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Intellettuali, ideologie e programmi di ricerca
nelle riviste italiane del primo Novecento

1. Ruolo delle riviste nella cultura italiana del Novecento.
2. La “stagione delle riviste” nel primo decennio del Novecento.
3. La “scoperta” dell’America.
4. Le “riviste giovanili” degli anni Venti-Trenta
5. Le riviste nel quinquennio 1944-1948.
6. Le riviste dei primi anni Cinquanta.
7. Alcune considerazioni conclusive].

1. Ruolo delle riviste nella cultura italiana del Novecento

Uno degli aspetti più importanti della cultura italiana del Novecento è il ruolo del tutto particolare che hanno avuto le riviste come centri di raccolta e di aggregazione degli intellettuali, come strumenti di orientamento teorico e di progettazione ideologica. In altri termini, le correnti della produzione filosofica, artistica e della critica, che nei vari campi hanno segnato la storia del Novecento, hanno trovato nelle riviste sorte nei principali centri culturali del Paese, gli scenari più adatti al confronto, a volte anche aspro, delle idee.

Uno dei caratteri peculiari delle riviste dei primi anni del Novecento, è che sono dirette dall'ultima, più giovane generazione che non riconosce più nell'università il luogo privilegiato della formazione e destinazione del personale culturale della nuova Italia. Fra le molte ricordiamo: “Leonardo” (1903-1907), “Il Regno” (1903-1906), “La Critica” (1903-1944), “Hermes” (1904-1906), “Divenire sociale” (1905-1910), “Il Rinnovamento” (1907-1909), “Revue du Nord” (1905-1907), “Prose” (1906-1908), “Pagine libere” (1907-1911), “La Cultura filosofica”, “Nova et Vetera” (1908), “L'Anima” (1911). Sono pertanto riviste programmaticamente anti-accademiche o anaccademiche, in aperta e fiera polemica con l'establishment intellettuale che da quella istituzione è uscito e ora dirige. Da ciò la critica e il rifiuto dell'“intellettuale accademico”, tradizionalmente separato dalla prassi (sociale e politica), connesso con uno sforzo per creare una nuova unità fra cultura e vita, fra progettazione ideologica e pratica politica. Insomma, c'è in questa generazione la diffusa credenza che occorra compiere un radicale rinnovamento in tutti i campi dell'attività culturale e politica, per porre l'Italia al livello delle nazioni più civili; pertanto si guarda all'Europa e all'America, insieme alla consapevolezza che ciò comporta una lotta culturale molto aspra, resa però urgente dalla diffusa persuasione di trovarsi in una congiuntura storica favorevole per raggiungere questi obiettivi.

Questi intellettuali sono, dunque, e contemporaneamente, critici del sistema e oppositori della cultura tradizionale, e la loro funzione nella società italiana fu notevole per il ruolo eccezionale svolto in Italia dalla cultura; “una funzione quasi sostitutiva di quella svolta dall’economia presso società più avanzate” (Giampiero Carocci). A tale proposito va rilevato che di fronte ai nuovi fermenti culturali, alle proposte di rinnovamento espressi da ogni generazione di intellettuali, l’istituzione culturale per eccellenza, l’università, si è rivelata largamente inadeguata ad integrare via via le nuove generazioni di validi intellettuali. E ciò perchè l'università italiana, per ragioni connesse alle scelte di politica culturale compiute dalle classi dirigenti post-risorgimentali. Essa non è nata né come centro di ricerca scientifica, secondo il modello tedesco, né come centro di preparazione professionale, secondo il modello francese. Essa è sorta come luogo di “alta cultura”, ossia come un’istituzione di tipo medievale, fortemente selettiva sul piano culturale, e perciò particolarmente refrattaria agli orientamenti che non sorgono al suo interno ma al di fuori, e per tale motivo considerati portatori di richieste e progetti culturali eversivi. Così, questi intellettuali, che hanno rappresentato una cultura d’avanguardia, con una notevole capacità di stabilire rapporti diretti e produttivi con la cultura europea più avanzata, non hanno perlopiù trovato un’adeguata “udienza” o consenso da parte della borghesia. Da ciò, la loro costante oscillazione fra “opposti estremismi”, tra un ribellismo di tipo anarcoide o una conclusiva integrazione nel sistema. Una scelta, questa, che costituisce una ‘costante’ nella cultura novecentesca.

Si può registrare qualche caso in cui il rapporto fra intellettuali e società ha conosciuto una soluzione soddisfacente. Norberto Bobbio, occupandosi della cultura torinese a proposito del fiorire di riviste nella cultura italiana del primo Novecento, ha proposto un confronto con le riviste giovanili dell'area fiorentina. Le prime gli parevano esprimere proposte culturali “ragionevoli”, nella persuasione che potevano essere accettate o accolte da un ceto intellettuale aperto alle esigenze di rinnovamento; le seconde, invece, si distinguevano per una certa animosità nei confronti della cultura umanistica tradizionale, prospettando, sullo slancio della polemica, un profondo rinnovamento culturale che prevedeva l'accoglimento dei fermenti del pragmatismo e, nel contempo, la critica radicale del positivismo, oltre che una riforma d'ispirazione modernista che doveva coinvolgere anche la Chiesa.

La divaricazione così prospettata, trova una possibile spiegazione nel fatto che alle riviste torinesi manca l’atteggiamento di “rottura” così caratteristicamente ‘fiorentino’. Esse vedono la luce in uno spazio culturale e sociale in cui un solido ceto liberale ha saputo predisporre l'integrazione dei propri gruppi intellettuali nell'ambito delle istituzioni, delle professioni e della scuola, al cui interno hanno saputo assumere funzioni di indubbia importanza e scalare posizioni di prestigio nonostante tutto, nell'arco di tutto il Novecento.

2. La “stagione delle riviste” nel primo decennio del Novecento

Con l’avvio della svolta politica dell’inizio del Novecento, il modello liberal-autoritario di Francesco Crispi è soppiantato, dopo alcune tragiche vicende, da quello liberale di Giovanni Giolitti. Ora, gli ultimi, drammatici anni di fine Ottocento sono stati vissuti, dagli intellettuali liberali, nella consapevolezza della posta in gioco, e perciò si sono schierati decisamente con le forze che propugnavano un cambiamento radicale nella vita politica, civile e culturale del Paese, così gli effetti sul piano culturale sono stati pressoché immediati.

La cultura italiana del primo decennio del Novecento è in larga parte caratterizzata dalla presenza delle riviste come centri di elaborazione di nuove idee, luoghi di formazione degli intellettuali dei nuovi apparati culturali e politici che in Italia emergono nel momento di transizione dalla politica di élite a quella di massa, momento che inizia con le elezioni del 1913 quando il suffragio passò dal 7 al 25%.

Questi intellettuali percepirono la crisi di fine secolo e il suo sbocco liberale come un cambiamento di regime, e alla luce di questa considerazione generale, giudicarono che il positivismo aveva perso la sua capacità di direzione culturale; direzione fortemente compromessa dall’avere fornito una legittimazione a un potere politico che è approdato a forme illiberali. In questo modo non l’università ma i giornali e le riviste diventarono i nuovi centri del dibattito culturale, assicurando un rapporto con la società ormai avviata al decollo industriale e all’ammodernamento del proprio personale professionale e culturale. Criticare il positivismo significò, pertanto, non solo respingere un orientamento di pensiero, ma anche un consolidato costume etico-politico esemplificato nel trasformismo. E dal momento che il positivismo italiano aveva assolto un ruolo egemonico anche verso larghi settori dell’intellettualità socialista, tanto che lo stesso marxismo era apparso, specie nel filone rappresentato da due dei maggiori ideologi del Partito socialista, Filippo Turati ed Enrico Ferri, una “variante” positivistica, la critica al positivismo si estese allo stesso socialismo.

