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Linguaggio di interrogativi diversi, ma comuni e vicini a tutti.
Da Trieste una nuova voce poetica

Ivan Tavčar appartiene a quella particolare categoria di autori che hanno confidato ai lettori per la prima volta le loro confessiooni in età matura, nel tempo in cui molti scrittori e poeti già ponderano la decisione del loro definitivo silenzio creativo. Nel 1995 ha pubblicato due sillogi poetiche in lingua italiana (Lo spessore del tempo e Qualcuno verrà), ora (1997) ha visto la luce anche la sua prima raccolta in lingua slovena Ta mala zemska večnost (Questa esigua eternità terrena)".

Conosco Ivan Tavčar, come redattore letterario presso la "Revija 2000", già da alcuni anni. Le sue poesie hanno destato subito la mia attenzione, con il loro stile ben riconoscibile e ponderato, con il loro chiaro e caldo messaggio umano; poesie che risaltavano chiaramente nella generale inondazione versificatrice con la quale i candidati sloveni alla gloria del Parnaso intasano non solo la nostra rivista letteraria, ma anche gli altri periodici. Avendogli risposto a una delle sue prime richieste di pubblicazione con una lettera, nella quale ho cercato di esporgli la mia gioia per la qualità delle sue poesie, ho poi ricevuto da lui un affettuoso riscontro.

E, come dice bene un proverbio sloveno, "parola crea parola"; a ogni suo nuovo invio di poesie è allegato uno scritto, dai quali emerge pian piano la sua genuina figura d'uomo, che in modo benevole e cosciente si nutre di tutto ciò che di meglio gli offre la sua lingua materna.

Non sono in grado di giudicare la qualità delle sue poesie in lingua italiana, così come riesco a fare con il mondo letterario tedesco, ma se in esse vi è soltanto una parte di ciò che rivelano le sue poesie in lingua slovena, allora posso tranquillamente affermare che Tavčar è un poeta nato, un poeta per grazia divina.

Gia Ivanka Herlgold, nella sua recensione, ha scritto: "Le poesie slovene di questa raccolta sono preminentemente di natura contemplativa e possiedono un profondo senso religioso; tematiche molto simili a quelle che troviamo nelle sue poesie italiane. Il poeta svela i suoi pensieri e le sue riflessioni in forma semplice e trasparente. La vita (e la natura con essa) è per lui sacra e misteriosa; l'uomo l'ha però purtroppo profanata e inquinata e vive ora come un essere cieco, sprofondato nelle sue miserevoli e tragiche opere terrene. "

Ed è del tutto vero; la lirica di Tavčar non opera con complicati e ingarbugliati sistemi semantici e sintattici; proprio nella coerenza del suo messaggio poetico si nasconde qualcosa, che possiamo denominare come "un entusiastico dialogo con il mondo", nel quale il poeta vive e opera, ma non come un essere grezzo e ottuso, ma come un sensibile cronista che percepisce anche i più piccoli e deboli cambiamenti dell'esistere nello spazio e nel tempo.

Tutti e quattro i cicli di questa sua raccolta ("Nel vento selvaggio sono la fiamma" – "Ho deposto le armi del peccato" – "Quando il tempo verrà" – "Orientato verso l'eternità") parlano, ognuno con i suoi particolari accenti, degli umani affanni e delle umane solitudini, ma anche della speranza e della fede, con le quali l'autore esprime il suo pensiero poetico, affinché il suo essere non sprofondi nelle tenebre e nella sordità dell'indifferenza e della rassegnazione. Ed è proprio l'ultima poesia di questa raccolta, che ha dato il titolo alla raccolta stessa, che ci parla del come

... lo spirito dell'innocenza
e della fanciulezza
si congiunge allo spirito dell'eternità,
che si può misurare
solo con i profumi e i colori
della dispiegata primavera.
E non c'è nulla di male
se veniamo
involontariamente assordati
da questa esigua eternità terrena. "

Questa esigua eternità terrena è una silloge che non ci testimonia solo la vitalità e l'emozionalità dell'odierna letteratura triestina slovena, ma anche la nascita, sotto il suo cielo, di un nome nuovo, che pone con il suo linguaggio poetico interrogativi diversi, ma comuni e vicini a tutti.

Recensione
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