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Poesie 2009–2016

parte III - Omaggio a Marcel Proust (1871-1922)

La composita Antologia lirica di Roberto Mosi, dal variegato itinerario poetico, è contraddistinta da cicli ispirativi dalla studiata vena evocativa: l’ultima sezione è dedicata alla rivisitazione dell’universo letterario e psicologico di Marcel Proust, scrittore francese carismatico per aver fondato la sua poetica narrativa sulla “memoria involontaria” quale cardine di riesumazione di stati di coscienza nella dialettica tra il passato che riemerge ed il presente che riacquista significato nella cornice di vicende e dinamiche relazionali che trovano una compiuta narrazione nel ciclo monumentale: “A’ la recherche du temps perdu”, polittico che consta di 7 romanzi: “Dalla parte di Swann”, “All’ombra delle fanciulle in fiore”, “I Guermantes”, “Sodoma e Gomorra”, “La prigioniera”, “ La fuggitiva”, “Il tempo ritrovato” (3724 pagine).

L’io narrante tra sonno e veglia si riappropria di ricordi e sensazioni per ricostruire un’identità frammentata e dispersa: come in un preludio di Wagner si attua la resurrezione del passato.

L’opera viene scritta nel lasso di tempo fra il 1909 - all’età di 38 anni - ed il 1922, data in cui M. Proust muore di polmonite: soffriva fin da bambino di una grave forma d’asma. Gli ultimi tre romanzi usciranno postumi.

L’incipit: Le Madeleines ed il loro gradevole impasto.

Lirica di R. Mosi: “La cucina di Proust

Cucina miraggio per la memoria della gola, / il sapore della lettura / mischiata al gusto dei sapori, / i lamponi del Signor Swann / la torta alle mandorle / la crema al cioccolato / l’impasto per la petite madeleine.

….E’ un pomeriggio di inverno. Il narratore è a casa di sua madre che gli offre una tazza di tè con un biscotto. All’assaggiarlo, egli si sente attraversato da sensazioni che non sa comprendere. Facendo il vuoto attorno a sè, riconosce un sapore familiare alla sua infanzia: quello delle “madaleines” che la vecchia zia Léonie gli dava a Combray: l’infanzia ritorna…. Il mondo perduto ritorna….Seguono le passeggiate compiute da piccolo nei dintorni di Combray…. Stretta intimità con la madre, la cui figura si riflette ed è fissata anche nel ritratto della nonna.

Lirica di R. Mosi: “I campanili di Martinville” da Iliers a Cabourg (“Dalla parte di Swann)

Ah, la Francia dei campanili, / delle cattedrali alte / su ondeggianti pianure. / “ Cèleste , la mia opera / è come una cattedrale”.

Lo stesso M. Proust, come si evince dall’inciso citato, paragona la struttura del suo romanzo ad una cattedrale gotica, con le sue zone d’ombra, il moltiplicarsi dei corpi accessori e laterali.

Si compie la sua vocazione letteraria: l’obiettivo era creare il libro assoluto, fare delle esperienze della propria vita i materiali di un’opera d’arte. In quel periodo storico giocano un ruolo decisivo le ascendenze del clima dell’epoca insite nelle correnti letterarie del Simbolismo e del Decadentismo, mentre in filosofia si affermava “l’Intuizionismo” di Henri Bergson.

Salvare il passato, riattingendo ad esso mediante il ricordo multisensoriale – non solo vista ed udito di solito prioritari nel narrare, ma anche gusto, olfatto e tatto – attraverso “Epifanie” che riguardano oggetti, sapori, profumi e dati fenomenici prosaici capaci di evocare la riesumazione di vissuti riaffioranti, mediante l’atto rivelatore della scrittura, da cui lo stesso Roberto Mosi è animato nell’attivare la genialità di Proust, attualizzarla, ricostruendo la sua personalità ed il suo ambiente storico e mondano attraverso il verseggiare lirico studiato in una sorta di transfer psicologico.

Enciclopedia Gev: “Proust distilla il succo vitale della grande esperienza del Decadentismo europeo e, oltre a dare misura classica a questa “commedia umana” e ad aprire la via al romanzo d’analisi del Novecento, testimonia in modo emblematico un atteggiamento morale e di una crisi che lo collocano a lato degli altri grandi creatori della cultura novecentesca: Mann, Joyce, Musil”.

Superando lo statuto dell’io-entità storica, Proust scavalca la tradizione narrativa memorialista del Realismo e Naturalismo ottocentesco per approdare ad una narrazione tra autobiografia e saggismo in una posizione d’avanguardia per la sua mobilità strutturale tra esperienza individuale e verità universali sulla base della percezione del sé: il periodare proustiano è ipotattico, sinuoso, con incisi e parentetiche quale ricerca, divenire, scoperta del sé. La portata narrativa dal un punto di vista linguistico è paragonabile alla rivoluzione della percezione ottica dei colori introdotta dagli Impressionisti in Pittura e da Claude Debussy nella musica. I dati del vivere nella prospettiva antirealista, sono interiorizzati tra mitizzazione e demistificazione, diventando emblemi di verità spirituali: l’intelligenza per Proust va soggetta al cuore per cui si parla di un Polittico romanzato dominato dalle “intermittenze del cuore”. Gli oggetti, le sensazioni, le persone coinvolte, gli intrecci relazionali, il dipanarsi degli affetti vissuti, gli ambienti riesumati, i viaggi immaginati, sono presentati nell’aura del loro investimento emotivo.

