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Intorno al fulcro primario, “La corona d’oro: quattordici stazioni per un ricordo", roteano quattro pianeti indipendenti, anche se sottoposti a forze centrifughe/centripete che emanano dalla stella principale. Portano il titolo di “Romanzi” (22 poesie), “Femminismi” (9 poesie), “Umori” (10 poesie), “Filosofemi” (16 poesie) e sono titoli che racchiudono, in forma sintetica, le tematiche messe a fuoco.

Ma è il sole, “la corona d’oro”, che merita la maggiore attenzione. L’autrice dà il sottotitolo di quattordici stazioni” a questa via crucis privata che deve essere “ricordata” per non sparire nell’oblio. Sono frammenti memoriali che danno concretezza verbale all’esistenza di un cugino richiamato dall’oltranza. Nell’indifferenza della natura (“Tra i fili d’erba | e i cespugli di nandina, | di agrifoglio”) spunta il ricordo di quel “cugino germano…[che] smembrava le mie bambole | occhi azzurri appaiati | da un filo di rame, gambe | braccia teste svitate | con vuote occhiaie…” (p. 42). È un ritratto immediato, indimenticabile, simile a un close-up cinematografico. La poetessa lo ritrae con sfumature psicologiche che lo riportano in vita: “la caduta sugli sci,” “ci esaltavamo | spauriti,” “pensando alle abilità | dell’artefice che scoccava | fulmini,” “passato a giochi | di tanto superiori al mio | modestamente fatto di parole.” Due vite si intrecciano, maturano, e la memoria dell’autrice inserisce altre persone e vicende condivise, mentre l’immagine centrale del caro cugino assume sfaccettature sempre più numinose. Viene ricordato come un “gran narratore di lepidezze” (p. 45).

Uno scontro fra lui e dei lavoratori arrabbiati dimostra il suo coraggio: “Asserragliato nella Volvo | solida carrozzeria | finestre a sicura tenuta”, dove la descrizione funge da obbiettivo correlativo per illuminare quel suo forte carattere che “esce | fa un giro intorno al rottame | ‘Mi rifaranno la macchina nuova’ | borbotta – e telefona a casa”. È un personaggio originale trasformatosi in “mito, leggenda | archetipo familiare nella | prospettiva degli anni, dei decenni” (p. 49); uomo che “amava | la ripetitività testarda e | ansimante del gioco. Temeva | la quiete apparente del pensiero | che non fosse calcolo matematico | oppure pragmatica riflessione.” (p. 51-2) L’affetto nutrito per questo parente è trasparente ed è “trasumanato” attraverso una poesia schietta, veramente accessibile. Impossibile dimenticare il suo trapasso, “un giorno | dopo la toilette del mattino | (mesi di lotta con l’angelo) | …si involò il tetto | del labirinto ad accogliere luce | più luce nella tenue alba dei | corridoi dalle porte aperte.” (p. 56)

La sezione “Romanzi”, che precede la sequenza principale, sembra la più variegata. La prima poesia, “Il ragno,” del 1960, potrebbe funzionare anche da dichiarazione di poetica: “Un dio sottile mi guardò con occhi | trasparenti e richiamò | la gioia perduta ospite alla mente.” Vari i temi trattati nelle altre: amore puerile, il mistero di una statua osservata, nostalgia per un rapporto concluso, repulsione contro la guerra e la banalità quotidiana, domande esistenziali senza risposta, viaggi intrapresi oltreoceano, dialoghi fra amici e artisti (sia reali che immaginari), riflessioni ed omaggi ad altri poeti e, a concludere questa parte, una riflessione sull’impossi-bilità di fare poesia: “Qui | dove con altro da te | passa l’estate, acqua-onda | avvolge di sé inutilmente | l’isola che non giungo | a intravedere…” (p. 36) Questi sono eventi “romanzati” nel senso che ogni scrittura è una riproduzione fittizia, mimetica della realtà.

La parte più affascinante è, a mio avviso, “Femminismi,” dove il poeta si lascia andare full steam ahead, senza remore o preoccupazioni di political correctedness. La “questione della donna” rimane aperta, ma non c’è nessun dubbio sugli abusi sofferti a mano dei tanti padri/padroni che dominano il nostro pianeta. La realtà vissuta da una famosa nobildonna veneziana del quattordicesimo secolo, Caterina Cornaro, apre il discorso con queste rimembranze:

Sì, la reggia di Nicosia, ma troppo
insidiata, lei, donna sola
– l’arcivescovo e quella terribile
Carlotta – meglio la compagnia
dei poeti (nessuno affascinante
come il giovane Bembo!), meglio
la novità del Vecellio a portata
di mano… Meglio esiliata ad Asolo. (p. 61)

Dopo la morte del marito, i governanti della Serenissima la convincono ad abdicare come regina di Cipro. Così, in cambio di una esistenza splendida e sfarzosa in una villa di Asolo, lei viene esclusa dalla prassi politica poiché donna, dato che il potere deve rimanere all’uomo. Non c’è bisogno di agganciarsi al femminismo per sottolineare le ovvie discriminazioni sofferte.