Queste riviste pongono in termini perentori l'esigenza di una riforma intellettuale e morale dell'Italia, analoga (e in sostituzione) a quella riforma protestante che è alla base della modernità politica. In conclusione, questa nuova generazione di intellettuali ha un’acuta consapevolezza di partecipare a una vera e propria rivoluzione culturale che coinvolge, in un processo di rapida trasformazione, i saperi costituiti, le istituzioni, e le stesse legittimazioni ideologiche che di tali istituzioni erano state date dalla cultura post-unitaria. Il pragmatismo, l’idealismo, il modernismo e il sindacalismo rivoluzionario sono gli orientamenti dell’avanguardia filosofica del primo Novecento che esprimono le richieste di un radicale rinnovamento entro le rispettive cerchie politico-culturali. Siamo così di fronte all’emergere di un soggettivismo che è l’espressione di un “volontarismo diffuso”, il quale peraltro non nasce in vacuo, ma come parte essenziale di quella potente sollecitazione dello sviluppo che comprende un ampio arco culturale e politico.

La rivista fiorentina “Leonardo” (1903-1907), centro di elaborazione e diffusione del pragmatismo italiano, è stata la punta avanzata fra le riviste di questo periodo nella lotta contro il positivismo, condotto soprattutto con le armi della stroncatura fino allo scherno. Inoltre, è stata contro tutte le “posizioni di rendita” di tipo accademico, per un inserimento in questa istituzione dei nuovi saperi (sociologia, psicologia, ecc.); una lotta essenziale per l’ammodernamento culturale dell’Italia.

Una svolta decisiva si ha anche nel pensiero economico, che determina l’eclissi dei paradigmi dominanti nel trentennio precedente (1870-1900) come il sociologismo storicista, il germanesimo economico, il sociofilismo evoluzionista, il marx-lorianesimo. In altri termini, la nuova ideologia dello sviluppo non può accettare teorie fondate sul “gradualismo” come il positivismo comtiano, lo storicismo, l’evoluzionismo biologico darwiniano e quello socialista: paradigmi adeguati a un modello di sviluppo del riformismo conservatore, in cui i teorici del sindacalismo rivoluzionario fanno rientrare il riformismo. Quel che ora emerge è una potente accelerazione dello sviluppo che esalta l’interventismo e il protagonismo dei capitani di avventura; uno sviluppo fondato su una ferrea volontà d’azione capace di far fare quel grande “balzo in avanti” a un Paese come l’Italia che è giunto tardi all’unità nazionale rispetto alle altre nazioni europee, e intende superare il gap esistente con gli altri Paesi europei. In conclusione, gli orientamenti di pensiero che si affermano all’inizio del Novecento hanno un carattere che li accomuna: il decisionismo. È decisionista il nazionalismo, il sindacalismo rivoluzionario, il fascismo; sono decisionisti Croce e Gentile; Mussolini, Rocco e Gramsci. In breve, si può affermare che in Italia il decisionismo è la “cifra” della prima metà del “secolo breve”.

3. Americanismo-antiamericanismo

Uno dei problemi che ha determinato nette contrapposizioni nella cultura novecentesca riguarda l’atteggiamento da assumere verso l’America (la sua cultura, costume, modello economico, ecc.); essere pro o contro l'America è stato un criterio discriminante fra due atteggiamenti contrapposti, così l’alternativa “americanismo-antiamericanismo” attraversa tutto il Novecento italiano, e se l'americanismo fu una componente essenziale del pragmatismo italiano, che ha così continuato una tradizione illuministica e poi positivistica, l'anti-americanismo lo fu per l'idealismo; ma è stato criticato e rifiutato anche dalla filosofia cattolica, che considerò il modernismo un pragmatismo religioso e dal marxismo italiano, e non solo (Lenin in Materialismo ed empiriocriticismo del 1908, identifica il machismo, al centro della sua polemica, con il pragmatismo).

Nel corso del primo Novecento l'America è presente in Italia in tre momenti distinti e decisivi: il primo decennio del secolo, attraverso la rivista “Leonardo”, il 1918 con l’intervento “epocale” degli Stati Uniti nell’Europa; da quell’anno in poi essi sono parte integrante ed essenziale della storia europea e perciò italiana. Il terzo momento è caratterizzato dalla presenza (militare, politica, culturale) dell’America nel secondo dopoguerra.

La ‘prima’ scoperta dell’“American civilization” avviene prima che attraverso la letteratura, sul terreno filosofico con il pragmatismo americano, fatto conoscere e discutere dai pragmatisti italiani Vailati, Calderoni, Papini e Prezzolini attraverso il “Leonardo”. Essa si presenta, secondo qualche critico come Giovanni Amendola, come “business philosophy”, mentre i filosofi fatti conoscere per la prima volta e discussi sono James e Peirce. Ma già gli industriali Camillo Olivetti e Gianni Agnelli avevano compreso l’importanza dell’America che conobbero direttamente per comprenderne i caratteri di civiltà industre. L'idealismo italiano (sia crociano sia gentiliano) è stato antipragmatista e, più in generale, avverso alla cultura filosofica americana, anche in ciò contrapponendosi al positivismo. Se si tiene poi presente che l'antitesi America-antiAmerica ha avuto un’incidenza notevole nella cultura italiana novecentesca non solo filosofica ma anche letteraria e artistica, specie nel secondo dopoguerra, si comprenderà pienamente il significato culturale dell'antiamericanismo idealistico. In conclusione, nell'idealismo italiano oltre a una incompatibilità filosofica c'è un’opzione culturale pregiudiziale: il rifiuto dell'America come centro dello sviluppo della modernità.

Ma non fu solo l'idealismo a muovere profonde riserve nei confronti del pragmatismo; tutta la cultura accademica, nei suoi diversi orientamenti filosofici, ha elevato una barriera protettiva contro tale orientamento. Lo stesso Croce, sensibile verso le forze culturali allora nascenti, dopo un iniziale tentativo di dialogo e di “contenimento” del “leonardismo”, avviò una forte polemica contro il pragmatismo sia per ragioni filosofiche sia di politica culturale. In quel decennio, infatti, si consumò il progetto di egemonia fra le diverse filosofie allora in competizione, e alla fine risultò vincente l'idealismo. Nella cultura economica e politica di quel periodo, c'è una diffusa critica radicale del rentier che fa parte integrante dell'ideologia dello sviluppo, e l'immagine dell'America che è veicolata in questo periodo attraverso il variegato schieramento liberista, è quella di un Paese che avendo sconfitto il rentier, si avvia a un progresso ininterrotto in tutti i campi dell'attività umana. Ora, il pragmatismo italiano si presenta, sotto questo profilo, come il difensore di questa linea di ammodernamento[1].

Il secondo momento della presenza dell'America in Italia (e in Europa) è il 1918. C'è un fatto, in quell’anno, che ha un rilievo di lungo periodo nel contesto italiano ed europeo fra le due guerre: è la centralità europea degli Stati Uniti a partire dalla sua entrata in guerra a fianco della Triplice Intesa, coeva alla mitologia societaria di Wilson fino al crollo di Wall Street del 1929. Negli anni Venti-Trenta, numerosi filosofi, Aliotta e Vidari, A. Levi e Masci, Calò e Guzzo e altri ancora, intervennero sul pragmatismo americano, considerandolo parte di un orientamento generale contro cui svilupparono una forte polemica. Nel corso di vent’anni – 1920-1930 -, tutti gli orientamenti filosofici assunsero una posizione polemica o critica verso il pragmatismo, e tutto ciò senza discutere o accennare, ossia legittimare, il pragmatismo italiano, in particolare il pensiero di Giovanni Vailati, suo massimo rappresentante in Italia.

