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In Viaggio Poesie di vita e di dolore

È raro incontrare nel panorama italiano della poesia contemporanea un volume che sia costituito da due raccolte di versi di due autori differenti come nel caso di quello che prendiamo in considerazione in questa sede, intitolato In Viaggio nel quale il viaggio stesso, detto con urgenza, sembra essere junghianamente la metafora dei percorsi della vita stessa, di quello che Cesare Pavese chiamava il mestiere di vivere e che accomuna tutte le persone che sono sotto specie umana in qualsiasi contesto politico sociale, nazione o credenza religiosa, ammesso che non siano atee o agnostiche.

E il discorso generale nello specifico caso diviene intrigante per l’inevitabile interazione delle poesie dei due autori nelle loro affinità e diversità e per la bella immagine di copertina dell’Artista Alice Pinto e dei suoi disegni interni dalle tinte delicate e molto suggestivi, elementi che fanno in modo che il libro in toto possa essere considerato un ipertesto, in un efficace intersecarsi di linee di codice che ne rendono piacevole e affascinante la fruizione da parte del lettore.

In Viaggio, sottotitolato Poesie di vita e di dolore, presenta una prefazione di Eugenio Maria Gallo, sensibile, centrata e ricca di acribia, espressione di una scrittura insolitamente doppia perché ha per argomento l’interpretazione non di un solo libro di poesia, ma di due raccolte trattate separatamente tra loro.

I due volumi per la loro unitarietà contenutistica, stilistica e formale potrebbero essere considerati dei poemetti anche per il fatto che i rispettivi testi che li costituiscono non sono scanditi in sezioni.

Anche se viene nominato il dolore non si tratta di due poeti che esprimono il pessimismo cosmico nei loro versi, come avviene in tanti casi nella storia universale della poesia.

Infatti, sia Donadio che Montalto, nel dominare le proprie emozioni, non si gemono mai addosso, anzi, pur essendo consci che la condizione umana è ipostaticamente dolorosa, si aprono alla speranza, consapevoli che comunque esiste la felicità e che per loro può essere raggiunta proprio attraverso il varco salvifico che offre la poesia stessa.

Non a caso il libro include la silloge di Donadio Poesie dal Calvario, Atto primo…e ultimo (2020), preceduta da un’introduzione dell’autore stesso, e Via del Sole, Poesie dell’Arco di Montalto.

Nella suddetta introduzione Stanislao spiega che il Calvario al quale si riferisce diviene il simbolo dell’Era Covid che tutta l’umanità sta vivendo come fase unica della storia nella sua tragicità anche se nel passato ci sono già state le pandemie della peste e della spagnola.

Tuttavia dalle sue parole comprendiamo che Donadio è un uomo di fede cristiana e pensa che ci sarà un Dopo Covid e che dal Calvario si passerà alla Resurrezione, metafore religiose che suggellano la sua fede.

L’uso della definizione Atto primo…e ultimo (2020) ci fa intendere la consapevolezza dell’autore del volere imprimere un andamento teatrale alla sua silloge poetica.

Come scrive Gallo nell’introduzione la sua poesia è poesia del tempo, come traspare dai suoi versi, anzi è poesia dell’inquietudine del tempo, inquietudine vissuta nel profondo, in cui si addensano le ansie dell’uomo del nostro tempo che, afflitto dalle tempeste quotidiane, ambisce alla serenità e alla speranza di armonia, un’armonia perduta che il poeta ritrova nell’arte.

Una vena riflessiva, antilirica e anti elegiaca, domina nelle poesie del primo poeta e non manca una valenza religiosa quando viene nominato Dio, più nell’immanenza che nella sua trascendenza e vengono citate in un componimento anche figure veterotestamentarie come Davide e Golia.

Cifra essenziale della poesia del Nostro pare essere quella di un’intrinseca chiarezza connaturata ad una forte narratività anche se si rivela nella scrittura uno scarto notevole dalla lingua standard.

Da notare che ogni singolo verso delle composizioni di Donadio inizia con la lettera maiuscola e questo rende i testi più compatti e rarefatti.

Una vena fortemente narrativa alimenta le Poesie del Sole, Poesie dell’Arco di Montalto che sembrano pervase da un minimalismo della quotidianità e che hanno anche una valenza sociale quando vengono nominati i poveri del Sud.

Una poetica sempre in bilico tra gioia e dolore quella del Nostro.

I componimenti sono preceduti da un frammento intitolato In memoria di Luis Sepùlveda (1949-2020), importante scrittore cileno morto di coronavirus.

Il poeta evangelicamente si chiede se sia giusto dividere in povertà con il prossimo il poco che si ha e afferma che l’opulenza di pochi schiaccia gli stessi poveri del Sud e s’interroga sul tema sempre attuale dell’accoglienza dei profughi fuggiti dalle nazioni in guerra come la Siria.

Il lettore sente che il poeta cerca una sintonia con la natura e con sé stesso e che, anche se è difficile raggiungere tale obiettivo, tuttavia è una cosa possibile quando afferma in Il mio occhio riposato di essere tenue colore di primavera, delicata piuma di colomba o alba che incontra il mattino.

E quanto suddetto si evince anche nei versi di Giorni di festa nell’ultima terzina libera: Pace ricercata, alchimia di ogni corpo indebolito /: rimettere a posto i pezzi dell’infanzia rovinata, / il sole nella mente diroccata, secondo la tensione di assemblare i pezzi di sé stesso che non può prescindere da un virtuale ritorno agli anni verdi che si vivono in una dimensione di magica e gioiosa empatia con tutta la realtà in tutti i suoi aspetti e a questo proposito viene in mente La poetica del fanciullino, di Giovanni Pascoli.

In Equo bene con lucidità l’autore nell’affrontare il tema dell’angustia lo mette in relazione con le tematiche del dualismo bene – male.

In questa composizione nell’incipit vengono messi in scena i cambiamenti epocali e molto bello, a questo proposito, è l’incipit: Arde un lume di candela / nell’era del web tecnologico e qui il poeta si riferisce al passato nel quale la dimensione e la qualità della vita erano diversissime da quelle dell’era postmoderna per la mancanza appunto degli strumenti tecnologici che sono fondanti nella nostra società.

Dante ha scritto la Divina Commedia proprio a lume di candela.

Recensione
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