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Prefazione a
Controcanto
di Angela Ambrosini

la Scheda del libro

Alessandro Quasimodo

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenit della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi …

Mario Luzi

"A noi, che non abbiamo / altra felicità che di parole." Questi versi di Camillo Sbarbaro, scelti da Angela Ambrosini come epigrafe della propria raccolta, non potevano essere migliore chiave di lettura per il suo volume. Dirò di più, diventano il filo conduttore di un vero e proprio straordinario racconto in versi. Io che da sempre, direi da quando a cinque anni ho imparato a leggere in un ambiente familiare in cui la poesia era "cibo quotidiano", abituato a essere estremamente selettivo e critico nello scegliere le mie letture, devo ammettere che assai di rado mi sono trovato tra le mani una silloge poetica che mi abbia, fin dalla prima pagina, comunicato senso di appagamento e piacere. La sorpresa è arrivata con Controcanto. E dire che di raccolte me ne sono passate per le mani e davanti agli occhi, potrei dire a migliaia, visto il ruolo che ricopro da tempo di presidente o giurato di importanti premi letterari.

La poesia, dice mio padre in una lettera del 1929 a Salvatore Pugliatti, "non è verbo di tutti i giorni", raccontando come i testi che invia all'amico siano quanto rimane di una severa selezione operata negli anni ("ho mutilato e bruciato"). Quasimodo desidera da Pugliatti un verdetto: condanna o assoluzione perché, aggiunge, se continuasse a fare da solo la cernita, "addio povere cose mie...".

Sono sicuro che Angela Ambrosini, prima di raccogliere in volume le sue poesie, abbia proceduto con un metodo analogo a quello del Premio Nobel. Processo crudele, che ha però portato a un risultato di rara compiutezza e incisività, unite a una profonda sensibilità che tocca le nostre corde più intime.

Mi è capitato, a volte, che nel leggere e valutare poesie, edite e inedite, mi sia venuto da pensare: "Peccato, se i versi si fermassero qui…sarebbero perfetti. Invece, ecco la caduta nell'ovvio e nel banale, nel già detto". Mio padre, per esempio, non sarebbe arrivato alla rarefatta perfezione di "Ed è subito sera" se non avesse avuto l'intuizione autocritica di tagliare l'originaria stesura, alla quale aveva dato il titolo di Solitudini.

Spesso provo un autentico sgomento nel dover valutare pensierini da scuola elementare, allineati per benino al centro pagina e con tanto di giusti margini. Ma come si può tanto ingenuamente pensare di far poesia andando a capo, senza avere la benché minima infarinatura per quel che riguarda la metrica?

Il libro di Angela Ambrosini è, anche da questo punto di vista, esemplare, oltre che per un suo stile personale, scevro da compiacimenti superficiali o, ancor peggio, da trabocchetti di facile sentimentalismo. La sua poesia ha fatto tesoro di approfondite letture di molti autori, contemporanei e non, italiani e stranieri. Cito soltanto alcuni dei "maestri" autori dei versi che ricorrono nel volume a mo' di epigrafe: si chiamano Luzi, Penna, Cardarelli, Jiménez, Eliot, Quasimodo, Yeats, Spaziani, Saba, Shakespeare, Ungaretti e molti altri. Tutti, per l'autrice, sono riferimenti alti, qualcosa di loro aleggia nella sua poesia, ma solo come atmosfera, voluta citazione o, per l'appunto, "controcanto". Maestri, dunque, e allo stesso tempo compagni di strada.

La ricerca della parola, come si può intuire dai già citati versi di Sbarbaro, è la priorità assoluta della poetessa: una parola che è felicità e appagamento, una volta trovata e fatta propria. Ma anche tormento di ricerca e ansia sino a che non affiori quella che sente essere giusta, insostituibile, esatta. Devo tornare a mio padre e ricordare quel suo verso: "Tu ridi che per sillabe mi scarno".