Infine, nelle riviste di questo periodo, come “La libra” (1928-1930), “Orpheus” (1932-1933), “Il Cantiere” (1934-1935), “Cantiere” (1938-1935), “Corrente” (1938-1940), si riscontrano vivi interessi per quelle filosofìe che sono state “condannate” dal neoidealismo e fra queste appunto il pragmatismo. “Il Saggiatore” (1932-1933) è la rivista che ha più apertamente discusso e accolto il pragmatismo come criterio di orientamento e di giudizio delle tendenze fìlosofìche e letterarie allora presenti in Italia. La rivista enuncia fin dall'inizio il suo anti-attualismo e accetta il pragmatismo in quanto «non spersonalizza, in quanto non è regola, precetto, legge, è piuttosto una situazione».

Dopo il “crollo” c'è una diffusa disillusione verso l'americanismo fascista e non; si scopre che l'America non è una società “organica”, ma ha in sé gli elementi di una disgregazione distruttiva, e ciò crea quanto meno un atteggiamento interrogativo su un modello di sviluppo e di società che era stato considerato un'anticipazione della via che l'Italia doveva percorrere[2]. Diverso è l’atteggiamento vero l’America dei giovani, che “scoprono” il jazz e la letteratura americana. Per avere un’idea abbastanza attendibile della differenza generazionale sull’America, basterà richiamarsi a tre opere che hanno avuto una grande influenza nel veicolare immagini diverse dell’America nella cultura italiana. Ci riferiamo all’opera di Mario Soldati, America primo amore del 1935, un resoconto di un viaggio compiuto dall’autore negli Stati Uniti dal 1929 al 1931; Americana (1941) di Elio Vittorini (non è mai andato in America, come Cesare Pavese), un’antologia della narrativa americana allora quasi sconosciuta, e America amara (1940) di Emilio Cecchi, frutto di due lunghi soggiorni; egli ha un atteggiamento che è stato definito ‘freddo’, ossia non partecipe verso questo Paese, di cui non tace alcuni aspetti negativi con osservazioni sapientemente sarcastiche. Ad esempio, nel capitolo “5000 linciaggi” afferma: “Dal 1882 a oggi, furono linciate negli Stati Uniti oltre 5110 persone. Più di solito, il linciaggio viene riservato ai negri”. Egli ci fa conoscere sì Dos Passos e Faulkner, ma ci presenta un’immagine dell’America opposta al ‘mito’ di quegli anni, mentre Soldati e Vittorini ce ne forniscono una esaltante per i contributi di una letteratura all’avanguardia e per uno stile di vita nuovo, moderno, spregiudicato.

Una delle novità filosofiche più rilevanti negli anni Cinquanta è che c’è la ripresa di interesse per il pragmatismo e il pensiero di Giovanni Vailati; esso fa ora parte integrante dei programmi di ricerca di alcuni filosofi dell'ultima generazione, come Ferruccio Rossi-Landi in filosofia e semiotica; Paolo Facchi in filosofìa del linguaggio; Paolo Bozzi in psicologia; Antonio Santucci nella storiografìa fìlosofìca. Questi sono fra gli studiosi che hanno accolto parte del pensiero vailatiano, e in ogni modo esso ha svolto un ruolo positivo nella scelta di temi e nell'approfondimento di problemi; i contributi di questi studiosi si staccano da tutti gli altri dello stesso periodo per questo intento rielaborativo che li anima.

4. Le “riviste giovanili” degli anni Venti-Trenta

Durante gli anni Trenta sorgono numerose riviste letterarie direttamente organizzate dalle istituzioni fasciste, e anche quelle che sorgono per germinazione spontanea, o come espressione di gruppi culturali ristretti e autonomi, si occupano quasi esclusivamente di letteratura; pochi sono i gli articoli di filosofia ivi presentì. Le nuove riviste fìlosofiche che si pubblicano durante il ventennio in Italia, “non avevano, come si suol dire, una buona stampa” (N. Bobbio). Se si escludono le riviste dirette da Croce, Gentile, Martinetti e Banfi, le altre “erano appannaggio di istituti ufficiali o di professori che possedevano insieme con una cattedra, un sistema compiuto, e la filosofia che ne esalava era quasi sempre l'espressione di una società chiusa che parlava di sé e dentro di sé, a guisa di una arcadia di pastori lontani dal mondo” (N. Bobbio). La “società delle lettere” degli anni Trenta ha un suo spazio culturale sia nel momento in cui offre strumenti di consenso per il regime, sia in quello contestativo, perché essa accetta comunque una sua autosufficienza ideologica di gruppo, precludendosi un impatto immediatamente politico con la realtà. I dibattiti filosofici, quando si sviluppano, mettono in evidenza tensioni e linee culturali antagonistiche non facilmente mediabili: è il caso di quello sull'esistenzialismo sviluppato su “Primato” (1940-1943), la rivista diretta da Giuseppe Bottai, il quale riuscì a convogliare, attorno al fascismo, in un’operazione di articolata collaborazione culturale, una grande parte dei letterati italiani; i filosofi che sono intervenuti, da Abbagnano a Paci, da della Volpe a Luporini, a Banfi e altri, hanno espresso posizioni riprese e approfondite nel dopoguerra.

Nel corso degli anni Trenta si manifestano due fenomeni culturalmente significativi entro il regime fascista; il primo è l'emergere e l’affermarsi di una serie di riviste “giovanili”, fondate e dirette da giovani e non promosse e controllate dal regime, in cui si raccoglie parte della nuova generazione di intellettuali che cerca, per lo più in termini polemici verso la cultura ufficiale, contatti con la cultura europea. I giovani che collaborano a queste riviste hanno assunto come centrale la tematica della “gioventù” e del rinnovamento della cultura, in una varietà di orientamenti che spesso si sono scontrati con le tendenze dominanti della politica culturale del regime. I temi culturali dibattuti sono, sul piano filosofico, la critica all’idealismo crocio-gentiliano e la formulazione di una serie di proposte alternative, che vanno da quella di un nuovo realismo che attinge le sue fonti dalla nostra migliore tradizione positivistica e pragmatistica, a quella esistenzialistica, di “nuovo umanismo” e di neorazionalismo. Il secondo è la presenza di una nuova generazione di filosofi che si forma largamente al di fuori del neoidealismo crocio-gentiliano; Ludovico Geymonat, Paolo Filiasi-Carcano, Giulio Preti, per citarne alcuni, si richiamano a un positivismo o a un kantismo rivisti secondo moduli nuovi rispetto alla nostra tradizione, o a quegli orientamenti, come la fenomenologia, l'esistenzialismo, il neopositivismo, di cui elaborano originali versioni.

In queste riviste, fra cui ricordiamo “La libra” (1928-1930), “Il Saggiatore” (1930-1933), “Orpheus” (1932-1933), “Il Cantiere” (1934-1935), “Cantiere” (1938-1935), “Corrente” (1938-1940), “La Ruota” (1940-1943), si riscontrano vivi interessi per quelle filosofìe che sono state “condannate” dal neoidealismo e fra queste appunto il pragmatismo. “Il Saggiatore” è la rivista che ha più apertamente discusso e accolto il pragmatismo come criterio di orientamento e di giudizio delle tendenze fìlosofiche e letterarie allora presenti in Italia. La rivista enuncia fin dall'inizio il suo anti-attualismo e accetta il pragmatismo in quanto “non spersonalizza, in quanto non è regola, precetto, legge, è piuttosto una situazione.

