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Ingranaggi

Di origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo, dove compie studi classici. Attratta sin da giovane dal mondo dell’arte, i suoi primi disegni, collage e poesie risalgono all’adolescenza passata in Francia. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali e si è dedicata alla scrittura. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, fotografia, una raccolta di racconti e un romanzo.

Ingranaggi presenta una prefazione di Gino Rago acuta, sensibile e ben centrata nel cogliere le ragioni del testo.

L’autrice sottolinea in una nota che si tratta di componimenti scritti tra il 2017 e il 2019, quando ben lontano ancora stava nascosto il Covid da qualche parte. Però se ne sentiva forse già nell’aria l’impercettibile afrore. Infatti alcune pagine hanno un richiamo quasi premonitore (particolarmente il Sé privato, pag. 22 e Senza notte, pag.66). E l’omino segnaletico sulla copertina sembra cercare protezione sotto la tela mascherina.

Un’atmosfera di onirismo purgatoriale pare fare da scenografia alle poesie inquietanti e che presentano venature anarchiche nell’assemblarsi sulle pagine, componimenti densi, icastici e antilirici.

Un senso di disagio e di morte serpeggia nei testi in cui è detto anche il suicidio dei ghiacci stupefatti in un Inverno personificato di fuoco e con la maiuscola che bussa alle porte del Tempo.

La raccolta, del tutto antielegiaca, anche per il fatto che non è scandita potrebbe essere considerata un poemetto per l’unitarietà semantica, formale, stilistica e contenutistica.

Pare che un sostrato filosofeggiante sottenda i testi della poetessa e non a caso lo stesso Tempo si fa categoria nell’essere detto con urgenza con la lettera maiuscola che ne accresce il significato titanico se è vero il detto comune che il tempo è tiranno e che tutto inesorabilmente scorre.

In Esseri incerti con la sua maniera avvertita e ben controllata che è una costante della sua poetica l’autrice ci descrive una forma di consorzio umano nel quale sembra inverarsi il detto homo homini lupus e, attraverso la scaltrita densità semantica, Edith mette in scena persone che sembrano votate al male, che è uno dei temi della raccolta,

votate al male perché sono deturpati dall’ansia di potere e denaro e seminano trappole in ogni pio anfratto vomitando e sporcando e sono anche esseri sordidi perché da lontano si guardano senza vedersi dietro maschere nere incollate da pus.

Vengono in mente come referenti alle descrizioni della poetessa La terra desolata di T. S. Eliot e Aspettando Godot di Beckett a causa del nonsense che accomuna i due poeti alla Dzieduszycka in atmosfere cariche di fascino e magia dove ogni essere umano come dal titolo diviene la parte di un ingranaggio che potrebbe corrispondere sia alla natura che alla società nelle quali tutti siamo inevitabilmente inseriti.

E come di diceva il male che sconfina nel noir proprio perché sottende il bene che resta nel non detto, pare essere il filo conduttore di quest’opera bella nella sua spietatezza quando Edith scrive che lo sa l’oscena mano quello che provoca il coltello brandito, il nastro che strozza o il veleno versato nel bicchiere innocente in quello che sembra il trasfigurato canto di pagine di giornali scritte da meticolosi cronisti o di trasmissioni televisive come La vita in diretta.

Recensione
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