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La parola alle parole

Edith de Hody Dzieduszycka è nata a Strasburgo, Francia, dove ha compiuto studi classici e lavorato per 12 anni al Consiglio d’Europa. Dopo il suo arrivo in Italia si è diplomata all’Accademia di Arti Applicate di Milano. Ha pubblicato libri di poesia, di racconti, di fotografia e un romanzo. Disegna, realizza collage, scatta fotografie. Ora vive a Roma.

La parola alle parole, il libro dell’autrice che prendiamo in considerazione in questa sede, è scandito nella sezione eponima in poesia e da un’appendice costituita da diciassette frammenti in prosa intitolati Il paese di là.

L’opera presenta una prefazione di Giorgio Linguaglossa ricca di acribia.

Intrigante il titolo della raccolta che esprime l’idea intellettualistica, chiara e distinta nella coscienza letteraria della poetessa, di voler riflettere sulla parola stessa, di volere scrivere poesie sulle poesie medesime che sono formate da parole, compiendo così un accattivante divertimento liberissimo e mirato sullo stesso verbo, per usare una metafora di genere musicale.

Viene in mente leggendo i versi della poeta la famosa poesia di Edgar Lee Master intitolata Il silenzio, che ha per tema proprio il gioco ambiguo ed elusivo, fondante, fatale o benedetto che sia, che è proprio quello del linguaggio, scritto o orale che infrange il silenzio stesso.

Del resto la poesia, come la musica, e tutte le arti sono sorelle, deriva dallo stato di quiete infranto da ogni sillaba di unità minima o da una anche vaga sonorità.

La parola come forma di comunicazione che è diventata velocissima nel nostro postmoderno al tempo del villaggio globalizzato e dei media come internet, la radio o la televisione.

La parola alle parole, dove i lessemi sembrano sgorgare limpidi e cristallini, come acque di chiara e refrigerante sorgente, si può considerare come un poemetto unico nel suo genere nel quale tutte le strofe sono costituite da quartine tranne che in rarissimi casi.

C’è un aspetto ludico nell’architettura ben strutturata dei componimenti e Edith sembra giocare con i suoi versi, producendo atmosfere nelle quali domina l’io-poetante che scrive all’infinito variazioni sullo stesso tema.

Musicalità e geometrizzazione delle parole stesse, sottese ad ironia amara o sorridente che sia animano le pagine che possono essere lette tutte di un fiato, provocando sollievo e stupore nel lettore con la loro magia.

Come è detto nella poesia iniziale, che ha un carattere programmatico, la poeta dichiara che la parola le serve come l’acqua alla pianta, per poi soffermarsi sulla genesi della parola stessa che sembra nascere nel cavo della mente.

Con la sua vis giocosa Edith afferma che le parole le potrebbe anche comprare in un negozio e portarsele a casa disponendole in ogni luogo fino a quando la dimora ne sia piena e viene il tempo di traslocare.

Protagonista dell’ordine del discorso pare essere nella sua invisibilità proprio la mente umana, nella quale tutto avviene il nostro esserci e dalla quale sembrano sgorgare le parole stesse che hanno per genesi, momento fondante, proprio il pensiero stesso.

Il tema della parola è strettamente legato a quello del tempo perché tra due parole dette in sequenza può aprirsi la feritoia dell’attimo heideggeriano e così la durata si può fermare e proprio tramite il tessuto linguistico si può entrare nel non tempo.

Del resto ammonisce l’Antico Testamento biblico affermando che nessuna parola sarà senza effetto e che vita e morte sono in potere della lingua. Un esercizio di conoscenza scaltro e intelligente.

Recensione
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