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Ritorno al tempo che non fu

Tra fiaba e mito l'esordio narrativo di Alessandro Pierfederici

Altritaliani.net

La ricchezza di riferimenti - religiosi, filosofici, letterari – rende Ritorno al tempo che non fu di Alessandro Pierfederici un esordio degno di interesse.

Personaggi tratti dal mondo delle fiabe – fate, maghi, streghe, fantasmi, principi, principesse, cavalieri, dame – popolano il racconto che rammenta un’opera lirica romantica ispirata a leggende di tempi solo sognati. Il romanzo si traduce in un viaggio nella propria interiorità, un’iniziazione che procede al ritmo di una sinfonia il cui tema portante viene prima accennato e poi ripreso più volte. La narrazione – oscillante sui binari della vita e della morte, del presente e del passato, del sogno e della realtà – pone numerosi interrogativi. Comunque lo si voglia interpretare - viaggio avvenuto durante la vita o nell’oltretomba, fuga da se stessi nel mondo della fantasia - il libro è caratterizzato da luoghi e personaggi che simboleggiano la vita e la morte, il sacro e il profano, come nelle culture di ogni popolo. Gli stessi protagonisti non sono figure piatte ma rimandano ad altro: Alessandro, il viaggiatore, è il mitico condottiero o l’autore? Cristoforo, il barcaiolo, richiama l’evangelico traghettatore? Chiara è la francescana di Assisi che offre salvezza ed eterna felicità?

Il ponticello sul fiume che scorre come la nostra esistenza viene attraversato più volte e rappresenta il passaggio dalla vita alla morte. L’amore è un motore dinamico che provoca mutamenti nella vita con un passaggio dal non-essere all’essere. L’autore invita ad aprirsi al mutamento (“Lo sconforto è una colpa che uccide la speranza”): vedere, capire, conoscere, incontrare, chiedere, ascoltare, aiutano a percorrere nuove strade liberi dai falsi tabù. Tenere presente la memoria del proprio passato e quella della storia della nostra epoca agevolano la costruzione di un diverso futuro. La storia ha certezze perché è fatta da noi “verum ipsum factum” (G. Vico).

Tutt’altro che banale è poi il titolo, un invito a fantasticare sul passato dell’umanità, sulle sue origini, sui suoi errori, sul peccato nel paradiso terrestre che, mai perdonato, perdura ancora sull’incolpevole sin dalla nascita.

Vivaci nelle Madonne di Duccio, sempre presenti con Chiara e nel rito cristiano massonico, sono i colori simbolo e gli elementi della Creazione. Negli ambienti i personaggi sono figure statuarie, quasi immobili in una calma metafisica, disposti come nei dipinti di Piero della Francesca, immersi in prospettive di aspettative tanto sospirate e a lungo anelate.>

La trama, fitta e attraversata da versatili e sapienti intrecci, ricorda un arazzo ottocentesco con immagini allegoriche trapuntate di frutta e fiori. Angosce, lutti, amori tragici si mescolano con storie antiche e si susseguono veloci come salmoni, nel ciclo della riproduzione, verso la sorgente del fiume per poi iniziare una nuova vita.

“Nosce te ipsum” diceva il motto greco, iscritto sul tempio dell’Oracolo di Delfi: la verità risiede in se stessi e va cercata andando oltre l’apparenza.
Recensione
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