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Alghe e fanghiglia

Di origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo, dove compie studi classici. Attratta sin da giovane dal mondo dell’arte, i suoi primi disegni, collage e poesie risalgono all’adolescenza passata in Francia. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali e si è dedicata alla scrittura. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, fotografia, una raccolta di racconti e un romanzo.

Alghe e fanghiglia presenta una presentazione di Plinio Perilli acuta e ricca di acribia che può essere considerata un saggio preciso e ben centrato.

Il volume composito e ben strutturato architettonicamente è scandito nelle seguenti sezioni: L’affiorare, L’infanzia, La nuova vita, L’ego e Le somme.

Scrittura del tutto antilirica e antielegiaca quella di Edith che ha come cifra distintiva la sospensione nella quale s’innesta la visionarietà commista al dono del turbamento che attraverso la parola assertiva raffinata e ben cesellata viene superato attraverso parole precise che creano il poiein scaltrito e intelligente che produce una magistrale magia.

L’io-poetante è sempre molto autocentrato e sembra fluttuare in atmosfere di onirismo purgatoriale e di reverie nelle quali si ritrova il senso dell’ordine del discorso sempre teso verso un’armonia irraggiungibile, verso un limite che rasenta l’infinito che resta imprendibile.

Poetica intellettualistica quella messa in scena con efficacia che sottende una forte ricerca del senso della vita che sgorga dal quotidiano come dato di partenza e sembra di vederla la poetessa nella sua casa come spazio salvifico tra TV e internet nel suo interrogarsi sul senso della vita.

E si percepisce fortemente il senso del tempo che non vuole essere quello degli orologi che va stretto, ma quello dell’attimo heideggeriano dove ci si ferma per trovare la salvezza nel nostro essere sotto specie umana.

Anarchica fino a sfiorare l’alogico la vena poetica di questa autrice e pare che per il tipo di approccio alla parola ogni sezione del testo possa essere considerata come un poemetto autonomo.

Tutto parte da una percezione sensoriale della realtà se niente è nell’intelletto che prima passi attraverso i sensi e viene detta la parola stessa ipostatizzata nel suo riflettere e ripiegarsi su sé stessa.

Un’aurea surreale pervade questa scrittura che sottende un’ansia dell’io-poetante che dopo avere raggiunto il fondo della realtà su di esso si specchia per poi riaffiorare nell’universo della coscienza lucidissima nel suo percepire dopo il viaggio nell’inconscio controllato.

Tuttavia nella sezione L’infanzia ritroviamo un andamento narrativo e più discorsivo e il comune denominatore tra le parti è quello dell’eleganza formale e stilistica che si coniuga a densità metaforica, sinestesica e semantica nel determinarsi di sezione in sezione sempre di un incontrovertibile fascino della parola detta sempre con urgenza che diviene valore fondante.

Un esercizio di conoscenza tout-court attraverso un’intelligenza che produce metafore vincenti quando le lenti colorate per lo sguardo trasfigurano, deformano e plasmano la realtà.

Recensione
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