Servizi
Contatti

Eventi


L'occhio dei poeti

Non inganni il titolo che potrebbe far pensare ad un poeta visivo. E’ solo la felice formula unificante delle otto sezioni ricche di complessive 85 poesie. Non esiste la poesia se non c’è insomma un modo speciale di gettare lo sguardo su cose, persone, eventi, oggetti e manufatti per coglierne l’aspetto essenziale o comunque singolare. Ciò è giustissimo e al limite si potrebbe osservare che un poeta deve andare oltre la fisicità dell’occhio per afferrare anche qualche frammento di invisibile. E fondamentalmente è questa l’operazione portata avanti da Patrizia Fazzi, di cui stupisce l’entusiasmo e lo slancio vitale, nonché l’assenza di dubbi sulla funzione sociale della poesia nell’attuale, difficile contesto socio-culturale. Certo la ”poetica dello sguardo” è solo una premessa, perché poi esistono strutture, forme che, costituendo la sostanza della poesia, sarà in base ad esse che andrà descritta, interpretata e valutata.

Prima di entrare nel merito di questa questione c’è un aspetto che salta agli occhi, cioè che molte delle liriche della silloge nascono da un’occasione esterna (un evento di cronaca, un’opera di un’arte figurativa, una foto, un fenomeno di costume, una ricorrenza, ecc.) e tante poi sono le dediche e le citazioni più o meno illustri. Lo spunto offerto dalle più varie occasioni rientra, a mio modo di vedere, nella volontà di valorizzare la funzione sociale della poesia, di mescolarla con la contingenza della vita, privandola della sua vera o presunta separatezza, insomma della sua aura elitaria.

E anche in linea con ciò pare l’utilizzazione di un linguaggio largamente comunicativo, segnato di quando in quando da metafore originali cui si affida la spinta verticalizzante. Ora l’occasionalità della poesia fazziana, accanto alle opportunità, presenta dei rischi evidenti, il principale dei quali è quello di rinchiudersi in una contingenza talvolta angusta perché delimitata spazialmente e cronologicamente, senza quello scatto che, trascendendo l’esperienza, si apra a riflessioni dal respiro più ampio e generale. Per fare un esempio forse troppo illustre, anche le Odi di Pindaro nascevano dai dati della cronaca sportiva, ma poi si trasferivano nel mondo del mito aprendo squarci improvvisi e imprevisti sul destino dell’uomo e del mondo. Stesso discorso vale per Il 5 Maggio manzoniano. Ma c’è anche un altro rischio di tipo linguistico-espressivo. Se si tallona la cronaca, la contingenza quotidiana (v. Alluvione, Terraemotus, Per i bimbi feriti in guerra) il linguaggio poetico dovrebbe distinguersi e sollevarsi da quello mediatico, possedere quel di più che la nuda informazione con la sua corrività non contiene. Se questo non avviene il lettore resta insoddisfatto e devo confessare che qualche volta a me è successo.

Eppure la singolarità di questa poesia che vuole uscire dal cerchio angusto del lirismo tradizionale è fuori discussione e può far sopportare quelle cadute cui accennavo sopra. Ammetto di preferire quei testi che si affidano ad un’intimità raccolta, inseguendo dimensioni e sollecitazioni interiori, sulla scia di schegge memoriali. Piace anche quella pensosità che, incrinando l’ottimismo di fondo, porta l’autrice a sollevare domande non retoriche sul destino dell’uomo e del cosmo (anzi cosmos, visto che Patrizia Fazzi ama le grafie latineggianti e grecizzanti): “Chi salverà la musica? e la bellezza? E l’amore? “ (Chi salverà?).

Ut pictura poesis – Ut litterae vita titola una delle ultime sezioni. La famosa massima oraziana non può non intercettare il consenso di chi, come Fazzi, pratica un rapporto stretto con le arti figurative fino al commento, come si è visto, di alcune opere riprodotte fedelmente nel libro. Eppure, a pensarci bene, questa massima stabilisce una dipendenza dell’arte verbale da quelle delle forme e dei colori. Perciò ritengo che oggi vada riformulata così: ultra picturam poesis. Sì, la poesia è fornita di quella potenzialità di oltranza e di oltraggio (Zanzotto docet) che la pittura probabilmente non possiede. Chissà se i classicisti mi perdoneranno questa audacia…

L’occhio dei poeti è un libro notevole, anche per la mole stessa oltre che per la tanta carne messa al fuoco. Secondo me, l’autrice dovrà, in futuro affrontare una sfida e una svolta: quella di essere più selettiva, lavorando non nel senso di aggiungere ma in quello di togliere (e mi riferisco sia al complesso delle liriche sia alla loro dimensione). Resto fondamentalmente convinto infatti che la poesia vera ami più l’essenzialità che la prolissità. Ciò che potrà restare immutato saranno la sua generosità umana, la proiezione sociale e civile e l’amore “viscerale” per la poesia.
Recensione
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza