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Un titolo che è anche opportuna occasione per riproporre una sintetica storia della letteratura italiana poiché, al di là degli sviluppi politici, è sopra una laboriosa e duratura questione linguistica, nella mediazione tra tradizioni locali spesso eterogenee, ma con l’enorme macigno storico-culturale rappresentato dalla classicità latina nella Penisola, che l’identità italiana prende forma.

Il papato, nondimeno, è stato un filo conduttore nella nostra storia nonché riferimento per lunghi secoli ancora attraverso l’accomunamento del cattolicesimo. L’abate Gioacchino da Fiore, non a caso, riesce a immaginare ancora in pieno medioevo un processo aggregativo in un territorio spesso devastato da guerre intestine. Un guelfismo unitario che in ogni caso ritorna e si manifesta partecipe del risorgimento attraverso la figura del Gioberti.

Il primo laboratorio linguistico fu comunque avviato con la scuola siciliana, tramite aperture al confronto di più culture messe in campo dallo spregiudicato Federico II, per poi innescare quel processo che, tramite figure come Dante, Petrarca e Boccaccio, posero i pilastri della lingua nazionale. Sono numerosi gli autori annoverati e non sempre retaggio di testi scolastici, pur ponendo sempre attenzione a quella che, parallelamente al processo unitario del Paese, è stata la didattica formativa che ne ha portato a compimento l’aggregazione culturale.

Un ruolo fondamentale in tutto questo, anche a parere dell’autore, è stato svolto dalla poesia, soprattutto in veste di un romanticismo collante patriottico che poi, nelle scuole, assecondando l’apprendimento a memoria dei versi, fu nel tempo comune eredità per tutti. Il Foscolo è uno dei riferimenti portanti in questo breve viaggio nella nostra letteratura, spesso ricorre citato coi Sepolcri, a partire con Dante, immortalato come il "ghibellin fuggiasco". Se il De vulgari eloquentia passerà alla storia come l’opera che apre al dibattito verso un idioma nazionale, con l'umanesimo, ridestando rinnovato vigore filologico, meglio s’avvia una “questione della lingua”. Questione poi ripresa anche dal barocco, nel superamento degli stilemi classici, e protrattasi nei secoli sino “ai panni in Arno” del Manzoni, ineluttabile riferimento scolastico per più generazioni. Con un paragrafo sul rinascimento si parla anche della più consistente presenza di poetesse, spesso vittime di un impensabile ruolo di protagonismo e indipendenza per i tempi, come nel caso di Isabella (di) Morra e Gaspara Stampa. Sempre dai Sepolcri non potevano mancare dal sovvenire “le ossa del Parini”, probabilmente quanto di più ci accumuna in un bagaglio scolastico che, a tutti gli effetti, calcificò l’identità unitaria evidenziandone le basi storiche tra l’illuminismo e il bonapartismo.

Col romanticismo viene a coincidere buona parte dell’amor patrio risorgimentale sebbene, a partire dallo stesso Foscolo, ma anche in altre figure di prim’ordine, come il Leopardi o il Carducci, la componente neoclassica torni spesso a coesistere col sentimento negli esiti di patrimoni comunque imprescindibili indipendentemente dal Winckelmann e quante tendenze strutturate in tempi più prossimi. Molti i personaggi del Risorgimento che figurano anche in veste di scrittori forse meno eccellenti, come nel caso dello stesso Garibaldi, ma nondimeno indispensabili nel costituire testimonianze storiche di quanto furono protagonisti. Compare anche Mameli, autore di un inno nel ’46 approvato da Facchinetti con decreto provvisorio e prima ancora usato nei cerimoniali di Salò insieme a Giovinezza, ma anche nell’immagine di dignità risorgimentale che la resistenza andava, man mano, a costituire con la nuova Italia, dove gli spazi per la Marcia Reale dei Savoia divennero subito, di fatto, sempre più esigui. Mameli che, va ricordato, perì durante la difesa della Repubblica Romana del ’49. Fra i federalisti, Cesare Balbo interpone i Savoia al papato giobertiano, mentre notevole è pure la rivalutazione dei locali dialetti, in questo periodo, nell’ambito letterario, come con Carlo Porta a Milano e il Belli a Roma. Cattaneo, in qualche modo, propugnò un modello cantonale di stampo elvetico, in un autonomismo strutturato sì con le allora vincenti idee laico-liberali, ma in un confronto dialettico meno centralista e soprattutto avverso ai Savoia e al predominio piemontese. Alberto Mario, giornalista e garibaldino, fu tra quanti ne seguirono le idee scrivendo opere, oltre che sul Cattaneo, anche sulla figura di Garibaldi. Jessie Withe, inglese ma coniugata con Mario, seguì il marito nelle sue imprese patriottiche condividendone la professione giornalistica e gli intenti, tanto da essere considerata, a sua volta, una patriota. Con lei l’autore ricorda, inevitabilmente, anche Antonia Masanella, oltre che poetessa anche garibaldina sotto il finto nome di Antonio Marinello.

Con la scapigliatura meglio s’identifica una generazione unitaria, quella che visse in prima linea l’avverarsi di un fermento e le relative tangibili derive di un ideale nel suo compimento. Non a caso attraverso il filone del verismo, corrispettivo letterario epocale nel meridione, verranno poi, in diverse fasi, meglio messe in evidenza talune dinamiche storiche nell’ottica di un disilluso cambiamento di preservazione, ma anche tutta la poetica dei vinti di stampo verghiano, che comunque, sia pure con altri riferimenti e canoni, continuerà ad assecondare una longeva evoluzione al romanticismo trovando altri esiti attraverso nuove forme, come decadentismo e crepuscolarismo. Singolare figura, ma anche emblematica dei tempi, nel panorama siciliano resta quella del Rapisardi, “anticlericale, irriverente e blasfemo”, tanto da occupare il deposito cimiteriale per un anno prima di essere sepolto a Catania. Autore del poema Lucifero sulla scia dell’Inno a Satana del Carducci, seppe, suo malgrado, procurarsi polemiche anche con quest’ultimo. Sicilia che diviene anche riferimento della modernità d’indagine a tutto campo pirandelliana, lasciando un legame sempre attuale con la contemporaneità, quanto col Novecento apporta la psicanalisi e sancisce la portata di scrittori come il triestino Italo Svevo.

Ed è passando attraverso l’esperienza di avanguardie, del ventennio ma anche del dopoguerra, che l’autore conclude questo suo viaggio facendo convergere infine mezzo secolo indietro, nel 1961, data dell’allora centenario che lo vedeva giovanissimo e altrettanto impegnato a comporre un interessante testo commemorativo riportato nel finale.

Recensione
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