Com’è noto, la querelle se si può parlare di una ‘cultura fascista’ o se invece il fascismo ha avuto solo una ‘politica della cultura’, si è protratta a lungo nella cultura italiana; ogni generazione di studiosi “scopre” che durante il ventennio fascista gli intellettuali sono stati, nella gran parte, fascisti! Ora, non possiamo soffermarci su tale problema; basteranno due considerazioni. La prima riguarda la riforma della scuola compiuta da Giovanni Gentile all’inizio del regime fascista, con la quale è stato dato un assetto organico all’istituzione fondamentale nella formazione intellettuale dei giovani. Con questa di riforma il fascismo si è dotato di una scuola per la burocrazia, le professioni dei ceti medi e per gli apparati politici piccolo-borghesi; ceti cui la legge si è rivolta con un preciso “mandato educativo”. In breve: la riforma ha disegnato un modello culturale che corrisponde alla realtà delle funzioni dello Stato, ossia alla realtà della burocrazia statale. La burocrazia dello Stato moderno è, infatti, un apparato sostanzialmente piccolo-borghese, e in una società arretrata come quella italiana, rimasta per un lungo periodo sotto il potere oligarchico delle vecchie élite aristocratico-terriere, l'apparato burocratico (amministrativo, giudiziario, pedagogico) ha sempre costituito la prima scala di ascesa sociale per quella piccola-borghesia che non aveva altra alternativa, specie nella società povera della provincia.

Inoltre, il fascismo ha assunto verso gli scrittori, gli intellettuali, che provenivano in larga parte proprio dalla piccola-borghesia, e che non avevano trovato precedentemente un’adeguata udienza da parte della società, dal loro stesso ambiente sociale. Il fascismo, infatti, ha perseguito l’obiettivo prioritario di integrare nel nuovo Stato la piccola-borghesia, un ceto vasto e differenziato, la cui presenza si è rivelata determinante nelle congiunture storiche fondamentali attraversate dal nostro Paese: dalle lotte risorgimentali alla nascita del fascismo, all'affermazione del blocco moderato con una base di massa nel secondo dopoguerra. “Certo il fascismo ebbe una ben precisa e bene articolata politica di allettamento e di suasione nei confronti degli scrittori, degli intellettuali in genere; per quanto poteva dimostrò sempre di riconoscere i loro meriti ed il loro valore; mostrandosi anche tollerante nei loro riguardi, a meno che non si trattasse di avversari accaniti, irreducibili; allora usò la mano forte, la persecuzione, il confino ed il carcere. Ma per gli altri istituì l’Accademia d’Italia, fu generoso di onori, di cariche e di prebende, di nomine a posti rappresentativi, promosse e impose il loro ingresso nelle Università, negli Istituti superiori, nei Conservatori, nelle Accademie di belle arti, negli Istituti di cultura all’estero, per merito, senza concorso, e infine creò un sistema di sussidi e sovvenzioni che li legavano compromettendoli” (Silvio Guarnieri)[3].

Infine, per quanto riguarda la cultura, le difficoltà, e più spesso un atteggiamento di autarchia culturale ha reso difficili le possibilità di rapporti culturali con gli intellettuali di altri Paesi europei. A mio parere, seppure fra non poche difficoltà, gli studiosi che volevano essere informati sugli orientamenti culturali (filosofici, letterari, ecc.) di altri Paesi, ne avevano la possibilità. Se la maggior parte dei filosofi italiani continuò ad accettare e a sviluppare, in diverse “varianti”, l'idealismo, il neotomismo, lo spiritualismo, il criticismo, ciò non avvenne esclusivamente a causa del regime fascista, ma perché non c'era un interesse reale, profondo, verso un tipo di cultura diversa da quella della nostra tradizione retorico-umanistica. Il fascismo aveva valorizzato questa cultura, perché assicurava una certa unità al suo apparato demagogico di propaganda dall'accademia universitaria al giornalismo di provincia. In altri termini, questa cultura retorico-umanistica era accettata più che imposta, perché l'uso autoritario che ne faceva il regime fascista coincideva con l'aspirazione “spontanea” di un certo tipo di intellettuale che, per tale tramite, poteva integrarsi a un certo livello nella società.

5. Le riviste nel quinquennio 1944-1948

A questo punto, è opportuno ricordare che, di là dei vincoli accennati, la cui consapevolezza fu inizialmente fra una élite politica, la Lotta di liberazione nazionale ha determinato, in Italia, una situazione radicalmente nuova; il profondo e vasto processo economico e politico della società italiana ha coinvolto con la guerra prima e la lotta antinazista e antifascista poi, tutte le classi sociali, creando una unità politica nuova volta a un radicale rinnovamento del paese, diversa rispetto al Risorgimento in cui “la coscienza politica degli italiani era ancora elementare; a poche élites intellettuali ed economiche corrispondeva la passività generale che soltanto l’azione, ed il fascino di qualche eminente personalità riusciva a scuotere. Lo prova Garibaldi ed il suo mito» (E. Curiel). Ora, invece, la creazione di organismi di lotta, nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, la riorganizzazione dei partiti, hanno permesso un'ampia e cosciente partecipazione di massa alla lotta contro il fascismo.

Si può dire che la Resistenza ha rappresentato il momento di unificazione politica di diverse classi sociali, coscienti della loro distinzione e della necessità di una lotta comune per comuni obiettivi. La sconfitta del fascismo emargina ed eclissa le due componenti fondamentali del trasformismo politico-culturale italiano: quella massonica e quella liberal-moderata, e i partiti politici di massa emergono come i nuovi protagonisti della vita politica e culturale: sostanzialmente la dc, il pci e il psi, i cui strumenti di formazione del personale politico e culturale sono rappresentati dall'azione cattolica, dai sindacati, dalle organizzazioni di massa e dall'istituzione tradizionale, la scuola. Com’è noto, il blocco moderato ha trovato nel partito dei cattolici il ricambio politico fondamentale, perché la DC era l'unico partito di massa che poteva avere una base popolare-contadina e piccolo-borghese; essa si sostituì ai liberali anche come formazione di partito di ceti medi urbani, ereditandone e garantendone le istituzioni politiche.

Nell'ambito di questa situazione possiamo indicare le diverse linee di politica culturale programmate dalle diverse forze laiche. Una delle caratteristiche più evidenti della nuova situazione culturale rispetto a quella precedentemente esistita, è che non siamo più in presenza di un unico indirizzo fìlosofico dominante; Croce e Gentile erano effettivamente riusciti a operare una articolata e solida unificazione della cultura borghese; l'opposizione al fascismo di Croce, dopo il 1925, aveva però rivelato l'impossibilità, da parte del regime, di assolvere un ruolo egemonico su tutta la cultura italiana, lasciando così aperta una dinamica di contestazione, di critica e di opposizione che si è più o meno sviluppata nei diversi periodi del regime. I nuovi compiti che attendevano i filosofi, vennero sottolineati assai bene dalla “Rivista di filosofia” nella premessa al primo numero del 1946, scritto da tre amici di lunga data: Norberto Bobbio, Augusto Del Noce e Ludovico Geymonat: “Dopo la conclusione di un periodo decisivo per la storia umana — periodo in cui il filosofo, come ogni altro uomo, ha dovuto mettere da parte i suoi problemi più cari e scendere egli pure nel vivo della lotta per impegnare se stesso, talvolta nella difesa dei più alti valori etici, tal altra più semplicemente nella difesa della sua persona, della sua famiglia e della sua casa — occorre che egli torni ai suoi problemi con una serietà più grave, con animo reso più comprensivo e più sincero dal contatto di innumeri esperienze e dolori, con senso più profondo della propria missione e della propria responsabilità”. L’articolo individuava poi “i due pericoli a cui la filosofia si trova oggi esposta. La tentazione dell'evasione accademica o retorica dell'idea e l'opposta del decadentismo o retorica del sentire”.

