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Alghe e fanghiglia

Alghe e fanghiglia è il titolo del nuovo libro di versi di Edith Dzieduszycka, la quale continua in esso la sua ininterrotta ricerca poetica, nascente dal dialogo che ella fa con la propria anima. Affiorano così i ricordi dal suo passato, alcuni tristi, altri lieti, ma sempre capaci di rievocare attimi e giorni indelebili del vissuto. «Stanze della mia anima / innumerevoli / sparpagliate smaniose / intorno al nocciolo…» (Stanze della mia anima). Ed errabondi sono i suoi pensieri, che ella raccoglie, per trovare nutrimento al suo estro: «… stare immobile / tesa nell’ora oscura / in ascolto di ogni scricchiolio / della voce lontana che bisbiglia» (Stare in agguato).

Di quanto ella percepisce da questo ascolto si salva talvolta soltanto una parola, che costituisce tuttavia pur sempre un prezioso bene: «Una parola sola / solo quella ricordo / di una poesia comparsa nella notte» e poi sparita «risucchiata nel gorgo in cui spariscono / d’una memoria labile i ritrosi detriti» (Scontato). Un piacere maggiore nasce però in lei dal «vagare / da un pensiero all’altro» senza una meta, mentre l’ora è sospesa «tra l’infimo respiro del tramonto» (Sospesa stava l’ora).

Dice Edith: «Dentro se stessi / scendere / sul fondo irraggiungibile» (Dentro se stessi); e questo ci dà l’idea del procedimento della sua ricerca, che tende ad indagare i recessi dell’io, nei quali ella discende per la virtù della parola. Ma anche la realtà esterna emerge viva dai suoi versi, come accade ad esempio nell’ultima poesia della prima sezione del libro, intitolata L’affiorare, che inizia con questi versi: «Bambini vacillanti dal passo insicuro / bambini oscillanti come bambole russe…» e termina con questi altri: «li culla / li sopisce / incantesimo forse / la nenia tremolante di una vecchia balia / dalla bocca sdentata / dalla chioma d’argento».

La seconda sezione del libro, L’infanzia, è marcatamente autobiografica, affiorando in essa non soltanto i ricordi della prima età della vita, quella più serena, come emerge da questi versi: «Tombolo della mia infanzia / accanto ad una vecchia contadina grinzosa», ma anche i cupi ricordi della guerra, quali emergono da altri versi: «… irruppe a mezzogiorno abbaiando / una squadra feroce / che alla vita vera e a noi tre sorelle / strappò all’improvviso padre e madre» (Successe una mattina plumbea di novembre). E si trattò di un evento traumatico, che privò Edith per sempre della presenza paterna. Si legga: «… presente e bruciante l’assenza di mio padre» (La chiave di quel racconto).

Sono ricordi questi che sono rimasti imperituri nella mente di Edith, e per i quali ella dice: «Ma non può / non deve morire / cancellata dalla memoria stanca / la Verità…». (Ma non può), anche se la vita poi si smarrisce tra "alghe e fanghiglia" e tutto pare perdersi nella nebbia del passato.

La sezione successiva, La nuova vita, si caratterizza per un più intenso sentimento della natura, specie in poesie quali Abbagliata sostavo sul crinale dell’ora, dove si legge: «… profumava di fieno d’erba tagliata viva/l’aria leggera…» o Era lì: «Era lì/l’albero che sognavo/miraggio irraggiungibile/in fondo all’ orizzonte//erto maestoso…» o ancora L’ oleandro sta lì: «L’oleandro sta lì / fermo / rigoglioso / … / L’ho piantato un anno fa…».

C’è in questo libro cocente il rimpianto per le persone amate e per gli amici per sempre perduti: «… troppo presto purtroppo sei partito lontano…» (Con un pugno di note e con poche parole), dedicata a Jacques Brel e «Ho captato di te / uno sfumar di luce…» (Ho captato di te), dedicata a Michele. E c’è il sentimento della precarietà del nostro vivere: «Quanti ne ho persi / nel corso della vita / … / volti sfiorati appena come volti amati» (Quanti ne ho persi), unito a quello dell’imprevedibilità dell’accadere: «Potevo essere te / potevo essere me / oppure chiunque altro» (Potevo essere te). Così come c’è il sentimento dell’autosufficienza: «con me la sera trascorrerò // in fondo ci sto bene…» (Stamattina ho deciso). Dalla sezione L’ego si legga anche: «La mia mente ed io facciamo coppia fissa».

Il libro di Edith si chiude con Le somme, nelle quali troviamo vari spunti ispirativi, che vanno dallo smarrimento cosmico: «Lontano firmamento popolato d’ignoto / a soltanto pensarti viene una vertigine…» (Lontano firmamento popolato d’ignoto) al motivo del giungere di un nuovo anno: «Mezzanotte è passata / Più vecchia di un anno / adesso mi ritrovo…» (Mezzanotte è passata).

Tra le "alghe" e la "fanghiglia", la nostra poetessa trova così anche cose preziose, come il tesoro dei sentimenti: «Rimarrà il sapere / per voi più che sicuro / che qui / vi ho amati» (Leggera non sarò): e sono le cose che più emergono dal contesto. A chi da tempo la segue nel suo itinerario poetico trasmette eletti pensieri, affioranti dalle suggestive immagini e dalle felici soluzioni ritmiche che rendono prezioso il suo dire.

Recensione
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