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Concerto

Roberto Mosi, poeta e fotografo, da sempre affascinato dalla sinestesia fra le Arti, ha orchestrato in questo libro-concerto il suo materiale poetico entro una pluralità di partiture in cui i frammenti lirici del vissuto interpretano una sonorità semantica e fonosimbolica che si avvale di suites ora vivaci, ora andanti ora riflessive in adagi. Il testo risulta composito per la struttura polifonica del verseggiare che si avvale di tempi stagionali metaforici nell’alternanza di ritmi interni tra vita attiva e contemplativa.

La scelta della contaminatio nell’ispirazione dei contenuti è la nota dominante che anima le varianti emozionali e cognitive della coscienza nelle sue stratificazioni mnemoniche e storiche.

Le strofe vengono accorpate per temi nel pentagramma del vivere con accenti introspettivi, etici e sociali. Tra attività diurna e notturna / nella polvere del giorno/ si affaccia, a sanare le contraddizioni, il riscatto del Mito nel rinvigorirsi della consapevolezza di un passato da riscoprire, un presente da sostenere e ricostruire per porre le fondamenta di un futuro da profetizzare nel miraggio di un’utopia solidale.

Parole assonnanti e dissonanti si rincorrono a descrivere situazioni e tranches di realtà nella freschezza di un quotidiano da coltivare, nell’adoperarsi per un recupero della cultura del territorio in pause retrospettive, alimentarsi di esperienze aggregative, nell’amicizia confidente di legami interpersonali.

L’andamento ora allegro, ora meditativo della ferialità si impenna nella riproposizione della bellezza come ideale che si incarna nelle Arti figurative di un glorioso passato da riscoprire e soppesare della Firenze Medicea al tempo in cui il neoplatonismo filtrato da Marsilio Ficino trovava il suo corrispettivo allegorico nell’Arte del Botticelli nei noti capolavori: la “ Primavera “ e “ La nascita di Venere”. Riesumare le antiche origini etrusche attraverso la visione del sito archeologico di Populonia vicino al Golfo di Baratti per immergersi nel tempo fecondo e fastoso del Rinascimento, fa riflettere il poeta sul tempo presente per carpire dal passato insegnamenti verso la rifondazione di un rinnovato umanesimo che risignifichi la transizione epocale che stiamo vivendo.

l’arte fecondi / la sterilità dei tempi… inseguendo / le esili tracce dell’utopia.
Oggi c’è bisogno / di bellezza, di simboli / sereni del bello

Il CONCERTO PER FLORA, nel cuore della Raccolta, è dedicata alla figura mitica della ninfa Flora che richiama l’antico appellativo della città di Firenze, “Florentia” che il poeta celebra attraverso una serie di liriche coreograficamente concepite che ruotano attorno alla rappresentazione mitologica così ben espressa nel mirabile linguaggio pittorico, dai cifrati contenuti, dei due capolavori botticelliani.

Mosi è attratto dall’universo immaginifico del Rinascimento fiorentino, lo rivisita e ne sposa le tesi di Cristina Acidini – nel libro ermeneutico “Botticelli. Allegorie mitologiche”, 2001 (Electa) – che mette in campo una chiave di lettura storica, pur tenendo conto della ricca bibliografia metodologica sul piano iconologico che nel tempo si è stratificata nella lettura delle opere stesse.

Consapevoli che la cultura umanistica e neoplatonica nelle sue fonti letterarie antiche e coeve è alla base dell’interpretazione dell’Arte botticelliana (“Il De rerum natura” di Lucrezio, “I fasti di Ovidio”, Apuleio, la poesia di Agnolo Poliziano in particolare le “Stanze per la Giostra di Giuliano” i cui festeggiamenti e giostre erano promosse dai Medici per celebrare i trattati di pace), prevale nell’ipotesi dell’Acidini, quale disvelamento del contenuto principe dell’emblematica figurazione, la celebrazione della “ Rinnovata fioritura di Firenze” (l’antica Florentia richiamata dalla figura di Flora) “nell’eterna primavera ristabilita dai Medici”, pace ristabilita e riconquistata. Il dipinto sarebbe stato concepito dopo la primavera del 1480 quando il Magnifico con un abile politica e un trattato riuscì a porre fine ai due anni di guerra con Ferdinando d’Aragona e di interdetto papale che avevano colpito Firenze dopo la congiura dei Pazzi. L’opera eseguita su commissione del Magnifico rende omaggio alla sua diplomazia pacificatrice, riecchieggiata dal Mercurio raffigurato nella composizione mentre caccia le nubi con il bastone denominato “caduceo” (due serpenti avvinghiati: simbolo, nella tradizione del Dio Eusculapio, di concordia, unione e pace).