La cultura filosofica italiana si è caratterizzata subito per una pluralità di orientamenti, resi possibili dal mutato clima di apertura verso pensatori e correnti prima poco conosciuti o esclusi dalla circolazione culturale. Inoltre, le nuove correnti che emergono e si affermano, non riprendono affatto, o riprendono in modo indiretto, filosofie precedenti la nascita del fascismo. La fenomenologia, l'esistenzialismo, il neoempirismo, la filosofia della scienza, non hanno infatti solidi motivi di continuità con la cultura italiana del primo decennio del secolo; questi orientamenti erano sorti nell'ambito della cultura europea degli anni Trenta e in un primo momento non avevano avuto che deboli risonanze in Italia; solo ora, in un più aperto e serrato dialogo con la cultura europea, precisano il loro orientamento.

Nel breve volgere di un quinquennio (1945-1950) si diffonde in tutti gli ambienti un'esigenza sempre più viva di aggiornamento della cultura filosofica e politica. Il primo congresso internazionale di filosofia si svolge a Roma nel 1946 ed è significativamente dedicato a un bilancio dell’esistenzialismo e del marxismo; emergono nuove problematiche ali'interno di ogni campo del sapere: dalla filosofia del diritto alla pedagogia, dalla storiografia alla scienza, discipline che erano state completamente emarginate o escluse dalla circolazione culturale come la psicologia, la psicanalisi, la sociologia, la linguistica, sono ora seriamente studiate.

In particolare la filosofia della scienza e la storia della scienza, che avevano trovato in Enriques un instancabile difensore, cominciano ad essere attivamente discusse. È un campo in cui si fa subito più evidente lo stacco della cultura italiana rispetto a quella europea; pertanto si traducono libri, si organizzano convegni. A Torino sorge, nel 1946, un Centro di studi metodologici, a Milano un Centro di metodologia e analisi del linguaggio (1945) e a Roma un Centro di sintesi (1945). In tali organizzazioni, filosofi e scienziati (matematici, fisici, biologi ecc.) di diversi orientamenti, s’incontrano per una avvertita necessità di aggiornamento e di approfondimento, di verifica delle proprie proposte di studio e di ricerca. Parallelamente a questo interesse per i problemi metodologici delle scienze, si “riscoprono” filosofi prima troppo rapidamente liquidati dall'idealismo, come Giovanni Vailati. Come sostiene Bobbio, scompare la “figura, - così tipica in tutta la nostra storia risorgimentale e post-risorgimentale sino al fascismo incluso - dell'intellettuale mentore o pedagogo, il cui compito principale che lo eleva al di sopra della massa è quello nobilissimo, solenne, sublime, dell’educazione nazionale, quel compito che trae alimento dall'idea che l'Italia è fatta e bisogna fare gli italiani”.

I primi anni del secondo dopoguerra sono caratterizzati da una serie di iniziative che configurano, nel loro insieme, una nuova stagione della storia alquanto tumultuosa delle riviste italiane. È del tutto comprensibile che così accadesse dopo un lungo periodo in cui era stata negata la libera espressione di stampa e la cultura, in generale, era stata sottoposta ad una sorta di libertà vigilata. Gli intellettuali, seguendo i più diversi orientamenti, intendevano riprendere un filo da troppo tempo interrotto ed esprimevano istanze o progetti di rinnovamento.

La posizione più immediata era offerta dalle riviste, espressioni di diverse tendenze culturali, pur destinate spesso a breve esistenza, concorsero ad ogni modo a precisare termini e confronti di orientamenti ideologici diversi, tendenze culturali nuove, non senza stabilire collegamenti spesso preziosi con esperienze della contemporanea cultura europea e americana. Fra le molte iniziative, e tacendo di quelle che furono espressione diretta di partiti e di movimenti politici, ricordiamo “II Ponte” (1945), “Società” (1945), “II Politecnico” (1945), “Humanitas” (1946), “Inventario” (1946), “Studi filosofici” (1946), “I Problemi di Ulisse” (1947). E poi: “Nord-Sud” (D'Ambrosio, Milano), “Lo stato moderno” (M. Paggi, Milano), “Città libera” (G. Granata, Roma), “La nuova Europa” (L. Salvatorelli), “Realtà politica” (B. Bauer), “Nuovo Risorgimento” (V. Fiore, Bari), “L'Acropoli” (A. Omodeo), “Risorgimento Liberale” (M. Pannunzio), “Nuova società” (M. Bonfantini), “Conoscere” (B. Widmar). Dopo il 1948, in seguito a una svolta politica nettamente moderata, cambia la situazione politica e culturale italiana e le riviste assumono nuovi caratteri.

Nell’ambito della cultura di sinistra, accenneremo alle due linee di politica culturale che emersero in questo periodo, emblematicamente rappresentate da “Il Politecnico” (1945-1947) diretto da Elio Vittorini, in cui il richiamo al modello di Cattaneo è programmatico; egli è teso alla ricerca di una nuova cultura, che rompesse radicalmente con la nostra inveterata tradizione retorico-umanistica; l'altra, rappresentata da “Società”, fondata a Firenze da Ranuccio Bianchi Bandinelli, affiancato da una redazione, che costituisce non una variante ma un’alternativa al “Politecnico”. fondata nel 1945, dopo un primo periodo di apertura verso una molteplicità di temi, dal 1947 restringe “l’area dei suoi collaboratori a intellettuali iscritti al Partito comunista o simpatizzanti per esso” (Anna Nozzoli). “II Politecnico” rappresenta il progetto politico-culturale più organico elaborato da una parte degli intellettuali che hanno compiuto il “lungo viaggio” attraverso il fascismo, approdando infine all’antifascismo. Vittorini è uno degli intellettuali che ha partecipato da protagonista alle più importanti discussioni delle riviste dei Guf e letterarie degli anni Trenta, sempre in atteggiamento di ricerca e di critica, al limite della legittimità e tolleranza accettate dal regime fascista. Anche gli altri collaboratori provengono dalla Resistenza; Preti, insieme ad altri allievi di Banfi, imposta e dirige un fondamentale dibattito teorico; egli proviene da un’esperienza militante di opposizione, condotta su “Corrente” (1938-1940) e su “Studi filosofici”, prima serie (1940-1944). “II Politecnico” tentò un'analisi della cultura borghese, in un aperto colloquio con le correnti letterarie e fìlosofiche allora dominanti (esistenzialismo, pragmatismo). Propose il recupero della tradizione letteraria più avanzata evidenziando i limiti che dovevano essere superati; andò alla ricerca della sconosciuta, autentica realtà sociale e umana dell'Italia post-fascista, per indicare le linee di un possibile intervento culturale, per allargare la base del consenso alla democrazia. (Com’è noto, la rivista cessò la pubblicazione dopo un intervento critico, al limite della stroncatura di Palmiro Togliatti e di alcuni intellettuali comunisti come Mario Alicata e Cesare Luporini).