Io credo che il verbo "scarnificarsi" appartenga anche al mondo poetico di Angela Ambrosini, che si prefigge di arrivare al cuore, o forse all'osso delle cose, per restituirle a noi attraverso un libro raro e inconsueto in un'epoca che tiene molto più conto delle apparenze, piuttosto che della sostanza, unico alimento del nostro spirito. A mio parere, la poetessa, che sicuramente merita uno spazio non esiguo tra le voci femminili del nostro tempo, ha raggiunto una propria cifra espressiva personale, che mi piace definire, montalianamente, "scabra ed essenziale", mai algida e distaccata.

Qualche riflessione sulle tematiche in lei più ricorrenti: il tempo, la notte, la natura, gli elementi, i colori. Su una di queste mi voglio soffermare in particolare, che è in qualche modo anche la parola che, più di frequente, incontriamo nella poesia di Angela Ambrosini, che giustamente, intitola la prima sezione di Controcanto, Lievito al tempo.

Il tempo è per la nostra autrice, sintetizzabile non solo nei giorni che trascorrono rapidi, nel rimando al sempre presente tempus fugit, ma soprattutto nell'eterna immobilità di esso, tempus manet quindi, nel suo ripresentarsi spesso, in situazioni già vissute. Ricerca proustiana, ma non del tempo perduto, bensì di quello che da sempre è rimasto immutato dentro di noi. Un riandare a ritroso, quasi un voler far scorrere le lancette dell'orologio in senso antiorario, sino a fermarle su una ritrovata età dell'oro: "quando soffio d'infanzie arruffate /al ricordo più forte s'appiglia...

Cito qui di seguito alcune immagini folgoranti del libro:

"....il pendolo insonne / che di prostrata vita scandisce / i cuori , pungerà adagio / le palpebre al tempo / che definitiva coltre prepara."

" E assopiva la notte / dondolando sull'enigma / del tempo.."

"...e traboccherà dal corrugato fardello / del tempo la tua promessa, / Signore."

"Rimbomba il tempo da stanza a stanza, / da quadro a quadro e scrigno s'apre / al dolore e resa accorata è / il foglio stinto di grafie amate, / ciò che resta del nostro passaggio, / del nostro fare."

"...ti cerco, altra / me stessa, perduta / crisalide d'aria e di sogno"

"...il mare che assorta scia / d'infanzia lento accoglie."

"Non voglio sapere del suadente / dissolversi del tempo / se è il tempo a sospingermi / ancora oltre i solchi del tempo."

E potrei continuare, ma una lettura frammentaria non rende giustizia a questa raccolta, che va letta nella sua compatta integrità, seguendo l'ordine voluto dall'autrice. Sono convinto infatti che, come un romanzo non possa essere scorso casualmente, saltando qua e là o andando a scoprire il finale sovvertendo il plot narrativo, lo stesso valga per una libro di versi.

Per la Ambrosini esiste anche un "valore aggiunto", che conferma la maturità creativa raggiunta. Ha pubblicato infatti anche un piccolo libro di racconti che trattano la problematica del disagio psichico e della follia, "tema che a quanto pare mi è molto congeniale", confessa l'autrice. Il suo Storie dall'ombra è un'ulteriore conferma della qualità letteraria di Angela Ambrosini, che con stile sobrio e lucidità mai impietosa, ma umanamente partecipe, racconta vari casi di patologie psichiche. "Derealizzazione" definisce la sua sindrome, la protagonista Ermione-Erminia del racconto Vite parallele. Cioè l'incapacità di percepire il reale nelle giuste coordinate.

Non a caso, ho voluto ampliare il mio discorso sull'autrice, gettando anche uno sguardo alla sua produzione in prosa, perché ritengo che, almeno per quanto riguarda l'artista umbra, il legame sia strettissimo, come lei stessa ha tenuto a confermare parlandomi (sono parole sue) "della strana consanguineità esistente fra struttura del racconto breve e poesia".

Scelgo di concludere riportando ancora alcuni suoi versi che in me hanno lasciato una non effimera eco.

Estraneo ci appare il passato, se il luogo
che cambia ne cambia i colori
e nuovi profumi consegna
all'olfatto del cuore, ma
adesso che a fiotti risale l'odore
di terra dal nastro degli orti.
di lucciole un rogo mi saetta al ricordo
e volti, sorrisi, estati d'intorno
a mezz'aria a cingere gli anni.

Materiale
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