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Il canto stonato della Sirena

Perché stona la sirena di Napoli

In una città smarrita, degradata, drammatica ha perso il suo canto dolcissimo ed ora emette un sibilo acuto e stridulo per l'infelicità, le sofferenze, il dolore e il caos della metropoli. Ed ecco venir fuori la "condizione napoletana" in un duro e appassionato libro di Monica Florio, una serie di racconti attenti alle situazioni di ghettizzazione, emarginazione e diversità in un territorio agonizzante.

Il canto stonato della Sirena è una raccolta di racconti nella quale Monica Florio mostra una grande attenzione e sensibilità verso temi sociali e culturali che le stanno a cuore e che, in un modo o nell'altro, sottolineano situazioni di ghettizzazione, emarginazione e diversità. Situazioni che finiscono, poi, con l'essere non l'eccezione, quanto piuttosto la normalità, nostra o degli altri, la normalità di un quotidiano, la cui cifra, molte volte, è l'infelicità.

Un'infelicità spesso vissuta come indifferenza da parte degli altri o, ancor più spesso, come solitudine in un mondo frenetico e caotico, nel quale c'è poco spazio per l'altro e per le sue sofferenze. I contenuti, talvolta inquietanti, le situazioni dolorose, drammatiche o ambigue, sono rese, come per una forma di compensazione, attraverso una scrittura, in apparenza semplice, ma in realtà ben dominata, che rifugge da leziosità e da artifici retorici lungo il corso della narrazione.

La prosa scarna, stringata, senza sbavature né fronzoli letterari, è una scelta precisa dell'autrice, che in essa vede la forma più idonea e calzante rispetto ai contenuti prescelti, che risultano spesso complessi. Non troviamo sottolineature retoriche né commenti o giudizi personali, neanche là dove, magari, la materia poteva prestare il fianco.

Il racconto è duro, diretto, essenziale e tutto ciò mi sembra molto importante se si considera quanto sia ardua la scelta del racconto come genere letterario, rispetto agli altri generi letterari e, soprattutto, rispetto al romanzo. Una scelta complessa, dunque, quella del racconto.

Occorre muoversi fra una grande varietà di temi e di problematiche e sapere alternare i diversi racconti con gusto e sobrietà per non determinare noia e rendere, invece, la lettura agile e gradevole. Ed è ciò che Monica Florio ha saputo fare.

Questi racconti si alternano con cura come le note di uno spartito musicale, in modo da creare la giusta armonia, un ordito, una tessitura, nel segno non dell'omogeneità, tanto cara ad alcuni, bensì in nome dell'interessante varietà, che dia ragione dell'unità del tutto. E che cosa, dunque, può dare ragione di questa unità? Che cosa può accomunare questi racconti così vari e diversi? Ce lo dice il titolo.

Un titolo suggestivo. Il canto stonato della sirena. Sì perché questi sono "racconti di una città smarrita", come si legge nel sottotitolo, un sottotitolo anch'esso molto appropriato e seducente. Sullo sfondo di questi racconti compare, infatti, Napoli, la Napoli che si fa sentire, appunto, attraverso il canto stonato della sirena, di una sirena che ha perduto la sua solarità. Questo canto, in alcuni punti, viene avvertito come un lamento sofferto, altre volte, come lo stridìo di un sibilo acuto, là dove i sentimenti diventano estremi, incontrollati, talvolta espressione di una caotica nevrosi.

In una città smarrita, degradata, drammatica ha perso il suo canto dolcissimo ed ora emette un sibilo acuto e stridulo per l'infelicità, le sofferenze, il dolore e il caos della metropoli. Ed ecco venir fuori la "condizione napoletana" in un duro e appassionato libro di Monica Florio, una serie di racconti attenti alle situazioni di ghettizzazione, emarginazione e diversità in un territorio agonizzante.

La Napoli che fa da sfondo non è affatto la Napoli del folklore, della cartolina con il pennacchio del Vesuvio, il suo bel golfo, il cielo, il mare blu. Non è la Napoli dell'eterno sole. Qui il sole, quando c'è, è un sole che - è il caso di dire foscolianamente - risplende "sulle sciagure umane". Monica Florio accende i riflettori sulla nostra città, sul suo tessuto culturale e sociale. È la Napoli degli emarginati, degli anomali, dei perdenti, discriminati e ghettizzati dalla malattia, dal dolore, dalla diversità o dalla miseria e verso questi suoi personaggi l'autrice amorevolmente si volge, come opportunamente sottolinea Giovanna Mozzillo nella sua presentazione.

Si china con tenera e compassionevole sollecitudine verso di essi per comprenderli, per interpretarne le pene, le ansie, le delusioni, le frustrazioni, per poi parteciparle a noi e permetterci di riviverle attraverso una scrittura piana e calzante. Questa Napoli, che fa da sfondo e da cornice, è anche la Napoli degli arrivisti, dei piccoli arrampicatori, di quel sottobosco di gelosie, di invidie, di rivalità, che, talvolta, prospera nei salotti bene della città.

