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Quel che Guido Martini sembrerebbe meglio incarnare nella sua poetica, dopo la lettura della prefazione di Franca Alaimo, è un archetipo femminile dell’ “amor cortese”. Tale aspetto trova un valido fondamento nel processo d’indagine innescato nel verso per mezzo di un incessante inglobare un femmineo onnipresente, austero e distaccato, ma ancorato nell’animo alla ricerca di uno sfuggente ideale di comunione, lontano e irraggiungibile, per una “dolcissima ossessione” che meglio si palesa tra i chiaroscuri delle calle veneziane ed oltre, sulla circostante laguna.

Tratti femminili che talvolta prendono corpo, sino ad assumere sigillo in dedica, ed altre divengono più rarefatti ponendosi in termini di astrazione incubata nel sonno, per cui non rimpiangere “gli amori | raccattati l’estate da | donne malmaritate e sole”, demarcando così un confine sottaciuto tra l’amore sacro e quello profano. Un tono colloquiale, quanto meno nel titolo, appare incisivo nel rendere più informale l’approccio col lettore ed ha comunque un seguito in più elaborate e riuscite considerazioni aforistiche (“Amarti, che fatica! | Emozione rapinosa | di leccarsi le dita con il miele | non per il dolce, | ma solo per pulirle”), ma anche attraverso percezioni esperienziali più novecentesche (“mentre mi aiutavi a vivere | bicchieri di carta vuoti | si accartocciavano al sole”). Il pozzo è l’ “acqua del Giardino” amoroso, ma sancisce anche uno specchio dissociante l’io: “non posso amare più | chi non ti ama”, un “segreto giardino” relegato tra allusione e condizione. Il dialogo, oltretutto, viene talvolta evidenziato dall’uso delle virgolette ed è comunque insito in più parti del testo nonché rimarcato nelle domande che il poeta, sovente, si pone. Quindi, dal farsi plasmare “come tenera argilla”, sopraggiunge una “potatura” dell’amore innescata su più opportuni dubbi, che emergono l’uno dopo l’altro sin tanto da chiedersi: “T’ho mai conosciuta? | Ma dove, ma come?”

Il fluire di concatenazioni nella dialettica che ne scaturisce, evolve determinando più situazioni. Da febbricitanti stati ed auree consacrazioni oniriche l’amata segna anche l’incertezza per il percorso intrapreso, con la conseguente dissacrazione della stessa proiezione amorosa. Il tutto finisce col compiersi per mezzo de “la donna che rubava i fiori”, titolo non a caso posto in chiusura della silloge e che, ciclico, ripropone l’inevitabile trasbordo amoroso nella solitudine dell’attesa per il concretizzarsi del desiderio verso il nuovo. È allora che il femminile appare “trasparente”, oblio per quanto vissuto nondimeno percepibile in tutta la sua grandezza, nella sensazione di scorgere già, misterioso, un nuovo embrione in seno: “rubi come sempre | i fiori e con essi | colori, suoni e profumi | che non ricordo”.

Recensione
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