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Sebastiano Schiavon: lo strapazzasiori

Intensa e breve la vita dello strapazzasiori

Il centro studi Onorevole Sebastiano Schiavon lancia il progetto “Il Novecento: un secolo padovano tra continuità e cambiamento. Da Sebastiano Schiavon al futuro”. Rivolto in particolare agli studenti delle superiori, si articola in un convegno e un concorso. Il convegno si svolge sabato 17 gennaio dalle 9 alle 13 nel centro conferenze alla Stanga della camera di commercio di Padova e s’intitola “Il Novecento: appena otto anni… un secolo fa, anzi un millennio”. Vi partecipano Francesco Jori che tratta di “Società ed economia nel Padovano del primo Novecento” e Silvio Scanagatta su “Un giovane di ieri e i giovani di oggi”.

Il concorso è aperto fino al 30 aprile e prevede l’invio di elaborati in cd-rom sul tema “Il contesto storico-sociale nel Padovano a inizio secolo: analogie e valori per il futuro”. In palio tre borse di studio di 500 euro. Info: matoffa@alice.it

La vita di Sebastiano Schiavon fu breve, intensa e sfortunata. Nato il 28 maggio 1883 a Roncaglia di Ponte San Nicolò, da una modesta famiglia contadina, divenne agli inizi del Novecento leader carismatico del movimento cattolico nel Veneto. Dopo aver studiato in seminario, si laureò in lettere e fu nominato segretario dell’ufficio cattolico del lavoro, struttura organizzativa, voluta dal vescovo Luigi Pellizzo per intervenire fattivamente all’interno della vita sociale e politica del territorio.

Sindacalista a tempo pieno, Schiavon percorse le campagne padovane, ascoltando mezzadri e boari, agricoltori e operai, diffondendo conoscenze tecnico-scientifiche, mettendo d’accordo contadini e proprietari, definendo nuovi contratti colonici, organizzando la protesta e persino promuovendo scioperi, quando la possibilità di miglioramento non poteva altrimenti essere realizzata. Memorabile quello di 11 giorni, messo in atto a Saonara dai 200 operai della ditta Sgaravatti. Scrisse in proposito, sulla Difesa del 18 aprile 1909, lo stesso Schiavon: «Anche questo sciopero, come quello delle orarole di Monselice, come quello memorando delle tessitrici di Piove di Sacco, è terminato felicemente ed ha segnato un’altra splendida vittoria per l’ufficio cattolico del lavoro. Ha dimostrato poi che quando intraprendiamo la lotta, non facciamo vana mostra di noi stessi, come hanno insinuato i giornali avversari di questi giorni, ma difendiamo una causa santa e non cediamo finché giustizia non sia fatta».

La sua infaticabile attività a favore di contadini e operai si accompagnò all’impegno politico diretto. Divenne consigliere provinciale a Padova e consigliere comunale a Saonara, Ponte San Nicolò e Legnaro. Nel 1913, alle prime elezioni politiche con il suffragio universale maschile, Schiavon si presentò nel collegio di Cittadella, ottenendo una straordinaria vittoria: risultò il deputato più giovane e più votato d’Italia, con il 90 per cento dei consensi. Di quell’evento rimane memoria in uno stornello popolare che si conclude così: «Fior de limon, abasso i paruconi e la camora, eviva sempre el professor Schiavon». Egli entrò dunque nell’immaginario della povera gente, come lo “strapazzasiori”.

Però ormai, altri eventi incombevano: su tutti, la prima guerra mondiale. In parlamento, Schiavon si oppose con tutte le sue forze all’entrata in guerra dell’Italia. Ma a nulla valsero le sue dichiarazioni e i suoi discorsi. Come a nulla valse il suo voto fermamente contrario, assieme a quello di altri pochi deputati, all’attribuzione dei pieni poteri al governo Salandra. Durante il conflitto, le sue iniziative non si fermarono, anzi aumentarono: si interessò sul piano privato e istituzionale, di quanti stavano al fronte e delle loro famiglie, di prigionieri, vedove e orfani sino agli sfollati che fuggivano dalle terre occupate.

