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Il mare delle nuvole

L’officina della luce nella poesia di Paolo Carlucci

L’ultima raccolta di Paolo Carlucci, Il mare delle nuvole, preceduta da una puntuale, illuminante e motivata prefazione di Plinio Perilli, ci giunge, più decisa rispetto alle precedenti, come canto del mondo reale, interconnesso alla dimensione esistenziale, intellettuale e spirituale dell’autore. Perciò è destinata a comunicare un senso totale della realtà, distanziato dal provvisorio e dal transeunte e poggiato, invece, su un frastagliato e articolato crescere del pensiero. Ho acceso ceri di vento  / navate di luce attraversando.  / Messa solenne la cantata / di un pugno nero di passeri / cardinali d’inverno / umidi di sole.

E’ l’incipit della prima sezione, ma è anche la sintesi tematica dell’intera opera. Inoltre, il poeta pensa, sente ed è subito luce chiara, che attiva ogni percezione visiva e auditiva. Il vero talento di questo autore è, infatti, la disposizione alla luce, soprattutto alla luce, che emerge da un teatro di ombre e lì di nuovo si re-immerge per rendere intenso il rapporto con ( e tra ) le cose. Luce, che è contenuto e forma, distillati nella parola sempre carica di implicazioni. Luce, che, dunque, segna le otto tappe del cammino articolato, vario, complesso de “ Il mare delle nuvole “. Ogni tappa è sapere radicato sia nell’oltranza dell’esperienza che nel “ divertissement “ intellettuale e, soprattutto, nello scavo interiore.

L’autore ci consente di entrare nel suo laboratorio, nella sua officina, dove il “ poiein “ si palesa come fenomeno linguistico e umano con tutta la sua valenza artigianale e storica: […] Poesia è per me coltello / che ama la grazia / di sangue della vita. Poi lo sguardo del poeta si dilata in prospettive diversificate, aprendosi alla storia e alla bellezza di una città, Roma, che diviene figura di forte impatto emotivo, ombra che dorma nel fragore, quando emerge dalle fratture del tempo. Roma è qui inseparabile relazione tra affioramenti del paesaggio e pronuncia mentale rallentata, discreta del fenomenico nella struttura testuale, tra le occorrenze della luce e la ricerca nella simbologia di una protolingua perduta, di un paradigma smarrito: Dolce s’informa / in questo bianco connubio di luce / il fantasma quasi smarrito / di un Dio lampionario / tra questi vicoli antichi del Male / di Roma, l’Eterna, / tra Parione e Panico / che stanotte / fiammellano di stelle. – pag. 42 - . Nella terza sezione le sensazioni multiple si aggregano in un’unica percezione sinestetica e sono sfondo di esperienze incontornabili, in cui suoni, colori e profumi si fondono , creando un ultraspazio composto nel serrato e calibrato distendersi di un quadro sulla pagina: E’ un muro di perla che racconta / il grembiule sporco di luce / tra le gelosie di una persiana chiusa. / Gli occhi fanno musica sul verginale / in casa un improvviso re d’acqua / festiva la quiete di due gote di porcellana, / […]Piove sulla stradina. / Un cappello rosso / il sole. / Vezzosa una giovinezza / in cucina. – pag. 59 - .

Il “ logos “ rimpicciolito, miniaturizzato, si rapporta alla parola e si contrae in un muro di pulsazioni, in una persiana chiusa di vibrazioni per aprirsi, poi, e rivitalizzarsi nel prestigio della materia pura d’osservazione negli ultimi versi. Si susseguono continue invenzioni poetiche nelle atmosfere pittoriche dei testi e nulla è solo semplice accadimento, perché nel tessuto concreto della poesia la parola fa diventare ideogramma lirico ogni frammento di arte con una resa iconica notevole. Nella tappa successiva Carlucci si accosta ad universi di suono e di senso, regalandoci la polifonia del molteplice. Ogni testo è dedicato ad un poeta amato, dal cui mondo giunge, come riverbero di luce, una presenza, che chiede di essere accolta. In controluce, quasi per trasposizione figurativa, Emily Dickinson, i poeti russi, Garcia Lorca, Pablo Neruda, Dino Campana, Pier Paolo Pasolini, Attilio Bertolucci formano un microcosmo poetico e letterario compatto eppure variegato, che pare incorporarsi nell’articolazione testuale. Accensioni fulminee e filamenti acustici s’interrano nelle parole e si chiudono nell’autosospensione dal tempo e dallo spazio.

