, ne segue il cursus honorum con passione e professionalità, senza mai scadere nel panegirico encomiastico e adulatorio.

Ne è prova il saggio Pasquale Martiniello Atto Secondo, in cui il recensore si assume l’ufficio, indubbiamente gravoso, di commemorare, con una circostanziata esegesi, la figura dell’uomo e dell’artista, che navigò nel mare / Ambiguo della realtà sociale / E vi scoprì la polla dogni male.

È l’esordio della monografia del Crecchia, monitoraggio sui tempi-ladri che viviamo, ricettivi di corruzione e di degrado, annidati in tanti mestieranti della politica, cialtroni e demagoghi, gestori di una giustizia sociale che si prostituisce al potere. Contro costoro tuona la poesia di Martiniello, da cui il nostro Antonio ha estrapolato versi che emblematizzano la laidezza di tanti manipolatori delle masse, gregge da circuire con parole di miele, per deprivarle del loro bene sublime: la libertà di pensiero e l’autonomia della coscienza. Ladroni della legalità sono ideologi dello sfruttamento dello Stato, miniera da svuotare con artigli lunghi e ali vaste, indispensabili per scassinare forzieri, depredare tesori, stracciare finanche vangeli e bibbie e catechismi.

Posizionati in cima alla scala degli intrallazzi e dei favoritismi, alla vista acuta di Martiniello, rimarca il Crecchia, si configurano eteronimi di zeccheincarnite nella pelle, iene e cavallette, faine e formichieri, ragni e zanzare, nutrita fauna, che si addice alla nobile canaglia parassitaria: inquina la politica, calpestando i valori assoluti, non perequabili alla fallacia del potere, in quanto gioielli dello spirito: non si comprano né si barattano con l’occupazione di uno scranno a Montecitorio.

I mala tempora quae currunt, precisa il Crecchia, attizzano lo sdegno e il livore di Martiniello, formatosi alla scuola dei classici e degli archiviati probi viri dell’età romana; uomini integri, retti, onesti, giusti, perfetti, plasmati a immagine degli dei. Uomini atti a riesumare e a far proprio il ciceroniano esse, non videri boni.

Pia illusione! in un secolo che dal precedente ha ereditato affarismo politico, illiceità, clientelismo, proiezioni di una corruzione che inabissa lo Stato in una sentina di nequizie.

Denuncia amara, veemente, senza remore, esternata con uno sperimentalismo personale, consistente nell’eliminazione dei segni di punteggiatura e collocando articoli, congiunzioni, avverbi, preposizioni alla fine del verso, secondo l’uso dell’enjambement, che trasporta il lettore immediatamente sul verso seguente.

Uno sperimentalismo che accoglie termini di conio dialettale: a nostro avviso, non determinano disturbo fonico - visivo per l’incisività del dialetto, che dà maggiore pregnanza e significazione al dettato poetico.

Che dire, a lettura ultimata di Pasquale Martiniello Atto Secondo? Che la disamina, condotta da Antonio Crecchia con profondità di sentire, abbraccia l’arco temporale di un’intera esistenza e si interrompe quando, tutto compiuto, la nera signora, armata di falce e di randello, ghermisce il poeta sul sentiero del suo cronologico viale del tramonto. Sono quelle dell’ultimo spicchio di vita, pagine che solo Antonio, l’amico di sempre, poteva scandire con una tenerezza, fusione di fraternità e di cultura. Irrevocato il passato affiora dal lontano, i flashback rinverginano ricordi, presentificano momenti, occasioni inobliabili, malgrado il muro d’ombra che separa il terreno dall’ultraterreno. Un rapporto amicale con genesi quegli amici che rapian… una favilla al Sole / a illuminar la sotterranea notte. È quanto nel saggio in discorso fa Antonio Crecchia: prosegue il dialogo accendendo la fiamma della continuità tra transeunte e trascendente. Perpetuandone la memoria di Martiniello, illumina la notte, facendogli sentire ancora vivo il palpito della stima e dell’amicizia.

Recensione
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