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Prefazione a
La maternale terra di ponente
di Rossano Onano

la Scheda del libro

Carlo Rao

Per note-appunti di lettura:

1) Titolo: endecasillabo tradizionale. Viene da pensare subito a un ponente-Morte-Inferi-Terra-Madre con quel mare-liquido amniotico (maternale, appunto) che, come una percussione, stria molte delle quindici stanze-via crucis (quattordici le stazioni canoniche...).

2) Il viaggio, naturalmente. Ma un viaggio sia verso una trasmigrazione, sia verso la foresta dei simboli, lussureggiante e magica come quella di Rousseau il doganiere. Un viaggio intorno a se stesso, dall'albero nano (pag. 10) all'albero nano (pag. 22). Cioè dall'alber onano all'alber onano...Un viaggio, inoltre, dentro il fantasma-cultura dell'Occidente, con tanto di Dante-protagonista (che incontra un Caronte-guardia di confine, supera paesaggi-passaggi vulcanico-lunari, conosce il tremolar della marina; si Inulissa (considerate la vostra semenza, pag. 17); si Inenea e, dopo una peregrinatio tra simboli-allegorie, raggiunge il se stesso dio-madre maternale-fine-inizio (ad libitum, tanto è sempre un procedimento a cerchi concentrici verso un imbuto...).

Non mancano le arpie, la sfinge e la collina dello scandalo, preceduta dal gallo (il cedrone canta non visto nel fitto, in montagna, con movenza di bellissime, quasi irraggiungibili penne), inequivocabilmente simbolo del Cristo (ricordi il gallo sui campanili che annuncia il giorno fugando la notte?), anticipato dal prendete e mangiate (pag. 15) e seguito poi, per chi non avesse orecchi per intendere, dall'aggettivo cristiano (il tutto nella stazione XIV) mescolato subito dopo allo yoga...

3) I simboli: ne è disseminato l'intero lavoro: le tartarughe, il corvo, la vergine, la matta, la cavalla, la leonessa, le creature chelate... E la luna...

4) Luna: mai così donna-sessualmente accesa (viaggio dentro il desiderio sessuale?): piangente e quindi indifesa (pag. 28); bambina che conduce a giochi di concupitanza (parola ibrida, misteriosa, piena di punti interrogativi, ma chiarissima); menarca, accompagnata per giunta da resina, di pino (membro? Pag. 32). Seguono altre parolette indicative: vergine e piaga (pag. 34); caverna, amorosa e cupida (pag. 36); sposa (pag. 38); materna, poppe (pag. 40); sorella (pag. 42). E la forse innocente conca (pag. 44).

5) Area di Broca: ma sarà davvero qui la sede sicura / della parola che affascina, della poesia? (pag. 15) [viaggio nel viaggio perfino dentro la sede della poesia: Inconscio-Dio-Muse?]. La poesia in un pugno di cellule grigie?

6) Struttura: 1 incipit + 2-XV + 3-II + 4-XIX + 5 exitus [1 + 15 + 2 + 19 + 1] per un totale si 363 versi. E, certo, se il mio calcolo risultasse esatto e tutto fosse – come dire – previsto, allora 3 -6 -3 eccetera... Dal punto di vista metrico l'operazione è calcolata sulla distanza delle quindici sillabe. Il ritmo del pentecaidecasillabo (ma si dice così?) è sufficientemente sontuoso e narrativo e supera indenne quella costrizione autocastrante a cui l'autore accenna in una sua lettera: Nell'estate '97 scrivevo, volutamente, qualcosa di estremamente artificioso, costruito sulla sequenza di quindici stanze per quindici versi per 15 sillabe. Mi veniva un verso di quattordici sillabe, ovvero di due settenari accoppiati, molto armonico e naturale: cancellavo volutamente, oppure mutavo l'aggettivazione fino al raggiungimento, innaturale, del numero quindici previsto. Sentivo durante l'operazione, una gioia irrequieta per il fatto di non essere libero. Si trattava, dunque, di un'operazione ossessiva. Mi difendevo da qualcosa, come sempre succede agli ossessivi. Soltanto a operazione compiuta, mi accorgevo di avere scritto un corpo fortemente irregolare e massiccio, dove le parole hanno la stessa pesantezza di altrettante pietre nuragiche. Il nuraghe, poi, è una struttura difensiva: ed allora, il significato di tutto è forse l'attitudine alla chiusura nella fortezza, di fronte agli assalti pirateschi della vita.

Riepilogo

Transito, dipartita, viaggio verso un aldilà che sconfina con l'aldiqua, col viaggio attorno a se stessi, La maternale terra di ponente chiama alla complicità, all'entrar forte nelle foreste-simboli, dove si sprofonda tra mito e favoloso stordimento, tanto in fondo che, riemergendo per un attimo agli antipodi, si rifiltra da uno degli irrinunciabili omphalòs della storia: il Calvario.

Ma viaggio anche all'interno del simbolico-letterario dove il marinaio è spesso un Ulisse viaggiatore-trasmigratore costretto da una misteriosa necessità ad avanzare per terre e lande desolate, per paesaggi lunari, dentro un continente vicino alle morfologie africane.

Lo accompagnano un mare-striatura amniotico-materna, presenze-fantasmi, orizzonti tesi, creature a volte dense di vitalità felice che sembrano un poco spiarci come certe giovinezze feline dai quadri di Rousseau il doganiere.

Costretto, per scelta volontaria, a misurarsi sulla distanza delle poco usuali quindici sillabe, Onano fa implodere dentro le sue cintura sorvegliati meccanismi che cercano l'equilibrio tra sessualità pronunciate (tra le tante gli smilzi indigeni e la luna in tutte le sue versioni) e trattenuta aggressività.

Se nella prima parte Onano-Ulisse compie felicemente il viaggio da sé (attraverso gli inferi del suo stesso inconscio) a se stesso (dall'albero nano all'albero nano), nella seconda si rimette in viaggio, come vuole Dante.

Marinaio, si sottopone alla divinità mistero-luna che lo sorveglia e conduce con le sue apparizioni-percussioni, bambina-donna (menarca)-donna-amante-sorella-madre.

In fondo a questo regresso-progresso-morte (piccola morte?) si frantuma e ricompone il senso della poesia: ricerca degli inferi-sublimità del sé, tentativo di vestire con penne di pavone l'orrifico caleidoscopio dell'inconscio.

Ma anche desiderio di ricucire alcuni tessuti culturali-maternali dell'Occidente.

Per ripossedersi ripossedendoli.

p.s: La maternale terra emerge ed esorta, interroga e mescola ammiccamenti e sgambetti, coagula onde/sostanze (brezze, pulviscoli, ossessioni, vischiosa flora), odora, s'appella.

Le sillabi – lì dove il cinque si coniuga e si arrotola tre volte su se stesso - ritaglia volti con barbe in cui si ferma il tempo e poi (ancora) curve, sagome, ombre (consonantiche? epiche? Figurali?) innanzi alla baia, alla conca/approdo battuto da vento odoroso non solo di menta ma di timo, o forse zenzero che infin s'accorda alle altre oceaniche mappe: le partiture, insomma, ove si svelano i consuntivi e i fiati delle più nascoste decadi lunari.

Materiale


Prefazione di Carlo Rao. Pp. 48

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