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Diario di un addio

Di origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo, dove compie studi classici. Attratta sin da giovane dal mondo dell’arte, i suoi primi disegni, collage e poesie risalgono all’adolescenza passata in Francia. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali e si è dedicata alla scrittura. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, fotografia, una raccolta di racconti e un romanzo.

Diario di un addio, il libro dell’autrice che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’introduzione di Vittorio Sermonti esauriente e ricca di acribia.

Il volume è molto corposo ed è suddiviso in tre sezioni e, per la sua unitarietà stilistica e contenutistica, potrebbe essere considerato un poemetto.

Cifra distintiva del testo è quella che si può definire una poetica dell’assenza e, come dal titolo, si tratta di un diario generato dall’occasione del lancinante dolore della poetessa procuratole dalla morte dopo una lunga malattia dell’amatissimo consorte Michele.

Il marito della poetessa è stato un “giornalista culturale”, uomo di straordinaria eleganza intellettuale, di saperi raffinati… che ha scritto per “L’Europeo” e altri settimanali notevolissimi articoli.

Da notare che tutte le poesie, tranne la prima che viene prima dei capitoli e che ha un carattere programmatico sono fornite di titolo.

Inoltre i componimenti si presentano con i versi centrati sulla pagina caratteristica anche di altri libri di Edith ed elemento che produce un ritmo che genera un’armonica musicalità.

Proprio nella prima composizione, divisa in sei sestine libere, la poeta dichiara, rivolgendosi all’amato, che per parlare di lui ha tradito per la prima volta la sua madrelingua (il francese), usando la lingua del suo stesso compagno, l’italiano.

Struggenti gli ultimi versi di questa poesia nei quali è detto che l’io – poetante ha gridato e odiato la morte che le ha tolto la figura amata.

Il dettato delle composizioni è connotato da leggerezza e icasticità insieme, e si rivela strutturalmente in tessuti linguistici chiari e luminosi caratterizzati tutti da un andamento narrativo.

Bella la composizione Attesa nella quale alla linearità dell’incanto delle prime strofe, nelle quali è descritta la magia di essere sotto gli alberi del parco addormentato tra voli e liquidi richiami di volatili e gatti e lo splendore della luce, segue la parte finale nella quale si parla della diagnosi della malattia del marito.

Bisogna evidenziare che molte delle poesie sono cariche di pietas per l’uomo malato e per le cure dolorose alle quali viene sottoposto.

Bellissima la chiusa di Indicibile: - “…/ Invece mi sorridi / come a consolarci della nostra impotenza / come credo per dirmi / sono segreti nostri che partendo ti lascio /” -.

Nei suddetti versi struggenti dal pathos emerge una ventata di ottimismo quasi come se Edith, custodendo dei segreti conosciuti solo da lei e dal marito, attraverso lo scatto e lo scarto memoriale, lo facesse tornare in vita almeno nell’immaginazione della scrittura.

Così Michele non è solo un’assenza ma diviene una presenza tramite parole sublimi dette con urgenza.

Recensione
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