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Berlino-Roma e viceversa

Antonietta Benagiano, scrittrice di proteiforme versatilità, poesia, narrativa, saggistica, teatro si cimenta nel romanzo, fondendo in esso la pluralità dei generi sperimentati. Una conferma della radialità della scrittura, che rifugge dai paletti dei ragionieri dei generi letterari, se l’ispirazione nasce dall’esperienza di vita e si sostanzia di creatività, di cultura, di arte. Fluidità narrativa, afflato lirico, riflessione. Pensiero poetante come sostrato di una vicenda d’amore scoperta per caso, tra un tedesco e un’italiana, che dura da trent’anni.

Un romanzo è sempre “un’autobiografia del profondo”. Di certo la storia tra il neurologo berlinese, Thomas ed Elena, medico-specialista in Puglia, si alimenta di fugaci incontri nella città eterna, “Berlino-Roma e viceversa”. Centinaia di incontri nei lunghi anni, in un filo ininterrotto di appuntamenti, all’aeroporto di Fiumicino.

Un amore come sentimento totalizzante, come coinvolgimento di sensi, fusione di intelletti, affinità elettiva, complicità, dialogo, rispetto. Roma per gli innamorati è “leggerezza di vita e allegria, come era per Goethe”. E l’amore, creatività, emozione, follia vince la piatta quotidianità che tutto logora. “Quel loro amore era follia, respiro di vita nel ritmo affannoso, magia che addolciva l’esistenza e vi davano senso non divenendo come tutti gli altri, nel restare se stessi”, osserva liricamente Antonietta Benagiano. Alle video chiamate, ai contatti digitali, subentrano incontri ri-avvicinati, che rinnovano l’emozione del primo sguardo. Incontri che mantengono vivo il desiderio nell’attesa, nella gioia di ri-trovarsi. Un amore che sancisce un patto di fedeltà senza alcun vincolo. Scelta coraggiosa, fuori dagli schemi. Rischio, avventura, ancora di salvezza.

“L’amore non si spiega”. Una conoscenza fortuita, durante una conferenza di un matematico illustre sulla “teoria delle catastrofi”.

Un incrociarsi di sguardi tra il tedesco apparso all’improvviso nel folto pubblico, simile a “un angelo biondo” novello Cupido, che lancia una freccia, incontrando “grandi occhi neri”, lo sguardo vellutato di Elena. L’emozione è palpabile. Cosa avviene nel cervello quando scocca la scintilla? Neuroni in effervescenza. Sinapsi delle dodici aree del cervello per quell’effetto di euforia e l’accelerazione dei battiti del cuore. Chimica o magia dell’incontro?

Perché ci si innamora di quella persona fra tante? Affascina nel romanzo la fenomenologia dell’amore, come lo snodarsi degli eventi, attraverso la tecnica sapiente del flash-back. Il flusso di coscienza rende presenti momenti che hanno inciso profondamente. Esiste un tempo dell’anima, che annulla le scansioni cronologiche.

Per Elena è indelebile la bella villa di campagna in Puglia, l’infanzia felice, la figura straordinaria del padre medico, del quale continua la professione, serbando vivi nella memoria parole e detti, come perle di saggezza, così l’amore per il bello, per le città d’arte, che le aveva trasmesso. La sua scomparsa, una ferita mai guarita… Una svolta, il trasferimento a Roma.

Il nido “disfatto” che si ricompone al femminile. Il fratello lontano in Australia. Elena vive con la madre e la sorella Chiara, studentessa di matematica che “causa” l’incontro fatale con Thomas, durante una conferenza, e poi… la terribile scoperta del suo male…

Thomas parimenti rivive la memoria della grande guerra del padre Albert. “…Hitler che aveva fatto liberare Mussolini, la repubblica di Salò, il massacro di Cefalonia, Roma lasciata allo sbando, gli ordini disumani di Kesserling e di Kappler”. Razzie, rastrellamenti, l’eccidio delle Ardeatine. Nel 1944, Albert era a Roma che, occupata e bombardata, conservava il suo fascino, nonostante le ferite, la devastazione, e rastrellamenti. Egli pensava a Berlino, ai genitori, alla bellissima Karola, che aveva lasciato e sognava la fine della guerra. Suo malgrado, era parte della crudeltà tedesca, ma ne sentiva ribrezzo. Ogni pietra di Roma “gli sembrava una sacralità che solo l’empio potere poteva profanare”. Viveva notti insonni, trapelata la voce che i tedeschi volevano far saltare Roma. La barbarie estrema evitata. Un’aristocratica bellissima aveva sollecitato l’incontro tra Karl Wolf e Pio XII. Il fascino di una donna aveva salvato Roma? E, ora, il fascino di un’italiana, Elena, soggiogava suo figlio Thomas.

Il romanzo, ben costruito avvince per la vena affabulatoria della Benagiano, che fonde “vero storico” e “vero poetico” in un contesto di odio, di follia, di distruzione, che hanno attraversato e falciato l’Europa negli anni della grande guerra. La storia, purtroppo, non è magistra, osserva Antonietta con la congeniale “ironica malinconia”, come ben nota Giorgio Bárberi Squarotti, nell’acuto quanto essenziale giudizio critico, riportato in quarta di copertina. La vicenda si snoda nel tempo. Giunge alle inquietudini di un’attualità sempre più contraddittoria, all’ “anormalità normale”, per parafrasare un titolo fortunato e geniale della Benagiano[1], che coglie la condizione esistenziale del post-moderno nella società del relativismo etico, della crisi di identità, dopo il franare delle assiologie e delle ideologie, e la deriva del pensiero debole. Il malcostume diventa costume. Anche sulla storia d’amore di Thomas ed Elena si profilano delle ombre: i giudizi negativi del tedesco sul costume degli Italiani, la complicità con l’amico berlinese ritrovato per caso, la diffidenza, nei confronti di Thomas, dei familiari che vorrebbero una stabilità nella loro relazione, una decisione definitiva. Significativi i capitoli: “Squilibri-Equilibri-Squilibri”, “Il cerchio aperto”, “L’imprevedibile”, “Oh, la folie d’amour!”.

I libri non si raccontano. Esistono in quanto vengono letti… Qualche flash provocatorio come invito alla lettura di un romanzo che avvince, che crea suspence per l’esito finale. Un finale aperto?

Romanzo d’amore, romanzo storico, romanzo saggio, romanzo psicologico? Deciderà l’attento lettore. Un romanzo, se autentico, ingloba tutte le letture e le trascende, suscitando il barthesiano piacere del testo. “Berlino-Roma e viceversa” ha le carte in regola per catturare il lettore ed immergerlo nella pagina, sempre avvolta di pensosa malinconia, malinconia dell’essere e della storia. Antonietta sdrammatizza con humor italico, panacea per le ferite dell’anima, necessario a convivere con il chiaro-scuro esistenziale. Buona lettura!

[1] A. Benagiano, Anormalità normale. Besa Editrice, 2007, in “Silarus” fasc. 251-252 Maggio-Agosto 2007.

Recensione
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