Le nove figure allungate e flessuose – Venere dea dell’amore casto e generatore vicino ad un cespuglio di mirto a lei sacro; Cupido che scocca una freccia verso le tre Grazie (le facoltà spirituali dell’humanitas); Mercurio con i calzari alati e il caducéo; Zefiro, il vento che introduce la primavera, rapisce la ninfa Clori dalla cui bocca fuoriescono tralci di fiori; Flora, personificazione di Firenze, divinità giovane e feconda protettrice dei lavori agricoli e della fertilità femminile, prende fiori dal lembo della veste sul suo grembo – si muovono al passo di una danza che si staglia in un hortus conclusus, spazio ideale, dove tutto è armonia di forme e sentimenti, delimitato da un boschetto di agrumi – rifermento al Giardino delle Espèridi con i pomi d’oro considerati frutti dell’immortalità che nel Rinascimento vengono associati ai limoni e agli aranci, detti in latino “mala medica” – fra le cui fronde, con frutti e fiori ben visibili, spuntano anche rami e foglie di alloro, cipresso, conifere, strobilo e mirto ( dietro a Venere). Il fitto manto erboso è intessuto da piante fiorite di cui ne sono state identificate centotrentotto. Fiori che sbocciano nella campagna fiorentina fra marzo e maggio. La campitura a cielo azzurro è una lastra chiara che illumina di una luce astratta la scena nella profusione di eternità.

La stessa “Nascita di Venere” su una conchiglia dalla spuma del mare è simbolo dell’amore divino riservato agli spiriti eletti, simbolo della purezza e dello splendore dell’anima per cui i due Zefiri (figure intrecciate nella coppa Farnese) la sospingono verso terra dove l’attende Flora per coprirla con un ricco manto…. Rinnoverà alla felice / terra di Toscana / i doni dell’amore

Dall’itinerario sublimante rinascimentale i frammenti lirici si ricollegano a tempi più recenti per ritrovare e tessere / il filo della memoria / nelle parole rimembranti del poeta:

Il suono della poesia. / Shelley alla Fonte del Narciso, / i futuristi alle Giubbe Rosse, Montale all’antico Istituto, / Campana a S. Salvi. Dante per ogni dove. /

Lo stesso omaggio alle “tredici tempere su tela” di Vinicio Berti, artista fumettista ed esponente significativo del cosiddetti Astrattismo classico fiorentino del dopoguerra negli anni sessanta, donate alla storica Società di Mutuo Soccorso di Peretola ed esposte nella Casa del Popolo a Firenze – nel II tempo del Concerto per Flora, denominato “Tesori” – ha una doppia valenza: segnano, nella gestualità astraente tra cubismo e futurismo secondo trame segniche dalle verticalità ascensionali costruttive ed energiche tra teoria e prassi ( il manifesto della “ Morfologia costruttiva” 1972), la fisionomia storica dell’antico borgo e ne interpretano il sostrato mitico popolare, dagli episodi della Resistenza antifascista alla rivisitazione di racconti e leggende legate al territorio nella definizione dell’identità di un popolo in cammino.

Se da una parte fanno da controcanto i versi che liberano l’idea di spazialità e progettualità dell’architettura brunelleschiana:

Longarine e ganasce, / tavole di cantiere / si spingono in alto. Lo slancio della cupola, / delle ide in fermento / per la nuova società.

Resistenza – Liberazione – ricostruzione dall’altra emerge liricamente l’idea di “popolo” reso paradigmatico dal famoso quadro di Pelizza da Volpedo nel sua perizia pittorica e programmatica: allegoria delle battaglie politico-sindacali della classe proletaria.

Marcia il Quarto Stato, / una folla in corteo, / Tosca in prima fila, / il bambino in braccio

La stessa tendenza di ”Poesia visiva” nelle interdipendenza fra le Arti di matrice fiorentina del dopoguerra, di cui Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti ne sono stati i più significativi esponenti, risveglia in Mosi il senso emulativo, sulla scia dell’era informatica interattiva e multimediale, nell’affidarsi ai caratteri tipografici visivi per sostenere lo slancio lirico che diviene iconica ricostruzione verso una rinnovata spinta antropocentrica etica ed ecosostenibile che ponga al centro il rifiorire delle facoltà ricreative e industriose dell’uomo, autentiche ed ispirate, nel segno di una ripropositiva primavera di ideali.

Emblematica è la lirica: “Visione”

Un respiro cosmico di fraternità francescana “Sora nostra matre terra” chiude la poliritmicità poetica nell’umile trasfondere di un naturalismo primigenio dei quattro elementi dagli accenti spirituali - canto “Sora nostra matre terra” di un ritorno alle origini della creaturalità come atto intimo e conclusivo del concerto nella dimensione universale.

P.S. Il gruppo ’70 legato alla Poesia visiva - poeti, musicisti, pittori - organizzò due convegni negli anni ’60 sul tema “Arte e comunicazione” e “Arte e tecnologia” nei quali si discuteva di interartisticità o operazioni multi-codice per giungere ad una Poesia Totale: Immagini, suoni rumori, gesti e azioni.

Recensione
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