L'altra rivista della sinistra, “Società”, nei primi sei fascicoli del biennio 1945-1946 dà ampio spazio alla letteratura italiana, inglese e russa; pubblica saggi di aggiornamento e di analisi di economia, storia, diritto e alcuni contributi filosofici di Cesare Luporini e Arturo Massolo oltre a documenti, recensioni e rassegne delle riviste politiche; è assente la problematica scientifica. La linea è espressa in editoriali che chiariscono le posizioni e le linee di intervento culturale della rivista; nel primo numero afferma: “Come dice il titolo stesso della rivista, noi crediamo, innanzitutto, a una strettissima, a una intima connessione fra cultura e società che la esprime e in cui essa si esprime”. L'analisi del fascismo, “nato dalle viscere della nostra società”, suggerisce di individuare più i motivi di continuità che quelli di rottura, i pericoli di un ritorno delle vecchie forze che le ragioni di una possibile loro neutralizzazione, la necessità di avviare da parte degli intellettuali, in stretto rapporto di collaborazione con le forze sociali del lavoro “un immenso lavoro, un'operosa costruzione in uno sforzo costante verso un mondo nuovo e migliore”, in cui l'accento è posto più sulla necessità di integrazione nella cultura, con compiti di mediazione dei contrasti, in una visione solidaristica con le forze politiche che combattono per restituire ali'Italia un regime parlamentare. Pertanto, il centro culturale d'interesse è la storia poiché “nessuna conquista nel campo della civiltà umana è possibile, senza un vigoroso e pregnante senso della storia” (R. Bianchi Bandinelli).

Al rinnovamento della cultura filosofica ha dato un contributo rilevantissimo “Studi filosofici”, diretta da Antonio Banfi, con la collaborazione di un ristretto ma agguerrito gruppo di redattori, che hanno approfondito con tendenza unitaria ma differenziata nei contributi, la ricerca nei diversi campi culturali: R. Cantoni, G.M. Bertin, E. Paci, G. Preti, L. Anceschi, D. Formaggio e altri. La linea anti-idealistica della prima serie (1940-1944) in difesa di un problematicismo volto alla delineazione di una sistematica del sapere aperta all’integrazione delle scienze umane, si radicalizza nella nuova serie (1946-1949) nella discussione con l’esistenzialismo, il pragmatismo, il realismo e contro le risorgenti tentazioni spiritualistiche. Banfi precisa subito che la rivista “non vuol essere l’esponente di un particolare indirizzo sistematico. Vuole essere piuttosto un organo di ricerca e di analisi critiche, rivolte a porre in piena luce una differenziazione delle sue forme e delle sue direzioni, la problematica filosofìca, traendola fuori dall'irrigidimento di posizione o soluzioni dogmatiche o dalla contaminazione di generici valori spirituali”. Il punto d'approdo di questa ricerca è stato un materialismo storico antidogmatico, inteso come l'orizzonte teorico più adeguato per inquadrarvi la complessa articolazione del sapere. Un tentativo di aprire un serio dibattito e incontro fra le due culture è condotto, in quegli stessi anni da “Analisi” (rassegna di critica della scienza, 1945-1947) diretta dal fisiologo Giuseppe Fachini, l'astronomo Livio Gratton e Giulio Preti. Nel gennaio 1947 esce il primo dei sei fascicoli di “Sigma” (conoscenza unitaria), a cura di Giuseppe Vaccarino e Vittorio Somenzi con la collaborazione di Silvio Ceccato. Alla fine di una prima ricognizione teorica di carattere generale, i redattori annunciano che proseguiranno la ricerca, con allargamento di collaborazioni e con ulteriore approfondimento di “tecnica filosofica”, dando origine a un'altra rivista, “Methodos”, che infatti inizierà a uscire nel 1949, diretta da Silvio Ceccato, che diventa l’organo dell’operativismo nella versione radicale di Ceccato.

Nel 1946 esce anche la “Rivista di storia della filosofia”, diretta da Mario Dal Pra, con lo scopo di “promuovere le ricerche e gli studi di storia della filosofia sul fondamento di indagini filosofiche severamente condotte e in riferimento a problemi di interesse particolarmente vivo nella cultura del nostro tempo”. Viene avviata una revisione della storiografia filosofica idealistica, la quale aveva analizzato e valutato i pensatori secondo schemi aprioristici; di qui la necessità di un lavoro che “muove dalla coscienza di una maggiore complessità della storia”, attraverso un più serio uso delle fonti e un maggior rispetto delle procedure di accertamento dei dati, trascurati o distorti da chi predetermina la ricerca secondo ben definite categorie filosofiche” (partire dal 1949 diventa Rivista critica di storia della filosofìa”). Oltre a queste nuove riviste, riprendono a uscire alcune testate del periodo precedente; la “Rivista di filosofia” diretta da N. Bobbio, si afferma subito come uno dei centri più vivi del dibattito teorico e storiografico, “Scientia” continua la linea di informazione sulla cultura scientifica europea. Altre riviste mantengono il vecchio orientamento; riprende a uscire il “Giornale critico della filosofia italiana” che, dopo un fascicolo per il periodo 1944-1946, inizia nel 1947 la terza serie come organo della “Fondazione G. Gentile per gli studi filosofici”, “Sophia” (1946) di C. Ottaviano, la “Rivista di filosofia neoscolastica” (1945) diretta da A. Gemelli, le “Ricerche filosofiche” dirette da D. A. Carbone, l'“Archivio di filosofia (1945) diretto da E. Castelli, che diventa una raccolta di monografie su argomenti specifici. Nascono altre riviste di “scuola”, nel senso tradizionale del termine: “Teoresi” (1946) di V. La Via e il “Giornale di metafisica” (1946) di M. F. Sciacca.

Un bilancio del tutto simile vale anche per le pubblicazioni periodiche più direttamente legate alle esperienze artistiche e alla critica d'arte; si tratta perlopiù di numeri unici, documenti di sperimentazioni generosamente indisciplinate, o legate da complicità troppo spesso condizionate da fortunose costellazioni. Il critico d'arte Giuseppe Marchiori ricorda che in quegli anni “c'era molta sfiducia in giro: c'erano troppe coscienze disorientate. Ma la ripresa, almeno nel campo delle arti, poteva avvenire, perché, con la conquista della libertà, ci fu un improvviso, convulso, tumultuoso manifestarsi di esperienze, iniziative, e curiosità culturali: un fenomeno di vitalità, pur nel disordine degli aggiornamenti a tempo di primato" (“Galleria”, 1953). E proprio a Torino, con altre poche città, quell'immediato dopoguerra conosce una straordinaria presenza di pittori, di gallerie d'arte, mostre e dibattiti artistici.

6. Le riviste dei primi anni Cinquanta e il movimento neoilluminista

Gli anni Cinquanta vedono verificarsi una nuova stagione delle riviste, che ancora una volta valgono come strumenti e riferimenti essenziali della vita intellettuale del Paese. Conclusi gli anni dell’immediato dopoguerra, specialmente dopo che nel 1948, con la Costituzione repubblicana, la vittoria elettorale delle forze vincenti (DC e suoi alleati) ne assume uno stabile assetto, peraltro predisposto dagli accordi di Yaka, le riviste che sorgono ora non sono ‘progettuali’ come quelle del decennio precedente, ma ‘propositive’, ossia intendono segnalare modi, tempi, contenuti di un impegno o di un progetto da realizzare, e ciò sullo sfondo di una nuova situazione generale del Paese.

Nei primi anni di questo decennio la guerra di Corea (1950-1953) determina negli Stati Uniti quello che è stato detto il “boom coreano”, che consente a tale Paese di uscire dalla crisi post-bellica del 1946 e oltre. Gli effetti di ricaduta macroeconomia si avvertiranno in tutti i Paesi occidentali, anche se ritardati e di cui non ci si rende conto subito. È in questa mutata situazione di avvio di un circolo economico 'virtuoso' che assistiamo al fenomeno culturale accennato, ossia alla nascita di riviste diverse sì da quelle 'militanti' del primo dopoguerra ma animate da una volontà di rinnovamento culturale e di incidere effettivamente nella società.

