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La stanza alta dell'attesa tra mito e storia

Il romanzo in versi “La stanza alta dell’attesa” di Maria Luisa Daniele Toffanin è un’elegia dei ricordi, intesi come storia e come rappresentazione di una realtà, che ha coinvolto una famiglia, una comunità e un’epoca in forma quasi di incantesimo.

Lo definisco ‘romanzo in versi’, non solo perché l’Autrice inserisce brani di prosa, ma per il carattere del testo, che conserva sempre la liricità della poesia. Maria Luisa mi ha già stupito con la sua capacità di conservare ritmo e musicalità anche nella narrazione pura e non si smentisce certo in quest’Opera, che si potrebbe definire interamente avvolta da un’onda di armonia dolcissima.

L’ottimo prefatore Stefano Valentini afferma che la stanza alta che dà il titolo al libro diviene ‘trasfigurazione di un intero microcosmo, di un’epoca trascorsa in luoghi magici’ e dà la migliore spiegazione al sottotitolo, ovvero al riferimento al mito. L’Autrice, infatti, rende il suo cantico intriso di archetipica sacralità.

Leggendola ho avuto la certezza che considera il passato il pozzo dal quale attingere linfa vitale per il presente, che in ogni condizione, rappresenta un dono, e per il futuro, che inevitabilmente, ha carattere di mistero.

La stanza alta è il luogo in cui Maria Luisa è nata, ‘nel letto grande ove si compie il rito dell’amore, nasce la vita nuova e l’ultimo respiro si spegne’, il grembo del grembo materno, della mamma Lia, che spira sullo stesso letto, chiudendo un cerchio dell’esistenza, in quella che l’Autrice definisce ‘una dimensione quasi estetica’, visto che è circondata dagli affetti più cari.

Altro ventre materno della nostra sublime Poetessa è la città di Padova, radice e luogo dove la portano i sogni, i dolori, le grandi emozioni.

“Mia città dell’utopia
mondo limpido di gente fida”
    - tratti da “Padova”

Nel suo viaggio a ritroso nei territori della memoria Maria Luisa dedica versi cesellati ai genitori, alle storie d’amore vissute con entrambi: intensa, quasi simbiotica quella con la madre, densa di pathos, di attesa quella con il padre Gino, combattente nel secondo conflitto, internato nel campo di Benjaminov e identificato con il numero 5437. Il ritorno del genitore rappresenta per la famiglia e per la piccola Autrice un periodo di sofferenza intensa, di scoperta degli effetti post - traumatici della guerra e soprattutto della segregazione, che il padre supera grazie alla forza d’animo e al rapporto con gli amici che condividono la sua esperienza - cito tra i tanti Giovannino Guareschi con il suo “Diario clandestino”, indimenticabile nella determinazione di asserire quanto la libertà di pensiero possa superare le recinzioni di filo elettrificato e la violenza continua alla dignità.

Gli affetti in questo sublime romanzo in versi hanno valore fondamentale.

E le tematica dell’assenza e dell’attesa si potrebbero definire il fulcro dell’intero testo. L’assenza del padre nel mondo onirico-fiabesco dell’infanzia di Maria Luisa si dilata, diviene concetto privo di confini.

Ella ci conduce a passo di valzer, tramite il suo verseggiare e le sue parole calde e incredibilmente lievi, nei giorni del ritorno di Gino, dell’uomo che la intimidisce e la affascina, ma riconosce altro da sé.

“Un cerchio rosso sulla mano infante
della tua prima sigaretta a casa
tremore delle tue dita per me
ancora schiva della tua presenza”
    - tratti da “La grande attesa”

E l’Attesa diviene l’argomento - chiave della seconda parte dell’Opera.

L’Autrice asserisce che “è il ritmo che cadenza la vita e la natura dell’uomo” e lo dimostra con una serie di liriche dedicate allo stesso argomento: “Parva attesa”; “L’attesa innocente”; “L’attesa della vita e della morte”; “L’attesa”; “L’attesa del presepe”; La mia casa vibrante d’attesa” , che si configurano come una permanente ricerca nei meandri del passato, un picchiare, uno scavare incessante. Si tratta di un procedere lontano da effetti calcolati, da qualsiasi ‘trucco’, dettato esclusivamente dall’ispirazione. E quale voce può permettersi di viaggiare su un simile registro se non quella di una Poetessa dalla purezza incandescente?

Il viaggio nel tempo che Maria Luisa compie vede la saudade divenire cosa viva, pulsante. Si tratta di una nostalgica malinconia fatta di luce, i versi sembrano nodi intagliati nel corpo dell’Autrice e nei nostri; si tratta di posti nei quali il sangue non può fare a meno di correre all’indietro

“Era un ritorno ai luoghi della guerra
per me quasi felici, sempre in compagnia
col cane lupo a scoprire insieme
la campagna infinita magia”
    - tratti da “Le recite”

Sembra inevitabile che la terza parte del romanzo in versi si intitoli “Luoghi - persone”. L’Opera è la dimostrazione che le cose continuano a esistere fin quando qualcuno le ricorda. E che la famiglia, oltre a rappresentare un grappolo di affetti è il luogo dove si conservano tutte le memorie.

“Ci sono luoghi sempre
che per un odore un suono un colore
un’analogia ontologica
richiamano altri luoghi”
    - tratti da “Luoghi”

Nella quarta parte del testo, intitolata “Giochi e stupori” il mito diviene protagonista. Si tratta della narrazione, condita degli aspetti fantastici tipici dell’infanzia e della fanciullezza, delle ‘giostre dei sogni’; del Prato della Valle - simbolo dell’identità patavina e secondo solo alla Piazza Rossa di Mosca -; di ‘corde slanci corse / scaloni e moscacieca”; del fuoco ardente dell’amicizia ‘intrisa di proibito’ e di molti altri tòpoi ricorrenti nel cielo perfetto dell’alba della vita.

La voce dell’Autrice non si rompe mai sulle onde dei versi, fronteggia il dolore delle storie perdute con cifra stilistica superba …talvolta siamo noi lettori a salire sulle montagne russe di un singhiozzo.

Il Professor Nazario Pardini, che accoglie Maria Luisa e la sottoscritta nel prestigioso blog “Alla volta di Leucade”, nelle sue note critiche precisa che l’Opera rappresenta un prosimetro, ovvero un genere letterario consistente in un ‘equilibrato connubio di prosa e poesia’, che fu caro ai grandi della letteratura come Dante, Boccaccio, Dino Campana e altri.

Conosco questo genere, ma sin dalle prime letture ho pensato a un romanzo in versi, a un continuum di lirismo in poesia e parole, che conduce in una straordinaria avventura attraverso le stanze dei ricordi di Maria Luisa. Da lettrice testarda e ammirata, che non ha potenziale di critico letterario, mi sono inchinata di fronte alla consueta capacità esegetica del maestro Nazario, ma ho perseverato, certa che sia lui che l’Autrice avrebbero saputo perdonarmi.

Esco da quest’avventura memorabile con la certezza che alcuni Artisti custodiscono un dono del quale forse sono inconsapevoli: offrono la chiave di lettura delle vite di tanti attraverso il coraggio della propria storia.

Recensione
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