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La piega storta delle idee

"Il sole non brilla più, / i suoi raggi / sono filtrati / da particelle di aria impura". Non è un incipit scelto a caso tra i versi della silloge di Giovanni Di Lena " La piega storta delle idee " (edizioni Archivia). Si tratta della prima strofa di una poesia dal titolo emblematico "E' sempre l'ora di tacere?".

Niente di melenso o puramente romantico, niente venti di retorica sulle bellezze del mondo o su emozioni palpitanti, niente elogio dei sensi e dei propri incommensurabili piaceri: qui la parola poetica si spoglia di ogni orpello (il cui rumoreggiare spesso viene confuso con il fluire sciolto di una poesia) e "si arma". Puri e semplici, senza ricerche stilistiche ingombranti, questi versi puntano ad utilizzare appieno significati e significanti delle parole e il verseggiare si fa denuncia, espressione di indignazione verso quello che c'è da dire e solitamente si tace, ma invece andrebbe detto. E che cosa allora può essere meglio della poesia che, con eleganza e percorsi trasversali, può arrivare direttamente dove tante altre inutili parole non arrivano? Ficcante quanto diretta, lo stesso autore definisce questa poesia "un'arma spuntata".

Si legge nella toccante "Taranto imbalsamata": "Il Siderurgico è fallito, / come la nostra Repubblica, / fondata sul furto e sugli inganni". Non le manda a dire Di Lena, è chiaro e non indugia su ricerche estetiche svianti, eppure la bellezza di questi versi risuona forte e chiara, pregna di verità. Sono così strettamente legati al principio di realtà che queste parole condensano in versi sapienti i pensieri di molti, la protesta di chi non vuole abbassare la testa, la voce di chi non sopporta più l'indifferenza che ci ha intorpidito l'anima.

Ecco che si ritrova uno spirito collettivo e sociale che non appartiene più ai nostri tempi da oltre un ventennio. Quell'area sempre occupata oggi da una tensione puramente individuale, e autistica spesso, si colora di sociale, di pubblico, di collettivo appunto. Intensi, veri, eppure freschi e musicali, questi versi puntano al risveglio.

"Precarietà operaia", una limpida scrittura, che si apre con un'altra verità scomoda e muta, quanto terribilmente sincera: "Non contiamo più niente / siamo i deportati / della globalizzazione / le pedine / delle multinazionali".

E poi ancora, in un triste crescendo, la quarta strofa: "la precarietà / plasma i principi / sgretola le forze / e incatena la libertà".

Non è libero chi non può contare sulle prpprie forze, su una continuità che garantisca spazi di movimento e soprattutto spazi per sognare.

L'autore è nato a Pisticci, in provincia si Matera, e ha al suo attivo sei raccolte di poesie.

Recensione
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