Tutta la forza intuitiva della sensibilità e l’intensità appassionata di Emily Dickinson, ad esempio, vivono nella levigata fattura dei tre testi, che Carlucci dedica alla poeta di Amherst. L’ ape, il pettirosso, l’estasi … sono per il poeta possibilità di attingere l’ideale e, insieme, di dar voce al mondo. Sono simboli di senso e, quindi, piccoli coni di luce, che si ergono nella solitudine di ogni vera esperienza poetica: Le braci tranquille / del silenzio… / Fiuma la storia di un pettirosso / stille nel buio / anfitrione il vetro invita alla fatica / fontana nel cedro della stanza / un piumare di luce minima sovrana. / […]. Nella quinta sezione l’autore isola ed espande mediante la tensione analogica del linguaggio il motivo della figura femminile, che si rinnova di testo in testo anche nei riverberi fonetici: disperata pianta, matrice di paradiso, nera felicità, scalza follia,rosa d’inverno … Con essa si rinnova il mondo, perché essa racchiude lo splendore primario della vita, accogliendo nel suo grembo tutte le sfumature del possibile. Carlucci sviluppa emozioni, che si sciolgono tra le cose, sostando nello stilismo verbale e nella personificazione mitica, avvolta nella nuvola sulla via la sciarpa. Con delicatezza ed eleganza si configurano presenze, che diventano evento linguistico, proprio come i luoghi contenuti nella sezione successiva, dove il contatto con la spazialità, miniaturizzata negli uliveti nel sudario di una nube, nelle aurore subito piante, negli alberi come feluche nel libeccio… raggiunge momenti di grande intensità.

L’io lirico, immerso nel cambiamento di prospettive spazio-temporali, - Africa, Turchia, Grecia … -sembra in continua metamorfosi nella ricognizione di atmosfere e di suggestioni. Ogni testo è spettacolo, è spazio scenico, che permette alla parola di esibire la sua impermanenza, passando per la zita, la carusa, le piagate voci dell’Africa, la mano fiorita di miseria o colloquiando silenziosamente con l’odore di bufale brade o facendosi, quasi, calco di ciò, che rappresenta lo stagno glaciale il camino / dei monti, crociati di stelle. Frammenti, segmenti di paesaggi, ognuno dei quali è storia, è mito, è dolore, è gioia, è bellezza, è pathos, tutto profondamente interiorizzato dal poeta e tutto, inoltre, motivo di variazioni a livello semantico e ritmico. Le nuvole presenti nel titolo della raccolta nella settima sezione divengono passeri di vento, quando il passato è lascito di stupefazione, che si ammanta di futuro, di possibilità, di speranza. Le combinazioni di fantasia, una, questa, fra le numerose qualità presenti nei percorsi sotterranei dell’ opera, dall’aria frangibile, che avvolge la città di Tarquinia, sospingono le nuvole fino a terra e le trasformano in roseto: […] quel roseto di nubi / che al mare fiata / l’arcano del suo vestito / domani. – pag. 135 -. Tutto l’insieme delle entità ontologiche, che si muovono intorno alla città, attraverso il finale scarto fonico arcano / domani, si fa profonda e intima affermazione di senso.

Le nuvole vanno oltre il verbalizzabile, perché assumono morfologia vibratile, che interessa, con la poesia e la tradizione, la storia, la lingua, il paesaggio, il sentire. Esse sono corpo e suono di sillabe, che giungono con il “nostos“ e rifioriscono nella notte, che va verso un mattino di luce. Perciò le nuvole sono anche gli elzeviri della penultima sezione, che sfiorano il contemporaneo mondo on line .Fra “tablet“ e “facebook “ si compone il “ puzzle “ delle nuove generazioni, lungo strade senza fine di terre sconosciute, nella curva concava, in cui si dilegua sangue antico, che si increspa di dolcezza nell’afferenza emozionale degli angeli di vento. Carlucci indugia con leggerezza pensosa sull’insoluto dei nostri tempi, sull’aleatorio moltiplicarsi di antenne spose delle nuvole, su tutto ciò, insomma, che nella corsa sfrenata della “rete” appare ridotto ad anonima sopravvivenza e, pertanto, percepito come impredicabile e antilirico, riuscendone, invece, a farne luogo di poesia, di temporalità aperta, di cartografia figurata del sogno e del desiderio. L’ultima sezione è la più breve: appena quattro composizioni anticipate, come nelle altre sezioni, da un testo in corsivo, che introduce.

Questo momento finale è lo spazio della sintesi dell’opera e dell’ultimo sguardo dentro e fuori di sé. Non si capisce dove finisce il mare delle nuvole e dove inizia la risposta interna del poeta, perché il primo crea risonanze interiori nel poeta ed entrambi avviano il medesimo movimento di espansione del pensiero. Gli effetti inattesi della visione così costruita producono un senso di straniamento e di palingenesi. Nella raccolta c’è una forte coesione, che non deflagra mai, anzi si rafforza sempre di più nel continuo, cosmico moto di preghiera verso la maestà del cielo sciroccale. La luce, che apre e attraversa l’opera, si adagia anche nella sequenza di chiusura. E’ la luce, che dai pettini della prima silloge di Carlucci con disinvolto ardimento giunge fino a qui e si fa carne, rimbalzando tra pietre, decorate di ossa e nervi in ascesa, tra una mano fiorita di miseria e un bit di politica globale. La luce per Carlucci è una condizione, che lega e tiene insieme, agglutinandole, quasi, energia di pronuncia, eleganza di fraseggio, misura dell’intonazione. La luce argina, invadendoli, il dolceamaro perdersi del senso e l’azzardo linguistico di ci favola, m’infinita. Quella luce, che è nel processo creativo del poeta, è nel vivo del suo laboratorio poetico, è nel riverbero di un oltre, che si accampa con forza sulla pagina. Luce, che ci trattiene tutti sul ciglio del nulla.

Recensione
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