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Finito e infinito colti in un nodo di luce

L’opera prima di Paolo Carlucci Dicono i tuoi pettini di luce è specchio tematico, riscontro stilistico e lessicale di un ascolto del mondo, che è, a sua volta, adesione e contemplazione. Il linguaggio del sacro e dello spirituale s’intreccia con quello dell’arte e del paesaggio nella qualità finissima della scrittura, orientata sempre verso l’essenza. In ogni testo si vive un’ascesa interiore, forte di esperienza di vita, una crescita di intellezione, sostenuta dallo stratificarsi del pensiero, un’elevazione umana e poetica come attesa del manifestarsi del vero. Fin dalle prime pagine la luce è incandescenza bianca della visione, prima, e della sua sparizione, poi, tutta radunata in un “fuori scena” proiettato nell’altrove. Essa è, soprattutto, centro imprescindibile della ricerca espressiva. Questo sfondo è già testo, preannuncio di parole trasfigurate, splendidamente liriche. Nelle dodici sezioni della raccolta, alcune brevissime, spesso la pronuncia sfuma in accenti di silenzio nella sottolineatura battente di un respiro “altro”, che reca con sé fasce luminose di disvelamento.

“Canto alla Tuscia”, che apre l’opera, genera subito la risonanza forte dell’intersoggettività poeta-paesaggio, consentendo al dire poetico di risvegliare da quel luogo corde sopite. La Tuscia è territorio dell’evento, che misteriosamente e infinitamente accade e che opera attraverso un modo di percezione simbolica. Carlucci offre ascolto e sguardo, che sanno penetrare il suono, la luce delle immagini e sanno accogliere quanto nel paesaggio geme, bisognoso di altezza. La polvere | che riposa nell’arsura, la salsedine arsa di silenzio | tra le viti, il sudario di salgemma, lungo le costiere aprono varchi ad un affiorare profondo, spalancando abissi di senso lungo un itinerario fisico e spirituale, che, mediante il linguaggio del sensibile e dell’invisibile, plachi la sete di significazione. Anche la bellezza ha bisogno di una luce, che la riveli a se stessa nel suo patire e nel suo travaglio. Il poeta è la coscienza mediatrice, che con la luce della poesia, accesa dall’implacata luce del paesaggio, fa emergere le radici viventi della Tuscia, umide di terra e odorose di volo. Allora i fili, che legano Carlucci a quel luogo, si intrecciano in un chiaro propizio e nelle trasparenze, nei bagliori, nei turbamenti del loro dispiegarsi si fanno dialogo della terra con il cielo. Lentamente si compie una discesa verso le profondità della materia, là dove il ‘ soma ‘ e il ‘ noùs ‘ si incontrano e si fondano e da lì incomincia l’ascesa verso le espressioni più alte della modulazione del desiderio, in un percorso quasi iniziatico fatto di terreno e di celeste, di corpo e di spirito, di sapienza e di stupore.

La Tuscia appare rallegrata e custodita da un postulato luminoso, a cui si potrebbe dare il nome misteriosissimo e interrogante di Dio; eppure Carlucci si cala nel fitto del grande codice del paesaggio e della natura di quella terra, quasi esso fosse un dantesco “gran mar dell’essere”, osservato e ripreso nella sua inappariscente animazione. La raccolta ha pronuncia unitaria, a volte con sfumature di delicata solennità, a volte con coloriture di intimità e di essenzialità. Il primo componimento della raccolta, “Canto alla Tuscia”, s’impone con una presa immediata: Tuscia, il sole a picco sulla crete | calve modelle solo di sole oggi vestite. | Va l’auto a turbare questa polvere | che riposa nell’arsura, sognando | il colore del mare. | Romba il motore della memoria | dentro questa sinfonia di colori | accesi fuochi, guizzi d’infanzia | tra le stoppie inerti | ricordi di salsedine arsa di silenzio | tra le viti. | Vado buttero antico bardato di modernità | sorpresa che un poco s’incaglia nella polverosa | anticaglia di miti in cartolina, i foto-ricordi, | erba di luce sepolta tra gli oliveti, vento di pace | che il mare benedice da lontano | […] Sui dirupi le tombe, quiete selvaggia | demoni di colori, le torri: filari di pietra | tra i colli es il mare, nei paesi le chiese, | sacre muraglie di luce tra rovine scure di tufo | avvampa nella solitudine fulgida la lussuria | dell’estate che spiegate le sue ali di luce | tra grani e querceti si placa nel sudario | di salgemma, lungo le costiere. Il trascendente è qui condizione ineludibile del reale; ad esso ci si accosta mediante la corporeità luminosa dei sensi. Il sentire, intanto, trova la sua voce nell’accordo ottenuto per mezzo di tutte le corde dell’anima. Si attiva una lingua di alta e moderna letterarietà, attraversata da un senso mistico della bellezza, che le allitterazioni e le assonanze esaltano. Affiorano gli emblemi/filtro della contemplazione, sintesi mirabile di emozione e intellezione, disseminati qua e là nelle varie sezioni: l’arsura, il silenzio, il vento, la pietra, le chiese, l’antico, la luce … in uno scenario di bellezza, che ritorna ad ondate, si allontana ed ancora ritorna.

