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Notizie dalle Esperidi

La terza raccolta poetica di Paolo Ruffilli, Notizie dalle Esperidi nasce "in economia ": voglio dire che si genera al culmine, o ad un punto comunque assai avanzato, di un procedimento teso a distruggere precedenti – e necessarie – impalcature retoriche, nell’accezione specifica del termine, senza che una controretorica si profili, per scelta, a surrogare quella di cui si attesta la cancellazione (o quanto meno la consumazione). Perfino il titolo, Notizie dalle Esperidi potrà apparire a qualcuno indicativo di questa nuova mira, accoppiando nel proprio sintagma felice una entità mitica – con la quale si era già caparbiamente incontrato e scontrato quasi programmaticamente il libro di esordio, La quercia delle gazze, del 1972 – e la distruzione di quel medesimo luogo di riferimento favoloso (le Esperidi, s’intende) attraverso l’uso della "notizia", o meglio di montaliane "notizie", che certifica l’avvenuta visitazione della sede e pertanto la sua irrevocabile, ormai, vanificazione: insomma la perdita, o l’usura, di un "senso" dato e convenzionale.

Ma non vorremmo attribuire ad un titolo valori più ampi di quelli occasionali che non di rado un titolo assume e detiene, sgorgando, come può accadere, anche casuale (ancorché, nel profondo, non si dia poi gratuità alcuna). Osserviamo piuttosto come vengano a ripartirsi le Notizie fornite da Ruffilli: tra un proemio e una clausola di esemplare asciuttezza ambedue – e a mio parere, anzi, sono i luoghi eccellenti dell’intero complesso, per quanto concerne il modello di pronuncia melodica – scorrono quattro sezioni a prima vista diseguali per temi e per vastità, per timbri e preoccupazioni, però di fatto riducibili a un denominatore comune che risulta essere il principio (l’ordine) di mortalità, quando non di morte tout court.

Il libro è infatti un repertorio di epigrafi, espresse o implicite. Sappiamo bene come esista anche una retorica dell’epigrafe, una sorta di sottogenere pesante, fastidioso. Ma l’epigrafia di Ruffilli, si volga a commentare il vissuto ancestrale familiare oppure altre avventure affettive di cui l’io si offre a ravvicinato protagonista; o si tratti ancora della suite sepolcrale d’epilogo dove le figure non pertengono al novero dell’esperienza personale dell’io -, questa intenzione e intonazione d’epigrafe in Ruffilli sgretola d’istinto prima ancora che per convincimento e per calcolo, le regole della commemorazione in ogni luogo del suo nuovo libro. E se qualcuno ha osservato in precedenza che questo giovane scrittore muove – non isolato in quest’impresa, d’altronde – un ipotesi di poesia che viene a contendere con se stessa, ininterrottamente, oltreché con la Poesia come categoriale nozione, da parte nostra vorremo far proseguire quel concetto suggerendo che le Notizie dalle Esperidi contestano un ruolo alla poesia abituale in quanto mirano a sommergere, nel corpo della poesia, la preminenza che vi ha goduto la memoria.

Se l’ultima raccolta di Ruffilli mostra – come nostra – una sua netta originalità, essa si rivela, meglio che nella forme o nei registri sonori pur sempre esperti, nella tenacia con cui a combattere la tradizionale reggenza della memoria il poeta non convoca occasioni e incontri se non memoriali.

In una parola: gli oggetti del ricordo salgono (dalla sfera del ricordo) a dichiarare sulla pagina la loro inutilità, la loro renitenza a venire adoprati tanto nell’uno che nell’altro dei sensi testimoniati in quest’ultima stagione letteraria in due importanti "album di famiglia" (di Lalla Romano e di Nelo Risi: in chiave fermamente commemorativa l’uno, in chiave di autoanalisi indiretta ed infine politica l’altro). Lo "stato di confusa situazione" denunciato ad apertura di libro da Ruffilli insieme alla "tentata relazione / tra un oggi / invano organizzato / e quel che ieri ha teso / ineludibile tracciato", il "il compromesso di parole / vissuto e mai accettato" che si ripete nel testo d’epilogo dove risulterà tuttavia "sempre compromesso" anche il "momento, prassi della storia" poiché l’"agire" non viene accettato come "soluzione", tutto ciò sembra accreditare non soltanto l’impressione di una crisi della parte della memoria già concepita come inesauribile moto di spola fra due distinte sedi d’esperienza ma, più largamente, certifica la disfunzione dell’apparato normativo idea-segno-parola quale si enuncia a suggello della raccolta.

"Condizione è l’idea / (l’oscuro punto di invenzione), / strumento dell’idea il segno / la parola": il timbro risuona addirittura reboriano, ma l’estrema praticità del dettato risponde invece, ora, ad una frustrazione della prassi, destituita dei suoi caratteri "esecutivi" rispetto al piano della dizione. Quell’"idea" che Rebora rinveniva "nelle faccende" ossia nell’azione, sessant’anni più tardi si converte nel ragionamento poetico di Ruffilli, in rinnovata dominante, nei cui riguardi non si prospetta un’autonomia del segno. Piuttosto, l’idea- condizione contestualmente annunciata provoca l’idea-segno, ma sempre tenendola sotto uno stretto controllo. A questo punto, e in una luce simile si chiarisce meglio ciò che proponevo all’inizio di questa nota parlando di economia, di sacrificio, di superamento della retorica.

Non si è espresso con questo, un giudizio di valore sulla raccolta di Ruffilli? Ebbene, quel giudizio per noi sta implicito, e assai positivamente, nel coraggio di tutte le rinunce che abbiamo elencate, e tanto più in quanto il poeta ha sostenuto – superandolo – anche il rischio maggiore, il rischio di una perdita di fisionomia, quando ha scelto di non orientare né verso l’idillio né verso la protesta il repertorio delle proprie o delle altrui (inservibili) memorie. Che queste Notizie dalle Esperidi sappiano mantenere al loro portatore, nonostante la qualità e la quantità dei suoi dinieghi, una fisionomia vitale, questo è un dato che non si dovrà attribuire solamente alla oggettiva forza traente della idea-condizione ma, in misura complementare, all’intelligenza sorprendente della scrittura che ha saputo gestirla lungo la traiettoria del libro e fino al suo rigoroso compimento.

"La Fiera Letteraria", 30 gennaio 1977

Recensione
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