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Incontri e scontri

Di origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo, dove compie studi classici.

Attratta sin da giovane dal mondo dell’arte, i suoi primi disegni, collage e poesie risalgono all’adolescenza passata in Francia. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali e si è dedicata alla scrittura.

Incontri e scontri è una raccolta di poesie che presenta una postfazione ricca di acribia a cura di Antòn Pasterius. Il libro è costituito da componimenti tutti senza titolo e suddivisi in strofe, in netta prevalenza formate da quattro versi.

Il testo non è scandito in sezioni e, per la sua compattezza semantica e per la sua unitarietà, potrebbe essere considerato un poemetto. Alta la poesia iniziale, connotata da un alone di magia e sospensione, nella quale l’io – poetante si rivolge ad alcuni vaghi interlocutori dei quali ogni riferimento resta taciuto.

Nella suddetta composizione è espresso lo stupore di ritrovarsi con le misteriose figure di fronte all’Evidenza, entità astratta, detta con l’iniziale maiuscola, per cui le si potrebbe attribuire una valenza mistica, religiosa.

Viene nominato nel componimento un posto dai toni surreali nel suo incanto e, nell’ultima strofa, la poetessa rivela di non trovarsi male in tale luogo imperscrutabile, anche se, a lungo andare, non sa se potrà sopportarlo.

Cifra essenziale della poetica di Edith è quella di una forte carica intellettualistica, di un traslato mentale che si coniuga a visionarietà.  Le composizioni sono del tutto antiliriche e antielegiache e raffigurano situazioni relative ad una quotidianità che diviene epica. Il tono e la cadenza sono affabulanti e la forma tende ad una costante verticalità.

Riscontriamo sospensione e magia nel dettato dell' autrice che, nel contesto tutto interiorizzato, non tralascia di produrre immagini naturalistiche del tutto rarefatte.

Per l’acuta artista tutto può divenire occasione di poesia, anche situazioni minimalistiche, come quella del disagio provato dopo uno starnuto in un tram preso frettolosamente.

Nell’avvincente poiein di Edith emerge una notevolissima densità metaforica e sinestesica, senza nessuno sforzo apparente, e centrale è il tema del tempo. Non c’è vuota nostalgia nelle riproduzioni di attimi del passato ma in un modo originale e, tra le righe, si attua lo scatto memoriale.

In talune poesie si avverte la presenza di un voi al quale l’io – poetante si rivolge in maniera ironica e apparentemente casuale, dimessa e sentita nello stesso tempo.

In una delle composizioni più riuscite Edith si scusa con alcune persone indefinite, alle quali si rivolge nel dialogo, in modo sottile e ammiccante.  Ella afferma che non per fare la furba o l’antipatica, incrociandoli non li ha salutati.

Qui, in un gioco dove dominano luci e ombre, che si potrebbero definire kafkiane, l’autrice dichiara di essere venuta a conoscenza da terzi che quelle figure imprecisate si sono lamentate per il mancato saluto.

L'artista si scusa affermando che, nel giorno del fatidico incontro, aveva dimenticato di mettersi le lenti a contatto.

Non manca la tematica erotico–amorosa in queste composizioni, trattata con leggerezza e profondità.

Un fare poesia dal quale emerge un’inquietudine di fondo molto avvertita nel suo relazionarsi con una realtà altra da se stessa, fatta innanzitutto da persone e poi da elementi paesaggistici e oggetti.

Neoromantica potrebbe definirsi la vena dell’autrice, e dai versi trapela una connotazione fortemente sentimentale ed empatica per il lettore.

Le emozioni trasmesse sono controllatissime e lo stile è sorvegliato e raffinato, frutto di una consapevole coscienza letteraria.

La chiave interpretativa della raccolta pare svelarsi nel componimento nel quale la poetessa nell’incipit dichiara di doversi dare una calmata e di non sapere dove vada la sua strada.

Inoltre Edith si sente circondata da esseri bizzarri, robot e macchine che rombano, sfrecciano, corrono e gridano.

Paradossalmente, per trovare il filo per uscire dal labirinto, per emergere attraverso il varco salvifico e giungere alla libertà della luce, l’unico mezzo è proprio quello della pratica del discorso poetico, inteso come esercizio di conoscenza.

Recensione
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