A guerra conclusa, Schiavon pensò ai danni materiali e morali prodotti dall’evento bellico, ma anche alle nuove prospettive culturali e politiche che si aprivano. Con altri tre deputati presentò, il 24 novembre 1918, un ordine del giorno che enunciava alla Camera parole e principi che furono poi ripresi da don Luigi Sturzo quando, il 18 gennaio 1919, lanciò l’appello “A tutti gli uomini liberi e forti” e presentò il programma del Partito popolare italiano.

La nascita del Ppi e la fine della legislatura (novembre 1919) conclusero l’esperienza di Schiavon cattolico deputato, esperienza fondata sulla responsabilità e sulla libertà personale, e aprirono quella difficile e dolorosa di deputato cattolico nelle file del nuovo partito. Rieletto nel 1919, Schiavon affiancò all’attività di parlamentare quella di responsabile dell’ufficio del lavoro. Alla vecchia attività, da cui mancava da anni, fu spinto a tornare per le insistenze delle organizzazioni cattoliche e dello stesso vescovo. Così il professore ritornò agli incontri, ai dibattiti anche polemici, alle leghe bianche, agli scioperi, con la forza che gli derivava dall’esperienza maturata e dal suo ruolo politico.

Fu quella scelta a determinare la sua prematura fine politica, perché in quegli anni (1920-1921) la frenetica attività e l’opera incisiva gli attirarono le incomprensioni e gli odi dei ricchi proprietari terrieri e dell’alta borghesia cittadina. La stessa chiesa di Padova, inizialmente così sollecitata nel richiedere il suo impegno, cominciò a orientare l’insegnamento e l’attività pratica del clero in altra direzione. Attenuò il sostegno al Ppi e alle leghe bianche e puntò decisamente l’attenzione al risanamento dei costumi e alla cura delle anime.

Le cose precipitarono nell’aprile del 1921, mentre la propaganda e lo squadrismo fascista si facevano minacciosamente sentire e tra socialisti e comunisti si produceva un’irreparabile frattura. Il capo del governo Giovanni Giolitti pensò di approfittare della situazione, inducendo il re a sciogliere le camere e a indire nuove elezioni. Febbrili consultazioni si aprirono all’interno del Partito popolare per definire la lista dei candidati. Ma non un posto si trovò per il professor Schiavon, per il deputato uscente in grado di attirare gran parte dei voti del collegio elettorale. Non era più il tempo dello “strapazzasiori”. Al suo posto fu indicato il conte Leopoldo Ferri, noto possidente terriero e vicepresidente del Credito veneto. Quel Leopoldo Ferri che divenne deputato e sarà espulso nel 1924 dal partito perché voterà a favore di Benito Mussolini. Si concluse così, in maniera traumatica, la tumultuosa storia politica di Sebastiano Schiavon. Così come ebbe termine la sua vita, la vicenda umana di uno straordinario interprete del vangelo del pane. Colpito, pochi mesi dopo il tramonto politico, da una grave malattia al fegato, morì il 30 gennaio 1922, a 38 anni.

La sua vita generosa e tragica fu lo specchio di un’epoca e delle sue contraddizioni. Agli inizi del Novecento in Italia, per una serie di cause e circostanze, prese avvio il percorso della sinistra sociale cattolica. Percorso che si realizzò a prezzo di rotture e lacerazioni che coinvolsero pesantemente il mondo cattolico e l’organizzazione ecclesiastica.

Come la rapida ascesa politica di Sebastiano Schiavon, così la sua brusca liquidazione furono il contraccolpo di tensioni fortissime che attraversarono le più alte gerarchie ecclesiali. Non a caso, due anni dopo, nel 1923, mons. Pellizzo, colui che lo aveva ispirato e sostenuto, fu rimosso dall’incarico di vescovo di Padova e “promosso” al rango di economo della fabbrica di San Pietro.

La chiesa padovana pagò dunque un pesante tributo al suo diretto coinvolgimento nella lotta politica. Ma, in quegli stessi anni, nella nostra regione, grazie all’azione della chiesa, si creò quella nuova classe dirigente che, sotto l’egida della Democrazia cristiana, dominò la scena sociale e politica dal dopoguerra alla fine del 20° secolo.

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