E il binomio sacro/profano purtroppo rispecchia ancora al giorno d’oggi una realtà vissuta da troppe donne, viste o come compagne angeliche (e considerate come proprietà) oppure come donne singole e spudorate. Terribile l’urlo di dolore raffigurato nella poesia “Data medica”: “piaghe | da decubito riscontrate | sul corpo, dermatite | emorragica in zona vulvare | catetere vescicale con | ampio manicotto di pus | morte da sepsi per | distacco di endoprotesi.” Ecco la tragica vittoria del maschilismo. E sono d’accordo con la poesia “Coppie” che chiude il ciclo: “Diceva allora un saggio | ‘Non esiste amore, | esiste soltanto una paura | di ore vuote’.” (p. 72)

“Umori”, la sequenza che segue, sembra voler giocare sul doppio significato del vocabolo che in inglese (humor, come per esempio in black humor) ha connotazioni spiccatamente diverse da quelle rispecchiate dal termine italiano. Qui si intravede la vasta cultura letteraria e linguistica dell’autore – già docente di anglistica a Ca’ Foscari e poi di letteratura americana all’Università di Padova. In “Anagrafe” la città di Milano, dov’è nata l’autrice, viene ricreata con ironia come il luogo dove “veleggia l’uomosandwich abbigliato | di stracci indiani per le strettoie | intorno alla cattedrale, mentre | corre l’affarista in tassì verso | un insicuro miliardo.” (p. 77) È un centro industriale dove il destino sofferto dalle lavandaie di Porta Ticinese potrebbe essersi ripetuto nella vita della poetessa stessa. Altre poesie ricordano amici che se ne sono andati (“Almeno sia il passaggio” e “2 marzo, 1998”), memorie di gioventù (“Episodio”), una esperienza Ur-linguistica (“Straniera”), un rapporto non riuscito (“Incompiuta”) e uno che sta procedendo positivamente (“Profilo”) – ”forse siamo | una sola creatura | fin qui distrattamente | divisa.” (p. 89)

Il titolo dell’ultima sezione, “Filosofemi,” un neologismo che congiunge “filosofia” con “grafemi,” ha anche una funzione metapoetica, illustra cioè il processo di fare poesia. Qui abbondano domande, paradossi e preoccupazioni di natura etica, estetica e gnoseologica, come nell’ironico “Telefono rosso” (“E se fosse questione | di vita | di morte | di morte in vita,” p. 93) oppure in “Sempreamata filosofia” (“Primolavorocèrcasi | al di qua della siepe [leopardiana] | nello splendore del paesaggio.” (p. 96) In “Scelte” (“È dunque diverso da ogni altro | il mio libero arbitrio”) la vocazione alla poesia è chiarificata, anche se è forse stata una scelta difficile. La terribile responsabilità di procreare è chiosata in “Figli,” mentre in “Red Tape” le brutalità stupefacenti quotidiane vengono riepilogate anche da esperienze osservate sull’altra sponda dell’Atlantico: “Indugiando a Cairo, Illinois, in transito | illegale verso una linea di confine, | niggers tiravano pietre grigie al cromo | e ai cristalli di auto più vistose. | Clamorose rivelazioni. Insufficienti le prove | ma restano i sospetti. Nel mentre | che l’inquietante episodio della lettera | olografa (non) sta a confermare.” (p. 99) La giustificata accusa di degrado civile, ecologico e culturale che ci affoga al giorno d’oggi è il tema di “Discorso” e anche di “Notizia”:

Avvenne che spiagge
illividite dal crepuscolo
offrissero la stanca battigia
a vasta macchina oleosa
all’invasione di ratti
scampati al naufragio (p. 101)

In “Cronaca” la robotizzazione umana viene ironizzata, come pure lo sperpero banale del tempo viene criticato in “Ticchettio” – ”una fuga nel cosmo, superiore | alla velocità della luce.” “Per una definizione” offre una conclusione provvisoria: “Allo stato attuale della nostra | ignoranza, è lo stupore | del Dio che ci vede avanzare | sul filo di rasoio della vita | sempre con questa precaria | speranza. | Infinita.” (p. 105) La poetessa propone un’altra risposta, anche se condizionata da quel “punto geometrico d’amore | [da cui] per amore esplose il cosmo.” E “Poetica” riprende la tematica del fare poesia, seguita poi da due elogi lirici a un altro maker of rhymes – Silvio Ramat. La silloge conclude con “Amuleti,” titolo che immediatamente fa ricordare l’Amleto shakesperiano: un ironico elenco di attrezzi, di attività, di keepsakes banali che la cultura odierna e materialistica ci propone come il Sine qua non: “superprofitti dei | petrolieri masnadieri ai governi o in prigione |  galere aperte manicomi apertochiusi provette | ingravidate da ignoti centrali nucleari clonazione | che ci tocca in sorte…” (p.114).

This is not the best of all possible worlds non è la rappresentazione di una utopiabensì di una distopìa che l’autore condivide. Tuttavia ci invita a cercare “noi, l’umanità, di ricominciare.” E non è poco.

Recensione
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