I temi della formazione adolescente di Proust: arte, vita mondana, amore sono strettamente intrecciati al compiersi del suo destino vocazionale legato alla sensibilità creativa. Nella sezione “Prigioniera” (fuga di Albertine a Parigi), c’è l’amore negato… il disinganno d’amore, ma l’ancoraggio all’Arte sembra schiudere quella pacificazione che l’amore nega (Albertine muore).

Roberto Mosi rende omaggio a M. Proust, inscenando con i suoi versi il contesto sociale dell’epoca in cui visse grazie al variegato affresco che lo stesso scrittore delinea della Parigi del tempo tra borghesia in ascesa e nobiltà o aristocrazia nei salotti culturali e mondani a cavallo fra i due secoli.

Il pittore Giovanni Boldini, ferrarese d’origine, con formazione a Firenze ai tempi dei Macchiaioli presso il Caffè Michelangelo, si radica a Parigi, realizzando nelle sue tele, mediante una prassi pittorica elegante e vibrante, il fervore culturale che precede i conflitti mondiali: le folle in movimento delle grandi città, il teatro, i cavalli ed i passanti, ritratti di Signore della società mondana, siglando uno stile apprezzato da E. Degas e J. Sargent .

M. Proust, che apparteneva ad una famiglia dell’agiata borghesia parigina – padre medico (Ispettore dell’Igiene pubblica) e la madre, ebrea alsaziana (tra i 32 ed 36 anni perde entrambi) – era un giovane elegante e raffinato, frequentava i salotti più esclusivi del Faubourg St. Germains, collaborava con Riviste del tempo sul piano critico, dimostrando fin da subito talento e qualità nello scrivere, preparando il suo futuro da sensibile ed acuto narratore.

Roberto Mosi nelle poesie dedicate all’universo introspettivo del narratore francese dimostra di saper attivare , grazie ad una immedesimazione analitica e contemplativa, quel processo di riscatto del tempo perduto, tra memoria, emozionalità, incanto e disincanto nelle circostanze dell’esistenza: amore provato e negato, ricontestualizzazione culturale e sociale del tempo, convivialità nell’arte culinaria, affinità e diversità, mondanità ed eros.

Lirica di R. Mosi: “La rosa d'argento”, Cena all’Hotel Ritz Place.

Tra gli ammiratori di Proust: il sogno proustiano di Luchino Visconti che scrisse una sceneggiatura negli anni ’70; un'impresa mitizzata e rimpianta dalle “pellicole mani nate”.

Il tempo e la durata interiore: la prospettiva interiore visione spirituale e intuitiva dell’essere.

Nella sezione “All’ombra delle fanciulle in fiore” l’amore per Albertine nella località a Balbec, sul mare normanno, lo introduce nell’amicizia con il pittore Elstir di cui condivide l’arte impostata sulla metafora come si evince nella Lirica di R. Mosi: “Il silenzio dipinto nelle pagine”; nel rientro a Parigi, nella tormentata convivenza con Albertine, diviene amico del musicista Vinteuil.

Nell’ultima sezione del ciclo monumentale: “Il tempo ritrovato” (1916), dopo un lungo soggiorno in clinica, il narratore torna in una Parigi esposta ai bombardamenti tedeschi .. è la fine di un’epoca, ma l’obiettivo é raggiunto: riaccordarsi con il passato, recuperarlo nelle sua verità armoniche e disarmoniche, riviverlo nella sua integralità olistica e riconsegnarlo alla memoria della propria identità sentimentale, razionale ed esperienziale, vincendo la morte.

Lirica di R. Mosi: “La veduta di Delfi”, dipinto di Jan Vermeer, adorato da M. Proust nella sezione: “La prigioniera” e l’amicizia con lo scrittore Bergotte.

Artista insigne del Seicento olandese. Visione estatica del reale che privilegia il visibile fenomenico interiorizzato tra esterni vedutistici ed interni della quotidianità che sono realizzati nella quieta ed accostante verità percettiva e contemplativa, mobile gioco dei chiaroscuri, incantante armonia, magia del silenzio.

La mutevole luce degli alti / cieli ventosi d’Olanda / respira di metafisica fissità /unisce il tempo e lo spazio / incontra la striscia delle case / di Delft, contrappunto / alla vastità del cielo nuvoloso.

Assistiamo al Recupero sentimentale e vitale attraverso le categorie del tempo e della memoria nell’indirizzo estetizzante di fine secolo: “…notre vie, la vraie vie, la vie enfin découverte et éclaircie, la seule réellement vecue…” è quella che si ricrea nell’opera d’Arte.

Aprile 2017

Recensione
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