Su questa base le riviste laiche e ‘di sinistra’ progettano la conquista dell’egemonia (in senso gramsciano) in un Paese che attraversa processi di modernizzazione i quali introducono profondi mutamenti nel tessuto sociale e una nuova distribuzione delle energie economiche. È questo il periodo in cui si creano le basi di quell'impetuoso sviluppo (poi detto "boom economico") che condurrà l'Italia, nel corso avviato negli anni Sessanta, al livello degli altri Paesi più industrializzati.

Fra le molte riviste, ne segnaliamo alcune fra le più significative: “aut aut” (1951), fondata e diretta da Enzo Paci, che specie nel primo decennio pubblicò saggi di sociologia, arte, musica, linguistica, critica letteraria, con il successivo privilegiamento di tematiche fìlosofiche. Essa fu aperta al confronto con i diversi orientamenti e legata alle posizioni via via assunte da Paci, che è passato dall'esistenzialismo al relazioniamo, con un conclusivo approdo alla fenomenologia. “Civiltà delle macchine” (1953), diretta da Leonardo Sinisgalli, un poeta con in tasca una laurea in ingegneria. La rivista si propose, invece, un incontro tra umanesimo e civiltà tecnologica, con approfondimenti della dimensione filosofìca ed epistemologica dell'impresa scientifica. In questo modo Sinisgalli anticipò temi, come il rapporto tra le cosiddette “due culture”, un problema che sarà al centro di un esteso dibattito nella cultura italiana dopo la pubblicazione nel 1964 del libro di Edgar Snow, Le due culture, con prefazione di Ludovico Geymonat (riproposto senza la prefazione originaria e con interventi di alcuni studiosi, Marsilio, Venezia 2005).

“Cultura e realtà” (1950), diretta da Mario Motta, quattro numeri sotto il motto gilsoniano “distinguere per unire”. Fra i suoi redattori e collaboratori figurano autori vicini alla Casa editrice Einaudi: Felice Balbo, Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, la cui diversa formazione non impedisce loro di confidare nella missione che l'intellettuale dovrebbe svolgere nella società moderna, costruire lo specchio della sua autoriflessione critica. “Galleria” (1949), fondata a Caltanisetta; dopo i primi numeri fu diretta da Leonardo Sciascia. In un primo periodo si pose l'obiettivo di rivalutare la tradizione culturale meridionale; successivamente accentuò l'interesse per la cultura novecentesca italiana e straniera, con un'attenzione particolare verso la produzione poetica. “Il Mulino” (1951), bimestrale di cultura e di politica diretto da Pietro Scoppola, è l'espressione di forze culturali liberal-cattoliche. La rivista mira ad affrontare con linguaggio e criteri obiettivi, vale a dire, se possibile, meno esposti agli umori della contesa politica, i problemi più importanti, come quello di una riforma della scuola. Avversa al neoidealismo e critica dello spiritualismo, aperta alle problematiche religiose e al pensiero di Dewey, Kelsen, Mannheim, dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria assumerà posizioni via via più critiche verso l'Urss.

“Nuovi argomenti” (1953), diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci, si è caratterizzata per i dibattiti su temi culturali di grande rilievo (Comunismo e arte, Lo stalinismo, le inchieste come quella sul colonialismo in Algeria, le biografìe di minatori della Maremma, ecc.). E tutto ciò senza trascurare tematiche teatrali e letterarie. La rivista “Il pensiero critico” (1950), diretta da Remo Cantoni, è interessata soprattutto a tracciare un bilancio del pensiero filosofìco contemporaneo, con posizioni critiche verso le cosiddette filosofìe della crisi. “Nuova Corrente” (1954), diretta da Mario Borselli, propone un rinnovamento della cultura oltre gli steccati della guerra fredda, “verso la sperimentazione di nuove forme espressive originali” (M. Marchi). “Occidente”, nata a Milano nel 1945 per iniziativa di Tino de Marchi, un giovane che aveva compiuto gli studi ad Oxford e si fece promotore di una collaborazione fra studiosi di scienza politica italiani e inglesi; fu diretta dal 1952 da Feruccio Rossi-Landi.

L'urgenza di prospettive nuove penetra e si fa sentire anche nell'area delle pubblicazioni più vicine ai partiti, con il tentativo di sostituire la precedente fase ‘propagandistica’ con un'azione più chiaramente propositiva. Nascono così “Il contemporaneo” (1954), diretto da Romano Bilenchi (passò da settimanale a mensile nel 1958), rivolto al ceto intellettuale di “sinistra”; dopo la morte di Stalin si riteneva che una nuova fase si aprisse in Urss e nei rapporti con i partiti comunisti; “Cronache meridionali” (1954), ove centrale è la riflessione sulle nuove caratteristiche che assume la questione meridionale e i rapporti fra Nord e Sud del Paese. Infine, nasce nel 1953 la “Riforma della scuola”, diretta da Lucio Lomhardo-Radice con l'intento di fornire uno strumento di informazione e di elaborazione per le forze culturali di sinistra, che proprio sul problema della scuola rivelavano una singolare arretratezza. “Mondo operaio” e “Società” furono profondamente rinnovate, come altre testate tradizionali.

L’evento più importante avvenuto all’inizio degli anni Cinquanta è costituito dalla nascita nel 1952 a Torino del movimento neoilluminista il cui “manifesto” fu redatto dal promotore dell'iniziativa, Nicola Abbagnano, con il titolo L'appello alla ragione e le tecniche della ragione (1952), nei cui confronti si è venuta esprimendo una articolazione di posizioni diverse, messe recentemente in evidenza da un saggio di Walter Tega. Già nel 1948 Abbagnano aveva scritto il saggio Verso il nuovo illuminismo: John Dewey, rendendo palesi le coordinate concettuali cui il movimento fondamentalmente si richiamava. È la prima volta che il filosofo di riferimento di un movimento filosofico italiano è uno dei maggiori pragmatisti. Uno dei motivi che hanno reso importante tale movimento, la cui attività si sviluppò nel corso di un decennio (1952-1963), è stato il chiaro “appello alla ragione”, ossia il fatto di essersi apertamente richiamato all'illuminismo entro una cultura, come quella italiana, in cui l'anti-illuminismo ha aggregato correnti diverse politico-culturali: dal cattolicesimo tradizionalista al liberalismo moderato, espressione di una forma aggiornata di tradizionalismo. In questo orientamento si riconobbero il razionalismo critico degli allievi di Banfi e l'esistenzialismo positivo di Abbagnano, l’empirismo di Preti e il nuovo razionalismo di Geymonat, insieme alle sorgenti tendenze analitiche e fenomenologiche sostenute da Rossi-Landi e Paci.

Il rifiuto dell’idealismo e la valorizzazione della tradizione empiristica, che in Italia è sempre stata minoritaria, e in alcuni periodi marginale, è stato una ‘costante’ di tale movimento, che ha alimentato nuovi studi e ricerche, mentre i filosofi pragmatisti americani James e Peirce hanno conosciuto un nuovo interesse da parte di studiosi. Il neoilluminismo italiano non caratterizzò, dunque, un univoco orientamento filosofico; in esso si riconobbero vari orientamenti unificati da un medesimo rifiuto dell’idealismo. Inoltre, c’è un nuovo atteggiamento verso i problemi dell'uomo e della storia, una maggiore attenzione agli strumenti logico-linguistici del mestiere del filosofo, una più vigile cautela nelle generalizzazioni e uno studio accurato e puntuale delle metodologie delle scienze. Lo sorresse la persuasione che non esiste una razionalità assoluta, attingibile con strumenti extra-razionali, ma che la razionalità è umana e l'uomo progredisce solo potenziandola nella concretezza della ricerca scientifica, nella lotta per liberarla dai risorgenti miti e “idola”, insomma dalla permanente tentazione metafisica che esclude la problematicità e l’inesauribile varietà della realtà e della ricerca.

