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Echi di riti e miti

Non avevo ancora imparato a leggere quando, seduto sulle ginocchia della nonna e con il nonno seduto a fianco a me, sfogliavo un piccolo ma spesso libretto che, se non ricordo male, narrava, con l’ausilio di una notevole ricchezza di immagini, la storia della terra e dell’uomo.

La mia memoria torna su un’immagine di un uomo antico, vestito di una pelliccia, che ara un campo guidando i buoi. In quelle pagine si narrava come l’uomo nell’antichità misurasse il tempo della giornata e l’avvicendarsi delle stagioni, come ogni attività legata alla terra e alla natura fosse scandita dal moto del sole, dalla lunghezza e brevità dei giorni, dal clima, dalle condizioni del tempo. Non ricordo altro, ma sono sicuro che tutte quelle brevi nozioni fossero poi illustrate da storie, leggende, superstizioni, ritualità che avevano una funzione culturale - tramandare la memoria e la tradizione - ma anche religiosa, ossia propiziarsi un avvenire prospero grazie ad abbondanti raccolti, ottima salute, soddisfazioni e gioie personali, con opportune formule e cerimonie la cui efficacia fu evidentemente provata già da tempi remotissimi.

Leggo adesso, oltre quarant’anni dopo, Echi di riti e miti e subito la mia memoria corre a quel mondo infantile, lontano dalla modernità anche se non lontano nel tempo, nel quale, per bocca di nonni, genitori e anziani conoscenti, nozioni, racconti, pensieri sono scesi nel profondo del cuore, più che nella mente, e si sono rifugiati in un angolo remoto dal quale la lieve, dolcissima penna di Daniela Quieti li ha fatti riemergere. È un vero tuffo nel passato di ognuno di noi, quel passato che ancora esiste, travolto da miriadi di sollecitazioni, sovrapposizioni, ostacoli che la vita moderna ha innalzato nei confronti della tradizione e che, sempre vivo, risorge però come una luce, come un soffice cuscino che riporta, con una sensazione quasi fisica, all’infanzia, alla protezione, al nido. Quel nido in cui giungevano soffuse le immagini dei vari momenti dell’anno, scanditi dalla ritualità religiosa e dall’avvicendarsi delle stagioni, dalle leggende e dagli aneddoti, da fatti realmente accaduti e trasformati dalla memoria orale fino ad acquisire un’aura quasi mitica, per essere poi ritrovati da adulti, privi ormai del fascino della fiaba ma avvolti da un velo soave di nostalgia e rimpianto. Tradizioni agricole rievocate dai nonni (da piccolo ho potuto ancora assistere, nell’assolato luglio dell’Isola d’Elba, alla ritualità della mietitura e trebbiatura, fatta con mezzi moderni per l’epoca, ma alla quale partecipavano indistintamente tutti i contadini dei dintorni, di chiunque fosse il terreno, in uno spirito di condivisione di cui si è ormai persa traccia; e, nelle trevigiane terre dei vini, ho potuto ancora assistere, da piccolissimo, alla pigiatura dell’uva con i piedi); insegnamenti religiosi ad un tempo ingenui e fantastici, tanto vicini alla fiaba; quel sapere comune minimo che passava da padre a figlio a nipote: tutto questo torna con le note delicate e tenere della melodia di Daniela Quieti, una scrittura semplice, immediata, quasi colloquiale, dalla quale traspira un rispetto infinito per chi legge e vi ritrova in parte sé stesso, sentendosi accarezzare lievemente.

E poi c’è l’amore per la propria terra, quella fonte d’ispirazione e ricordi, quel forziere che custodisce le tradizioni e la ricchezza culturale nata nel corso dei secoli dall’esperienza viva del contatto con la natura e dalle esigenze private, intime e spirituali; quella terra che diventa quasi un paradigma di ogni terra e il cui passato, che affonda nel mito, celebrato in più opere dal grande poeta di quei luoghi, D’Annunzio, diventa il modello di un passato comune, in cui ognuno può cercare le proprie autentiche radici, un passato fatto di umanità e natura, di spiritualità e lavoro, di certezza che per l’uomo, in mezzo a travagli, fatiche e sofferenze, la vita può diventare anche fonte di infinita felicità. C’è quella semplicità che ci appartiene intimamente, quel qualcosa che tutti sappiamo e desideriamo ma che l’autrice mette su carta così amabilmente e chiaramente da ridestare ad un tempo coscienza e riflessione; di fronte a tanta semplicità non è possibile nascondere ciò che siamo: la purezza della scrittura, delle idee, delle descrizioni ci sprona a guardarci in trasparenza, sotto la spinta di quella sincerità con cui le emozioni si rivelano all’interno delle narrazioni.

In questo libro c’è il substrato di un profondo, convinto umanesimo: nulla di ciò che è umano mi è estraneo, dal mito al rito, dal cibo alla preghiera, dallo scorrere dei giorni della vita al ricordo, dalla speranza ai sentimenti.

Rapiti in un sogno che, pur circondato dalla modernità e dalle sue sollecitazioni, ci riporta alla leggendaria lontananza del mito fuori dal tempo, ci rendiamo conto che tutta la bellezza di cui la scrittrice ci fa dono con le sue descrizioni grondanti di suoni, colori, visioni porta un nome, una sorta di motivo conduttore di questi dipinti e rievocazioni e di questo messaggio: amore.

Tutto ciò che della vita fa parte prende significato, colore, anima solo sotto il segno del massimo sentimento possibile fra gli uomini: quell’amore che è la traduzione della cristiana carità, ossia rispetto, comprensione, aiuto reciproco, solidarietà e affetto l’uno verso l’altro, perché tutto questo sembra davvero essere il vero patrimonio dell’anima, che si cela sotto la lunga tradizione dei popoli e le vicende delle famiglie e dei singoli individui, l’amore che tutto crea e tutto muove sull’onda della storia umana e forse non solo umana.

Treviso, 3 aprile 2014

A Daniela Quieti,
con profondissima stima e infinita ammirazione

Recensione
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