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Dal fondo dei fati

Nella prima sezione, Per l’anima che è in te, della raccolta di versi di Patrizia Fazzi Dal fondo dei fati entra subito in gioco quello che è non solo uno dei temi dominanti del libro ma di tutta la sua poesia, vale a dire la poesia stessa: la poesia sembra inutile, ma parla anche per gli altri: «Sembra che svenda | parole, || ma sono | anche | la tua voce» (p.15); «Millenaria parola | che irrori la mente | e stimoli gemme sul rigo, || soccorrimi, sovrasta gli schermi, | esplodi nel grigio dei cuori, || fiore spinoso, | trionfante | ritmata | magia» (p.18). Il dolore, il proprio e l’altrui, è la sorgente segreta da cui scaturisce la poesia: «Lascia che bruci, | che scortichi i tessuti, | che stilli l’anima di sangue: || la piaga rifiorirà | fino alle stelle» (p.19). Le parole sono «parole cometa» (p.20) che indicano la strada, sono fonte di pensiero: «risorgeranno parole | e si faranno | nel silenzio | pensiero» (p.21).

La seconda sezione, Vita vivenda, si apre con un vero e proprio inno alla vita: la vita va vissuta e goduta e sofferta fino in fondo, come del resto dice già benissimo il latinismo del titolo, con la sostituzione del gerundivo al normale gerundio. È così introdotto il binomio più complementare che antitetico, nel nostro caso poesia-vita, su cui si regge ogni creazione artistica degna di questo nome. Viene in mente il saggio che Carlo Bo pubblicò nel 1938 su «Frontespizio» Letteratura come vita, fondamentale per gran parte della poesia novecentesca e per le sue anche lontane propaggini. La sintesi perfetta dei due termini è data dall’ultimo componimento della sezione, La scia: «Meteora è la vita | che passa e ci trafigge. || Resta però la scia | di parole luminose» (p.38); ma poco prima Lo scoglio anticipa la sezione seguente (p.35):

Essere quello scoglio
che biancheggia di schiuma

assolato
scavalcato dai flutti
bianco corroso
a strapiombo
nella luce d’azzurro

ma resiste
incuneato alla vita
e s’irradia
di spruzzi di cielo.

Dalla splendida metafora conclusiva incuneato alla vita emerge, implicitamente eppure con la forza dell’evidenza, l’equazione mare=vita. E infatti nella quarta sezione Il vero viaggio spiccano le Cartoline da San Vincenzo, un gruppo fortemente omogeneo di sei testi, dove alla sintesi poesia-vita si unisce un forte sentimento del mare, connotato inequivocabilmente come libertà: «e il gabbiano che sfiora, | con un affondo libero, | il profilo del porto» (p.42); «Acque inondate di luce, | […] | per un attimo | ho creduto in un tuffo libero» (p.45).

Della quinta sezione, Cambio di stagione, è senza dubbio protagonista la fuga del tempo, evocata fin dalla disposizione strutturale dei singoli componimenti, che vanno da Anno nuovo a San Silvestro attraverso primavera estate ed autunno, in modo da rendere quasi fisicamente visibile l’inarrestabile circolarità delle stagioni. Il tema è poi affrontato direttamente, e memorabilmente, nella poesia che dà il titolo alla sezione, in cui l’espressione con la quale nel linguaggio quotidiano ci si riferisce al cambio dei vestiti negli armadi a fine stagione assume valore pregnante (p.59):

Il vento spolvera le strade
arruffa le foglie dei pensieri
sbatte la vita alle finestre.

E più di sempre morde
la rincorsa del tempo […]:

si cambiano gli armadi,
l’estate ritorna nel cassetto.

Si ripiega sgualcito
qualche sogno.

Siamo giunti così alla sezione eponima, Dal fondo dei fati, centrale in tutti i sensi, punto di snodo e di passaggio (anche se certo privilegiata per l’eufonia della doppia allitterazione), fra dolore e speranza, amore e morte, sotto il segno «di un destino | che ha zampe di velluto» (p.72), che arriva e colpisce silenziosamente. Ma alla fine è la speranza a prevalere, come si può vedere dal testo conclusivo, Spes, dove compare l’espressione del titolo: «Senza misura ho dato e darò | linfa di lacrime: || giù giù dal fondo dei fati aspetto | lo sbocciare del tuo seme» (p.75), cioè il seme della speranza.