È la Napoli dei "giornalisti da strapazzo", sempre a caccia di pettegolezzi e di gossip, di voci messe in giro ad arte, al solo scopo di ferire e colpire diritto al cuore, come nell'ultimo racconto, che chiude il libro, "Tutto su Cora". Vi si narra la storia delle due amiche scrittrici e della loro presunta amicizia lesbica, messa in giro unicamente per dividerle e, da amiche, farle diventare rivali.

È la Napoli degli "imbrattacarte", degli pseudointellettuali, degli avvoltoi senza scrupoli, "di quell'anticaglia di scrittori falliti", come il Sergio Mayer del racconto "Le ragioni di un mito", il Sergio Mayer, reso celebre dall'unico libro da lui non scritto, uno di quegli pseudo scrittori, che hanno più fiuto e furbizia che talento e che non ci pensano due volte a ricorrere ad un furto letterario, ai danni di una giovane scrittrice, la quale aveva commesso l'errore di consegnare il suo manoscritto. Storie di una drammatica, sofferta e riconquistata libertà, come nel caso de "La scelta di Milla", in cui si racconta della giovane extracomunitaria, del suo amico, il cieco e distinto Aldo, e del suo malvagio protettore, il cinico omicida Kraus, "perennemente sbronzo e intontito dall'alcol e dalla droga." Storie di omosessualità, di pedofilia, appena accennate da un linguaggio velato ed allusivo, storie di portatori di handicap, di persone segnate dal destino o da un destino segnato, se più vi aggrada, che coltivano nel cuore "un disperato bisogno d'amore", spesso non colto né soddisfatto da chi è a loro più vicino.

Eppure, talvolta, in questi racconti, nel buio filtra il flebile chiarore di una luce, che a mala pena si intravede da lontano, ma che riesce a trasformare la sofferenza e i mali della vita in possibilità di riscatto, a mutare il pianto in sorriso, come accade alla protagonista di "Seduzione a passo di danza". Perfino questa donna, condannata alla sedia a rotelle per aver perso l'uso delle gambe, dopo un grave incidente d'auto, perfino lei, che ormai si ritrova esclusa dal mondo e si sente un inutile relitto, perfino lei, grazie al richiamo seducente di una musica e al gesto di saluto di un lontano amico ritrovato, riesce a pensare che la vita o "il caso bizzarro" le stiano offrendo una "ulteriore, preziosa occasione" da cogliere a volo, dopo avere sprecato, negli anni migliori della giovinezza, "le mille opportunità, regalate da un destino (allora) benevolo".

Qui, come altrove, dietro l'angolo, un chiarore, dopo il buio della notte, la luce accecante del sole, che si confonde con la dolcezza delle note musicali. Sono storie crude, tragiche, ma anche dolci e tenere, nelle quali, come si diceva, il commento è lasciato al lettore, così come, talvolta, anche la comprensione di alcuni racconti, velati da metafore, che sono spesso da decodificare per coglierne il senso nascosto.

Anche la chiusa di un racconto, in qualche caso, è affidata al lettore, tutta da costruire, tra il detto e il non detto, il definito e l'indefinito, lasciata a mezz'aria, adombrata da allusioni, sottolineature leggere, fra le righe. È da rilevare, poi, che questi personaggi parlano tutti in prima persona.

Sono esseri umani che si raccontano e cercano di avere un contatto, una presa diretta con il lettore.

Personaggi, lo abbiamo detto, spesso molto soli, come il piccolo Luca del racconto "Innocenti evasioni". Egli ha, come unico amico vero, il suo orsacchiotto, Harry, e con lui si confida, a lui narra del matrimonio infranto dei suoi genitori.

C'è un papà, c'è una mamma e c'è una lei, Manuela, che si divide fra entrambi. È il bambino a commentare quanto accade nella sua famiglia e nella sua casa. È un racconto in cui s'intrecciano tematiche scottanti e balza in piena luce la sofferenza di tanti bambini di oggi, che non riescono sempre ad esprimere quello che provano quando l'unione dei loro genitori è in pieno fallimento. Essi si sentono sempre più soli tra guerriglie interne e battaglie legali fra avvocati. Il tutto è colto in modo sfumato ed indiretto che rende ancora più triste l'intera situazione.

Personaggi emarginati, anomali, perdenti, si diceva in apertura, come il protagonista del racconto lungo "Uno solo" (l'unico parzialmente edito perché apparso in forma ridotta, col titolo "Only one", nella raccolta "Partenope pandemonium") che ritorna a Napoli "dopo dieci anni di assenza" e ritrova una città "agonizzante." Egli si muove nel cuore del Vomero, "tra insegne cadenti e rifiuti in decomposizione", un Vomero allucinato e perso, da cui tutti sono fuggiti a seguito di un esodo che ha del fantascientifico, ma non troppo. Un uomo solo, che avanza per le strade deserte di un quartiere ormai abbandonato da tutti, un quartiere fantasma di una città degradata e sommersa dai suoi mali.

Un uomo solo, e qualche bambino, anch'egli solo, tra le insidie di cani affamati, assetati di sangue... Un libro ricco, vario ed interessante, da leggere tutto e tutto d'un fiato. (Il canto stonato della Sirena di Monica Florio, Ilmondodisuklibri, 144 pagine, 13 euro).

Recensione
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