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Strade di versi

Scene di nuove odissee e geografie d’asfalto, sillabe amorose e altre solitudini, “isole d’umanità spaesata” ed “esuli melodie” si fanno “sussurro dell’universo” nel “grigio della vita” urbana.

Paolo Carlucci, consapevolmente “refrattario alla modernità”, nelle liriche della silloge Strade di versi cerca “la scheggia di luce che resta” quale contrappunto alla noia della banalità o al “carnevale della flessibilità”, ai “crisantemi dell’etere” o agli “amari bocconi”.

Se la vita ferisce e il male incalza, tuttavia una prospettiva di rinascita si cela “tra i bilancieri delle cose”. Un “peso del silenzio / ritrovato / tra tonnellate di voci” misura “pochi grammi / in più / d’Assoluto” e permea “sulla lastra del giorno / l’attimo di luce / il fiore che redime forse”.

Queste composizioni non temono, non eccedono, esse osservano gli accadimenti introspettivi e circostanti tra chiese di periferia e gravezze d’infinito, “tra insegne di negozi / e sale di videogiochi sempre aperti, / come stelle comete metropolitane di città vuote / dove solo, pecca il fedele, utente virtuale / anima SKY tra infiniti spot” esegeti “del silenzio della parola”.

Le tante belle poesie di questa raccolta, strutturate in significative parti dai titoli emblematici, mettono a fuoco il viaggio meditativo riguardo a una sommatoria di esperienze le cui “strade di versi” sono battute da un presente di venti stranieri, d'amore, di “scrigni d’ombra / azzurra d’eterna luce” o “di matrici di speranza / nel pianto nero / dei lumini”.

Nel senso più ampio, la poesia di Carlucci, a mio avviso, sintetizza la metafora di “un oceano di memorie disperso” in un tempo in cui “le icone di profeti antichi” si confondono tra le tenebre dell’inconscio o tra i “giochi di fauni decadenti”, sotto “un cielo di latta”.

La forma e lo schema di rime, talora epigrammatiche, donano ulteriore intensità al linguaggio che scandaglia le esperienze e i riferimenti di un viaggio conoscitivo verso un approdo di senso in una nuova e al contempo originaria patria. “Un rifugiato extra comunitario / solo le ceneri dalle ceneri ha salvato / della memoria […] Si chiamava Enea, / fu il primo / il più antico clandestino, / uno di noi”: dal passato scaturisce “un prossimo lontano futuro”.

Vetuste e attuali geometrie di bellezze o lontananze macchiate di storia “diffondono / belve gentili a pagamento, / la parabola di prati di luce, / di erba bio agitata dal vento / in una specchiera di cielo, / dove le rondini non volano”. Ma anche quando il tono diventa più aspro, il poeta mantiene una cifra stilistica d’intensa liricità e obiettività critica.

Come un moderno Ulisse, Carlucci interpreta il desiderio ancestrale dell’uomo di trovare un approdo certo alla burrascosa navigazione fra gli allegorici mostri quotidiani che popolano “l’atomo opaco del Male”. Prendendo semmai, quale ultima risorsa d’intrepida ironia, “il telecomando” per salvarsi “zapping facendo”.

Recensione
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