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Il fantasista del mare

Ci sono parole che sono il vero esordio , l’approdo al tempo che si muove e fa rumore e a quello che appare fermo, statico, muto. Parole che diventano versi per una costruzione ‘capovolta’ del senso o per una decostruzione ragionata dei significati. Comunque sia, versi come ‘ ed è per questa eclissi virtuale / che la vera povertà / è dello spirito’, generati dalla ‘prova del mare’ di Gianfranco Jacobellis e contenuti nel suo ‘Il fantasista del mare’, affiorano da un nulla inaccettabile per affermare una possibilità ‘strumentale’ o meglio ‘strumentistica’ di mondo, per riattivare una musicalità del senso prima che la sua aderenza al reale.

Un reale mortificato, logorato, che genera spesso parole camuffate, enigmatiche, estreme per spostare l’uomo sul precipizio. Ma il desiderio di manifestarsi prevale nel momento della magnificazione del ‘furore’, una sorta di accensione primigenia e da reinventare che l’uomo non può perdere. Manifestazione e volontà, da qui ogni rappresentazione del nuovo possibile riprende a fluire e agire. Un ‘manifesto’ del desiderio di significato da restituire alle strutture deboli, alle incongruenze della specie che si alimenta di perdite e nascondimenti. Ma è proprio dentro il meccanismo di queste perdite e di questi nascondimenti che si formano nuove resistenze concettuali, riflessioni ‘ contro il riflesso’ delle cose e per il loro diretto riconoscimento.

Le strutture, nel libro viene ripetuto spesso il termine ‘struttura’ a indicare una evidente realtà mimetizzata spesso, anzi ridotta a una relatività incessante, sospesa :La struttura della vita / è costruita / dalla volontà delle cose /. La poesia, lirica franta dalle ripetizioni e ricerca di spazio e tempo, di ripensare la propria posizione nel mondo e nella lingua che questo mondo Versi come: ‘Non si deve occupare / lo spazio del sogno / (la natura ne potrebbe morire) portano Il fantasista , il poeta, a sbaragliare diverse forme del discorso, anche quando questo non produce immediatamente una lingua altra che possa dire il già detto liberandolo dalle sterili condizioni del ruolo avvinto e provato, ‘detto’ dal mondo.

Ma è comunque un linguaggio contraddetto da una soggettività critica e sapienziale che appunto vede nella ‘natura’ la depositaria della lingua madre . E a restituire queste tracce primigenie versi come : ‘certe parole / tornano alla mente / e sono quelle / che non si sono spente / sanno ancora ascoltare / il reflusso dell’onda / che ritorna al mare.

Recensione
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