La sesta sezione, L’anima sul foglio, riprende il binomio indissolubile vita-poesia, ma con una particolare sottolineatura della fedeltà della pagina a ciò che l’anima ditta dentro, con un’aderenza totale fra i due termini: «Bisogna che mi punga la parola | e mi scaraventi l’anima sul foglio…» (p.79), dove l’atto espressivo è quasi il risultato di una violenza. Se talvolta sembra prendere il sopravvento il ripiegamento e la morte viene invocata come amica («Vorrei una morte amica, | una sorella francescana morte | che mi prenda per mano | e mi accompagni. || Ma già sento anche questo | negato dalla sorte», p.84), è poi la vita ad avere la meglio: «ti ringrazio, vita, | e ancora qui ti chiedo | dolori e amori e vita» (p.87).

Il filo siderale della settima sezione è quello che unisce oltre la vita e la morte il poeta alle persone care ormai scomparse: «Sento che c’è una linea che ci unisce, | un filo siderale oltre la vita | e tu sei qui, presente al mio respiro» (p.93), ma poi il discorso si allarga all’unione spirituale con altri esseri umani, vicini e lontani, e si chiude sulle classi da poco diplomate, «piante cresciute tra i banchi | e l’uso del gerundio», «gocce cariche di vita vivenda» (p.105, con una significativa ripresa del titolo della seconda sezione). Un tema, quest’ultimo, non molto frequentato in tempi recenti dai poeti italiani che per vivere hanno fatto la professione di insegnante (forse perché hanno vissuto la scuola come un esilio): mi viene in mente solo un nome, quello di Sauro Albisani (non a caso cresciuto alla scuola di Carlo Betocchi), che in Terra e cenere ha dato largo spazio ad un intenso dialogo ideale con i propri allievi.

Con l’ultima sezione, Vento di poesia, si torna all’inizio, e viene così a chiudersi perfettamente una sorta di struttura a specchio. La poesia parla ancora della poesia, e lo fa rivestendola di immagini: la poesia arriva come un tornado («Arrivi come un tornado | […] | Temporale e arcobaleno | insieme sei, poesia», p.110), è lapillo e lava («E allora come lapillo che schizza | esplode il verso || come lava dolce e inarrestabile…», p.111), è qualcosa da mangiare («ti mangerò, poesia, | e inghiottirò con te, | come polpette calde, | anche i dolori», p.114), è medicina da prendere a gocce («la prendo a gocce come medicina», p.116), «profezia […] che presto o tardi | si avvera» (p.117).

Questa dimensione metalinguistica, appunto questo parlare in poesia della poesia, talvolta rivolgendosi proprio alla poesia, sembra essere la via maestra di Patrizia Fazzi, se già nel libro precedente, Ci vestiremo di versi ( Edizioni Helicon, 2000), aveva cominciato a percorrerla con decisione fin dalle prime pagine: «Ci vestiremo di versi | come di carezze | e per una volta ancora | la poesia si farà amore | e ci salverà». E già allora la poesia era «radiologia dell’anima». Si potrebbe pensare che niente sia cambiato, ma ora l’accento è diverso: dal punto di vista formale si tratta sempre di versi liberi, ma il dettato è ancor più asciutto ed essenziale, prosciugato fino all’osso, sì che si apprezza maggiormente per contrasto l’improvviso fiorire di una metafora destinata ad incidersi nella memoria, e il ritmo si è fatto più rapido, più sicuro e scandito, sorretto di quando in quando da qualche rima forte. Patrizia Fazzi si avvale di strumenti semplicissimi, eppure proprio perché mette in gioco tutta sé stessa, gettando “l’anima sul foglio” con fede assoluta nel valore della poesia, riesce a vincere la scommessa, a riqualificare la parola consunta dall’uso arricchendola di senso e di durata.

San Vincenzo, 10 agosto 2005

Recensione
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