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La pratica

Il paradiso degli orchi

Un libro così esilarante non lo si vedeva dai tempi di Fantozzi, e il riferimento non è casuale. Pare che l’ambiente impiegatizio, con il suo sistema di regole autarchiche e le sue logiche paradossali, sia fonte di potenti ispirazioni per chi sa cogliere con illuminata ironia il fascino dell’assurdo. Astolfi lo fa in maniera geniale. Prima di tutto è apprezzabile la scelta di semplificare al massimo il soggetto del romanzo, così che balzi in primo piano quello che è il vero protagonista: l’ambiente del 'Pallazzo', così chiamato dai suoi forzati abitatori. La storia ruota intorno a una pratica smarrita, che deve essere ritrovata ad ogni costo. Niente di più. Da questo spunto sgorga una girandola di personaggi surreali, ma perfettamente attendibili per chi conosce simili realtà impiegatizie. Sono tanti che non sono riuscita a contarli, ma ognuno è unico e irripetibile. In questo la storia si differenzia nettamente da quelle di Paolo Villaggio, dove pochi personaggi coagulano su di sé la tipicità di certe figure. Diciamo che Villaggio presenta gli archetipi, mentre Astolfi esplora tutte le possibili varianti delle tipologie base. Due approcci ugualmente fertili di comicità.

Tanto per fare qualche esempio, troviamo:
Brusco, che non parlava, non rideva, non sopportava gli uomini, odiava le donne, tollerava a malapena se stesso
Frenzi, detta la pasionaria per l’entusiasmo che metteva nei suoi hobby a tempo:rafting, bird wactching (...) tutti nomi rigorosamente in inglese
Motto, che trascriveva le massime dei filosofi per poi citarle a sproposito
Clone, che aveva la capacità critica della gomma pane. Dava sempre ragione a tutti. Nel caso di più persone presenti in contemporanea, dava ragione a quella che aveva parlato per ultima
Batta, sempre così sicura di non sbagliare mai, tanto da disconoscere i propri errori come suoi
Pasco, ultima ruota del carro in seconda. Grado che si era guadagnato in anni di sudata indolenza e indefesso lavoro scansato
Correo, un capro espiatorio da compagnia.

E poi il Nero e il Grigio, responsabili delle ispezioni che camminano con passo adeguato alle circostanze.
… il passo di controllo era di due tipi: semplice e ufficiale. Quello semplice era un passo poco più cadenzato del normale, solo con una più sottilmente ostile battuta del piede. Il passo di controllo ufficiale era invece d’impronta militaresca. Ottenuto con l’aggiunta di tacchi metallici posticci, incardinati sotto quelli normali, che davano alla battuta il suono minaccioso dei tempi bui.
Prillo, direttore specializzato nell’arte più diffusa fra la casta, prendersi il merito del lavoro altrui senza assumersene anche la responsabilità
Sotto, che ne era vice e sottopancia (…) Quando Prillo voleva renderlo partecipe della vita dei capi se lo metteva in pancia, dentro una borsa cutanea aperta in alto tipo marsupio, e da quel momento Sotto cominciava ad assentire.

E gli Angeli, tutti belli, biondi e con gli occhi azzurri, specializzati nella soluzione di problemi complessi.
Il capo dell’ufficio era uno di Lucca, un certo Ciarli, che aveva la pretesa di farsi chiamare Charly. (…) L’importante era chiamarlo Ciarli, dandogli ad intendere di chiamarlo Charly.
Acìdio, morto in ufficio e mai sostituito, anche perché nessuno sapeva esattamente che tipo di lavoro facesse.
Giona, il fiore all’occhiello dei creativi, l’ufficio specializzato nel riprodurre per clonazione scribacchino-amanuense quelle pratiche che per un motivo o per l’altro si erano volatilizzate.
I turnisti: Effimero, Fintanto, Fugace,Incerto, Casuale scelti fra coloro i cui nomi davano maggiori garanzie di precarietà.

Questo per citarne solo una minima parte. La cosa straordinaria è che la fucina di Astolfi continua a sfornare nuovi personaggi con vena inesauribile, fino alla fine del libro. E fino alla fine del libro mantiene desta l’attenzione e l’ilarità.

Recensione
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