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Il canto stonato della Sirena

LucidaMente

Una raccolta di ventisei racconti sulla vita di diseredati – persino dalla cattiva sorte – con le loro ansie, sogni, inganni. Questo, in sintesi, è Il canto stonato della Sirena. Racconti di una città smarrita di Monica Florio. E la massima di Woody Allen («L’uomo ha bisogno di illusioni come dell’aria che respira») è il filo rosso che unisce tra loro i personaggi del libro, veri o elaborati dalla fantasia, che si muovono come ombre nelle vie, nelle piazze, nelle case dei quartieri popolari o in quelli eleganti di Napoli.

Ogni storia è illustrata con tratti forti e decisi, come i disegni in bianco e nero di Renato Guttuso. Manca il colore, per non rendere la descrizione leziosa e favolistica. La scrittura ha l’acume e il metodo ermeneutico di un cronista. Le vicissitudini ricordano le tante realtà portate in scena da Scarpetta, Viviani, dai tre De Filippo. La raccolta ha l’impianto compositivo delle Sette opere di Misericordia.

Un mese dopo il matrimonio, Mimmo, il “casalingo”, ha perso il lavoro ed è stato tradito e lasciato da Barbara. Lui non ha avuto la stessa fortuna di Pasquale, «che sta sereno di spirito e canticchia fuori al balcone», reso felice da Maria per la frequentazione di questa con un fantasma “generoso”. In Anime gemelle ed Eroe per un giorno l’autrice ironizza con l’amarezza di un Totò. In Uno solo Luca è un fantasma in una città abbandonata da tutti, anche «da chi, in un primo tempo, aveva creduto di poterla salvare». Quei pochi rimasti in città, definiti semplicemente «cristiani» da Pirandello, perché si ignorano i loro nomi e hanno comportamenti disdicevoli e asociali, non invocano, come Eduardo, una pace senza la morte, nella speranza che si possa aprire una porta verso il futuro. Come il vecchio di Hemingway, stremati dalla sorte avversa, accettano la loro condizione e il destino sfavorevole.

La Florio è donna scrittrice che sorprende già in giovinezza, giornalista e promotrice di opere letterarie di talenti emergenti. La sua scrittura è un dono prezioso e inconsueto, nella società odierna, snaturata dalla diffusa, pigra omologazione. Il suo inoltrarsi in un mondo tra la perduta gente, anime in pena vaganti prive di certezze, richiama alla mente i primi tre versi del terzo canto dell’Inferno dantesco. È una scrittrice rivolta a interrogarsi per meglio conoscersi e conoscere. Non monta su un pulpito per imporci di osservare un mondo ombra, ma per considerarlo-capirlo-accettarlo senza l’arroganza perbenistica. Non emette mai giudizi o valutazioni, vede realtà immerse nell’ombra dell’indifferenza senza pregiudizi abusati, logori e frusti. Descrive con icastica essenzialità dando ai racconti titoli già di per sé significativi.

Gli altri personaggi dei racconti sfilano su passerelle per mostrarsi, pur rimanendo invisibili alla benevolenza altrui. Rappresentano La parabola dei ciechi di Pieter Bruegel il Vecchio, pittore fiammingo amante dei temi popolari. Tra i personaggi, le protagoniste di Amicizie improbabili sono solidali tra loro perché ignorate dagli uomini in quanto economicamente indipendenti ed emancipate. La giovane Milla dimora, con il cane e il compagno Klaus, «perennemente sbronzo», sulle scale di San Martino, immobile come la Capri di Neruda, «una bellezza di pietra». Aldo, «dietro le spesse lenti da cieco», la vede bellissima e muto ripete, di Pablo: «Mia soave, di cosa odori? / Di che frutto? / Di che stella? Di che foglia?». Monica ricompone la Crocifissione di Masaccio, presente a Capodimonte, sostituendo la Maddalena con Milla. Anche lei, con la sua folta chioma biondo grano sciolta, genuflessa spalanca le lunghe braccia per far sua, e solo sua, la tragica morte dell’Uomo che l’ha amata, rispettata e tratta lontano dalle volgarità della strada.

Racconti “ri-educativi” per chi vede negli esseri umani infelici, muti e stesi sui marciapiedi, dei fantasmi da temere. Concludendo con Gianni Rodari: «Se comandasse Pulcinella / la legge sarebbe questa: / a chi ha brutti pensieri / sia data una nuova testa».
Recensione
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