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Necessaria è l'ironia

Il primo dei Libri del PEN Trieste

In Lettere a un giovane poeta, Rilke consigliava di non lasciarsi dominare dall'ironia, soprattutto nei momenti di scarsa creatività. Suggeriva, invece, di servirsene nei momenti più creativi, ma soltanto come uno strumento, come un mezzo in più per "cogliere la vita", cosi scriveva.

Necessaria e l'ironia - volume che inaugura la collezione I libri del PEN Trieste - rivela la propria intenzione sin dal titolo stesso. L'ironia di Marilla Battilana permea le realtà più diverse e contribuisce a illuminarle e, allo stesso tempo, a concedere loro l'indulgenza, anche necessaria, che le giustifica.

L'autrice presenta una proficua produzione come poetessa (nella quale ha affrontato tematiche come quella esistenziale, sociale o intima), come narratrice (ha scritto romanzi e racconti), saggista, ma anche artista plastica, padrona di risorse che vanno dal classico all'avanguardia. Le sue due passioni, quella letteraria e quella pittorica, hanno potuto convergere nella produzione di poesie visive, una della tante facce della sua vena creativa.

Questo suo nuovo libro riunisce dodici racconti, dei quali dieci hanno visto la luce in diverse riviste. E' stata un'iniziativa felice, quella dell' autrice, di raccoglierli in un unico volume. Il sottotitolo, Racconti dal Nordest, ci si presenta piuttosto come una metonimia, perche lo scenario e il tempo nel quale si iscrivono, cosi come le storie che narrano, vanno al di la della specifica ubicazione e assumono una dimensione maggiore, universale, si suole dire, perche riguardano, in qualche modo, preoccupazioni, aspetti, desideri, timori, onnipresenti nella condizione umana.

Le tematiche che l'autrice affronta sono molteplici, ma tutte legate da un'elaborazione estetica abbastanza rara in questi nostri tempi, in cui la velocità, da più parti, sembra essersi trasformata in valore. Sotto una scrittura che ci si presenta agile e spontanea, sussiste, sicuramente, un lavoro lungo e meticoloso. Marilla Battilana ha una cura particolare per la lingua e i procedimenti letterari; niente nella sua scrittura gratuitamente decorativo, ma al contrario, tutto è funzionale in questi racconti, dove la necessaria ironia (la cui missione è, per l'appunto, illuminare meglio il contenuto) si muove tra limiti precisi e delicati.

Raccontare è stato il piacere degli dei e anche una grande ambizione umana. La nostra autrice semplicemente (e questo avverbio, nel nostro caso, e un enorme pregio) racconta; un'ambizione questa che - in tempi di originalità costruite, e pertanto false, e spesso anche di superflua e diffusa confusione di generi - acquisisce una rilevanza particolare. Ogni scrittore, in qualche momento del suo lavoro, perviene a una stanchezza narrativa, cioè, a quel momento in cui non sa più come risolvere un'impasse e sente la tentazione di risolverlo con una boutade poetica o con qualsiasi altro procedimento alieno alla narrativa. Niente di tutto ciò troveremo in questo libro, poiché tutto è in funzione di questa somma parola: raccontare. Ricordava Nietzsche che per l'artista la forma diventa contenuto. In questo libro, contenuto e forma - per usare una terminologia efficace - si fondono in una simbiosi che non lascia spazio ad alcuna fessura.

I personaggi questi racconti coprono una vasta gamma sociale, che va dalla condizione pin umile alla più elevata, cosi come gli scenari, che possono essere bucolici o urbani. Miserie e incontri e dis-incontri planano in queste pagine. Ironia, cinismo e disincanto sono presenti nel racconto I trafficanti di speranza, argomento di attualità in ogni tempo e spazio. Anche gli oggetti talvolta si animano, come ne La sveglia frustrata, diventando autentici protagonisti.

In alcuni racconti, come in Ponso - che ricorda in parte, nel suo procedimento, il racconto Emma Zunz di Jorge Luis Borges - una bugia, custodita in segreto per pochi, finisce per essere una verità (sebbene con qualche perplessità) per la popolazione di quel piccolo centro della campagna veneta. "Anche loro, in fondo, affascinati dalla possibilità fuggitiva di una favola mai avverata: che tuttavia per un breve periodo era balenata nel loro piccolo centro di Ponso".

Ne Il delitto di Calcutta - la cui azione si svolge in una stanza dell'Università - l'apparizione di una cosa in ascensore può suscitare un brivido nel lettore. E' qualche cosa di spaventoso? Siamo in presenza di un omicidio? Perché questa cosa non può venire nominata? L'autrice ci conduce con maestria dal momento dello stupore iniziale fino a quello della rivelazione della cosa che, tuttavia, non viene nominata. E qui entriamo in campo linguistico-sociale. Nessuno osa nominare la cosa, anche se tutti ne conoscono il nome, perché nell'ambito in cui si svolge l'azione, la parola con la quale verrebbe nominata è passibile di una sanzione sociale. Sembra una visione ancestrale: il tempo della relazione magica tra la parola e la cosa, nella quale il parlante non poteva separarle ed erano una cosa sola, indissolubile. Le relazioni che si stabiliscono tra i membri della Facoltà dinanzi a questa cosa ineffabile e inattesa che nessuno osa rimuovere (nemmeno gli addetti alle pulizie, poiché togliere una simile cosa non rientra nelle loro mansioni), mostrano un mondo grottesco, ipocrita, di piccole miserie, descritto tutto con alto umorismo, fino al momento finale, narrato con suspense, nel quale uno dei protagonisti riferisce al Rettore che la cosa introvabile. Soltanto alla fine sapremo che cos'e successo.

Questo racconto può essere letto come una metafora, vale a dire che trascende il mero ambito del luogo in cui accade e ci offre una visione, spesso nascosta, della realtà. Come in altri racconti, l'autrice suscita la partecipazione del lettore, la sua scrittura invita a nuove congetture, la lettura non finisce con la parola fine. Non ci basta leggere denotativamente, perché c'è sempre un elemento connotativo e metaforico che ci invita a riflettere e arricchisce la lettura. Diceva Emerson che ogni linguaggio è poesia fossile, con la qual cosa, ogni parola, in origine o nella sua evoluzione, è stata il termine di una metafora prima di fissarsi in un determinato significato che, con il passare del tempo, tornerà a diventare il termine di un'altra metafora.

Per Scott Fitzgerald "le belle storie si raccontano da sole". Sono le storie che, sicuramente, precedono la scrittura e che soltanto la vena poetica e l'abile mano narratrice fanno emergere in tutta la loro bellezza. E' il caso di queste storie.

Epilogo felice. Durante la mia presentazione del volume alla Libreria Minerva, è successa una cosa bella, straordinaria, per questo genere di eventi. Parte del pubblico, che aveva già letto il libro, ha rifiutato con un entusiasmo che poche volte ho visto la mia interpretazione del racconto L'abbandonata. Credo che questa apertura al molteplice sia un motivo in più per leggere questo bel libro.

Recensione
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