La parola poetica, parola assoluta, sciolta dalla soggettività, che la pronuncia, aperta al tutto e alla mancanza, sostenuta nella sua fluente metamorfosi da libertà immaginativa e creativa, trasforma ogni cosa in materia vivente, rigenerata e fresca e armonizza il tempo nel presente testuale. Dei simboli obliqui, presenti in questo primo testo, che danno identità alla Tuscia e alla consapevolezza del poeta, l’arsura – arsura di conoscenza, di bellezza, di arte, di amore … –, lentamente perde vigore lungo la raccolta, tanto da divenire nel testo di chiusura spuma d’arsura tra le nuvole. In questo ultimo testo lo sguardo si tende in legami orizzontali e si slancia in connessioni verticali. Si è nella dimensione della “cosa”, nel suo silenzio e nella sua grandezza, nella sua umiltà e nella sua gloria. Si è, altresì, al centro di un enorme quadro – la rappresentazione di Tarquinia –, il cui principio costruttivo è la continuità; così, motivi anche distanti si raccordano nell’intima unitarietà dell’avventura vitale della poesia, che si rivela, quindi, impulso e forza fecondante. I sette canti, che formano il componimento, sono ciascuno pensiero ritmico e figurale, ognuno inserto vivo e mobile nella crescente rivelazione del sacro buio, fondo estremo del fondo dell’ignoto, riconducibile ad una trascendenza assoluta – Amore, Bellezza, Verità, Dio? –. Risorsa, comunque, futuribile e tenace. Lucido colpo di dadi. Esperienza folgorante dell’indicibile. L’arsura si è placata nella con-fluenza biologica e cosmologica della vita di Tarquinia, uniforme nella sua bellezza, e della vita della poesia, pluriforme nella sua capacità metamorfizzante. L’itinerario è “in progress”: da accadimento di vago sapore gnostico alla metamorfosi materica operata dal flusso della forma, rompendo la terra del cielo. C’è, quasi, un piacere atemporale dei sensi, raccolto e disperso nell’atemporale forma fluente della poesia.

Il miglior loico è il paesaggio scalzo con la sua disposizione alla docile accoglienza, con la sua nudità, che permette alla luce di attraversarlo e di ricolmarlo. Il gusto di questo paesaggio, così noto e così prossimo al poeta, consente alla poesia di Carlucci di essere ontologia. Portando le cose al linguaggio, infatti, essa le fa passare dalla potenzialità all’atto, in quanto nominate. Scrivere per Carlucci ha un significato molto forte di incarnazione – antico sudore dell’uomo, pag. 55, corpo infinito del Nulla, pag.62, carne di luce, pag.130 –, di dare forma alla materia secondo un pathos davvero particolare, che trasferisce nella lingua qualcosa del modo i cui si manifesta l’esperienza. In questo autore il passaggio dall’esperire alla parola è all’insegna di una potenza, che entra nel luogo del significante come dismisura, superando il potere stesso del verso e trovando la sua misura nel ritmo, tempo del cuore, musica, che sale dai precordi. Nell’insorgere della forma si articolano il corpo, in quanto pathos originario, e il ritmo, in quanto puro movimento della vita, che diviene, poi, movimento della poesia. A pag. 52 in un brevissimo testo dal titolo “Querce” si legge : Nude menadi furenti | unghiano il cielo | dell’inverno | ed hanno pace. La segmentazione della quartina in versicoli si accompagna alla regolamentazione del discorso sintattico in due brevi proposizioni. La disposizione delle sillabe atone e accentuate è molto efficace e crea piacere del suono e liturgia della parola, mentre l’uso preponderante del trocheo, alternato a qualche dattilo (due), esprime un’interiorità, che ambisce alla dimensione privata. Il trocheo seguito dal dattilo nel settenario d’inizio trasforma immediatamente l’immagine del pensiero in immagine della parola; in esso c’è già l’anticipazione di un effetto inatteso durante il farsi stesso della scrittura-evento: la furia trionfante delle baccanti, così forte proprio nel primo verso, si distanzia in un movimento discendente, libera la sua energia fino a placarsi nel silenzio della pagina bianca.

Il ritmo qui ha dato luogo ad una variazione nell’identico, mettendo in risalto quasi contemporaneamente il traboccare ed il limite. Intanto le immagini deflagrano per sintonia e vivacità attraverso degradazioni impercettibili. L’attitudine metafisica di Carlucci a descrivere le cose con tratti di nitore assoluto genera, nell’insieme, una poesia fortemente visiva e un’esperienza poetica di respiro autentico nel suo lirismo misurato e nel suo equilibrio formale. “Pettini di luce” è una grande camera di echi, una riverberazione disarmata, che dai mille luoghi della Tuscia e dall’interstizio di ogni parola restituisce l’essere. E’ un parlare ai (dai) limiti per far vibrare il senso degli infiniti e senza re-missione cogliere frammenti raggianti dell’insignificante, che significa.

Recensione
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