In conclusione, il neoilluminismo designò non una filosofia nel senso tradizionale, di sistemazione compiuta degli “eterni” problemi, ma un nuovo stile di pensiero oltre che una “politica culturale” che ebbe l'obbiettivo di “tradurre i principi in istituzioni vive. Non rifare il mondo, ma partecipando dell'esistente correggerlo” (N. Bobbio). In tutti c'era la persuasione che lo sfondo politico in cui operavano consentiva un'effettiva saldatura dell’intellettuale con la società, e perciò poteva svolgere non più il ruolo ideologico tradizionale ma quello dell'‘ingegnere sociale’, possessore di tecniche, in grado di spiegare razionalmente la realtà e così modificarla; insomma si presentava, affermò Norberto Bobbio, come uno “scopritore, formatore e produttore di un sapere utile all'azione sociale”.

Più complesso è il giudizio sul neoilluminismo come “politica culturale” perché nel dopoguerra, dopo che il blocco moderato ottenne, nelle elezioni del 18 aprile 1948, un amplissimo consenso elettorale, lo spazio politico del riformismo e del radicalismo si restrinse, pertanto le istanze politiche (in senso lato) “neoilluministiche” quando non sono state riassorbite dai partiti di governo non hanno trovato un’adeguata accoglienza nei partiti della sinistra, per diverse ragioni su cui non possiamo ora soffermarci. Sul piano culturale la loro azione è stata più ampia e incisiva, anche in ragione dei limiti del personale culturale dei partiti di massa; si deve peraltro riconoscere che l'influenza culturale esercitata dal movimento neoilluminista è stata molto superiore alla sua consistenza politica, perché era sì un gruppo relativamente ristretto ma aveva solidi legami nel campo giornalistico, universitario ed editoriale. D’altra parte, bisogna riconoscere che un obiettivo fondamentale di “politica culturale” il movimento l’ha raggiunto. Fin dall’inizio è stato fissato un preciso criterio di appartenenza al movimento; esso non ha accolto né i filosofi marxisti, né i filosofi cattolici, unificati da un comune atteggiamento filosofico dogmatico e da un’idea di intellettuale ‘organico’ a un partito o a una chiesa. Essi hanno difeso l’idea di un modello di intellettuale laico, antidogmatico, aperto al confronto fra orientamenti diversi, che usa raffinate tecniche della ragione per comprendere la realtà e progettare una nuova società.

Ora il movimento ha svolto un’efficace azione nell’integrazione accademica della nuova generazione di intellettuali; se noi vediamo quali e quanti filosofi neoilluministi, pur nella diversità di tendenze, hanno avuto una cattedra universitaria in questo decennio e poco più, constateremo che sono stati un ragguardevole numero. Infine, l’idea di Bobbio, poi accolta da altri studiosi, che il movimento ha espresso sostanzialmente una “politica culturale” mi sembra riduttiva, storicamente errata. Se noi facciamo un elenco delle opere filosofiche e di storia della filosofia e della scienza che i neoilluministi hanno pubblicato in questo decennio, constateremo che sono state fra le più valide pubblicate da ogni singolo filosofo. Infine, va ricordato che la “Rivista di filosofia” ha pubblicato gran parte dei contributi dei neoilluministi, e quel decennio è senza dubbio fra i migliori attraversati da questa rivista, allora e dopo.

7. Alcune considerazioni conclusive

Da tutto ciò che si è finora detto, si può dire che nella cultura italiana del Novecento si sono affermati tre modelli di intellettuale. Il primo, nel periodo risorgimentale, emerge l’intellettuale come ‘educatore’ che deve contribuire a fornire una formazione ‘nazionale’ alle nuove generazioni. Nel primo Novecento si afferma la ‘tentazione’ desanctiana (ripresa ciclicamente; ad esempio, una delle critiche che furono rivolte a Vittorini fu proprio una sopravalutazione del ruolo dell’intellettuale). Alla fine della Storia della letteratura italiana De Sanctis è consapevole di avere delineato il paradigma della nostra tradizione (letteraria, scientifica, filosofica, civile); una base sicura per una riforma etico-civile che costituisce la precondizione dello sviluppo del nostro Paese. Nel fondamentale discorso La scienza e la vita egli indica appunto qual è il compito dell’intellettuale: “Rifare il sangue, ricostituire la fibra, rialzare le forze vitali, è il motto non solo della medicina, ma della pedagogia, non solo della storia, ma dell’arte; rialzare le forze vitali, ritemprare i caratteri, e col sentimento della forza rigenerare il coraggio morale, la sincerità, l’iniziativa, la disciplina, l’uomo virile, e perciò l’uomo libero”. Egli sembra richiamare l’intellettuale a un’opera, in certo qual modo, di supplenza rispetto a un ceto politico i cui limiti di fondo nelle loro progettazioni politiche erano sempre più evidenti. Da ciò l’idea, che sarà ripresa in varie formulazioni, di una riforma morale e intellettuale condotta da un ceto intellettuale sulla base di quei valori che possono essere considerati tipici della borghesia laica uscita vittoriosa dal Risorgimento.

Nel periodo fascista, si afferma il modello d’intellettuale fortemente ideologizzato, il cui compito fondamentale è di essere un collettore di consenso del regime; tutte le numerose iniziative messe in atto per dare all’intellettuale uno status rilevante nella società, hanno come contropartita la richiesta di un’adesione che giunge fino all’esaltazione del regime.

Nel secondo dopoguerra si delinea un modello di intellettuale organico non al popolo o alla classe, secondo l’indicazione gramsciana, ma al partito di appartenenza. Contro tale modello il movimento neoilluminista ha proposto l’intellettuale come “ingegnere sociale”, secondo la formula di Bobbio. Sono tre modelli che in tempi e ragioni diverse hanno subito una eclissi definitiva. A mio parere, solo ora, con i cambiamenti in corso nell’università, si stanno creando le condizione perchè anche l’Italia, come gli altri Paesi europei, sia in grado di formare un intellettuale con un profilo culturale e professionale che sia all’altezza dei compiti che una società globalizzata richiede.


Note

[1] Vilfredo Pareto nel suo fondamentale intervento del 1911, definisce in termini esatti l'alternativa. Siamo di fronte, dichiara, a due categorie sociali opposte: «La prima categoria è in gran parte conservatrice, ostile alle novità, che teme sempre un poco, patriottica, nazionalista. La seconda categoria è, al contrario, innovatrice, annusante dappertutto allo scopo di realizzare buone operazioni, internazionalista, giacché riesce ad esercitare la sua industria in ogni dove e per la quale, in fondo, i soldi non hanno patria. Nella prima categoria si trovano gli “abbarbicati”, nella seconda gli “sradicati”». V. Pareto, Redditieri e speculatori, “L'Indipéndance”, 1° maggio 1911, ora in Scritti sociologici, Torino, Utet, 1966, pp. 472-473.

[2] Michela Nacci, L'antiamericanismo in Italia degli anni Trenta, Torino, Boringhieri, 1989.

[3] Silvio Guarnieri, L’intellettuale nel partito, Marsilio editori, Venezia 1976, p. 44.

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