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“La letteratura, che nella divinazione precede ogni altra scienza, adopra le immagini di un senso per esprimere gli effetti dell’altro”, così lo scapigliato, giornalista e console Carlo Dossi, c’introduce a questa antologica contenente ristampe e inediti, materiali che spaziano nell’ampio arco temporale di quasi mezzo secolo. L’elemento acqua, che nella fattispecie ricorre associato all’uso frequente della simbologia del fiume, si delinea con la protasi: “il vento ci scava nel fondo | e ci sputa in faccia | l’odore del fiume | e i ricordi”. Quegli stessi ricordi che sopraggiungono improvvisi, “in forme musicali” e che sono genesi ed espressione della poetica dell’autore.

L’Adda, quindi, è “fluido barbaglio di luce” ove interrogarsi tra meandri di correnti che ricalcano la mente e, nondimeno, è testimone spirituale, confidente che, nel panta rei, affida alle imponderabili mani di Dio. Nel ristagno dell’acquitrino la rifrazione asseconda “lucidi specchi | dove ruzzola il cielo” ed è “sul ciglio dei fossi” che compaiono “spruzzi | azzurri dei nontiscordardime”. Un’acqua con “tenui contorni | di liquide immagini” per reliquie riflesse. “Liquide emergono le ombre”, incantesimo per una cattedrale sommersa ispirata a Debussy. Nell’ombra “si liberano | vividi i sogni” anelando un “triplice abbraccio”, con analogie che riconducono a Enea e Casella nella tradizione epica. Sempre l’acqua altrove “inutile | respira il vento | sulla laguna”, una morte a Venezia che, tra le “luci che dondolano” sopra “ragazze vocianti”, sentenzia l’effimero scorrere della bellezza nel tempo, tema peraltro ripreso nella successiva trilogia di Ritorno al mare.

L’elemento aria compare indiretto e repentino a sancire la morte, inglobando “membra | sfatte | di cadaveri aerei” tra nubi con “bicipiti sanguigni | di giganti celesti” nella luce filtrata. Il rantolo cessato segna “livida | l’alba” tra una “carità silenziosa”, di “lenti gesti pietosi”. Al ritratto di un vecchio nell’idillio estivo, che “assapora | boccate di fumo azzurrino, | felice che il sole | indugi qualche attimo ancora | e il vento leggero d’estate | gli porti l’odore del fieno | disteso nei campi a seccare”, si alterna il giocoso ed ironico minuetto per una mosca, “finita spiaccicata | sopra il libro di preghiere”. La sezione di bagatelle apre al vernacolo e al ritratto icastico della micro narrazione poetica. Quasi afasia constata un ciclo su schemi coincisi, modellati tra i 160 caratteri degli SMS e l’onda di un esotismo nipponico che non ha risparmiato neppure la nostra poesia. Se dell’amore restano “attimi sepolti che racchiudono | l’inutile felicità”, la rivisitazione di un carme di Catullo (VIII) ne è la catarsi e, Il controcanto all’amata, oltre “suoni mortali” per istanti perduti, invoca un ciclico “rifiorire”. Un controcanto che palesa una vita “pacata, vibrante, serena e | così disperata” nell’eco di un logos disincarnato, memoria de “la sorpresa della carne | farsi parola”.

Meglio si solcano taluni contesti musicali nel finale, quando il suono “invade ogni fibra” che “con l’essere mio fa tutt’uno”, scavando oltre la feticistica lusinga del supporto che imprigiona il collezionista. Un finale che è anche un excursus tra “agresti riti infantili” fluttuanti nella memoria per ritornare all’acqua, così com’è tutto cominciato, e, quasi senza far rumore, “scivola via di sera | l’acqua nera del fiume | punteggiata di luci riflesse | di lampioni e di stelle”.

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