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Alberto e Dalila sono, rispettivamente, padre e figlia e, attraverso questa pubblicazione, danno corso ad una comunanza poetica suddivisa in due sezioni. La prima, quella di Dalila, disegna con immagini forti, talvolta taglienti, sinestesie protese verso ritmi istintuali, che riconducono ai sensi nel tangibile, sino ad affermare l’ossimoro “sono cieco/profondamente conosco il mondo/dalla sua superficie”. Altrove diviene discorsiva, sino ad assumere un contesto narrativo introspettivo. Nelle poesie Realtà e Croci riflesse, ci troviamo di fronte ad una relativizzazione dei piani manifesti del reale. Viene a galla qualche nausea nei confronti dell’esistenza, ci s’interroga nei confronti del suicidio approdando alla constatazione che “il senso della vita è nutrire la terra con il proprio corpo dopo la morte”. Una visone epicurea, insieme ai tratti nichilisti, ne caratterizzano il pensiero verso orizzonti piuttosto agnostici. Sperimentali, visivi, puzzle per un possibile calligramma di cui investire il lettore sono invece i versi di Alberto. Scanditi nel loro susseguirsi sincopato inducono una sintesi capace di racchiudere ancora il “Pubblico – Privato” d’altri tempi in imprevedibili climax d’ “Integralismo – fondamentalismo – estremismo – conformismo – proibizionismo – autoritarismo – cattocomunismo”. Una lucida laicità prevale nell’approccio religioso, ma riccorrono anche squarci di cronaca, qualche cenno gergale, molte citazioni e persino qualche istruzione per l’uso: “(ripeterlo 7 volte)”.

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