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Navicello Etrusco, Per il mare di Piombino

“Roberto Mosi trae ispirazione dalla sua Toscana per il “Navicello Etrusco”, raffigurato nella bella immagine di copertina. Sottotitolo: “Per il mare di Piombino”. Luoghi di elezione: Populonia, Follonica, Tarquinia, l’isola d’Elba. E’ un viaggio a ritroso nel tempo, che si sostanzia di mito e di storia, in uno scenario di incomparabile bellezza naturale. Senza ieri, non c’è domani. La luce del passato illumina il presente. Il Navicello attraversa le acque tempestose della storia, tocca Populonia fiorente per le risorse minerarie, per la felice posizione geografica, crocevia di traffici, luogo d’incontri nel Mediterraneo, visse nel VI secolo a. c. il periodo di massimo splendore con un’acropoli e una necropoli che hanno lasciato tracce indelebili sulle incantevoli spiagge. I ritrovamenti archeologici evocano la voce delle Sirene. Testo esemplare: “L’Anfora di Antiochia”:

Davanti alla spiaggia
della fonte
il pescatore
di Livorno
trovò l’anfora d’argento
di Antiochia.

Cibele, Mitra e gli dei
Dall’Olimpo, a sbalzo,
incitano all’incontro
con il divino,
ai segni
dell’immortalità.

Al centro della scoperta del mondo etrusco sono le divinità dell’Olimpo e la figura della donna “Velia”, partecipe alla vita pubblica, come l’uomo, in barba agli autori greci e latini, “maestra di vita e di libertà”.

Nella corsa verso il presente, il “Navicello” s’imbatte nelle rovine della città etrusca, poi romana, di Populonia. Emblematici i versi del “De reditu” di Namaziano, citati:

Non indigniamoci che i corpi mortali si disgreghino:
ecco che possono anche le città morire.

Nel riprendere la rotta emerge il ricordo di Dardano che partì dall’Etruria per fondare la città di Troia, solcando le acque del Mediterraneo.

Dardano partì dall’Etruria
per fondare la città di Troia,
superò ogni confine
sulle rotte del Mediterraneo.

L’eroe Dardano guida
ancora oltre i confini
il suo popolo
alla conquista della dignità,
sul mare in tempesta dell’utopia.

Come gli Etruschi, i migranti di oggi, tra sacrifici e infinite tragedie, cercano una terra che li accolga. Il testo si chiude con la speranza di nuove rotte sulla strada della solidarietà e della pace, con l’auspicio che si intoni un “Canto dell’Umanità”, tra tutti i popoli della terra.

“Uccelli migratori”, “La stella Cometa”, “Mani” sono titoli significativi di liriche che cantano “i dolori del mondo”, attraverso Mani piccole mani nere/ mani bianche mani ferite … Ognuno immagina l’incontro/ con altri cieli, con altri mondi.

Il sogno naufraga (“35.5 Latitudine Nord – 12.6 Longitudine Est”):

Sono nell’urlo dei disperati
sprofondo nell’acqua
conquisto il silenzio, la pace.

Il Mediterraneo, da crocevia di civiltà a tomba dei popoli. Roberto Mosi sferza le nostre coscienze addormentate. In coerenza al pensiero di Giacomo Leopardi: “la poesia del sommamente muovere e agitare … , provocare una tempesta, un impeto un quasi gorgogliamento di passioni (…) e non già lasciare l’animo nostro in riposo e in calma”.

In sintonia al pensiero di Salvatore Quasimodo: “… Nel mondo contemporaneo sterminato di morte, l’impegno del poeta è quello di rifare l’uomo”.

Tra metafore e sinestesie, in interferenza di sensazioni, nell’alternarsi di immagini, ora vivide, ora sfocate, la poesia di Mosi, raffinata ed elegante, pur pregnante di Storia, intrisa di musicalità, ha il dono della leggerezza calviniana. Allusiva ed evocatrice, la malinconia e nostalgia, della luce del giorno come nell’ombra della sera, nonostante tutto, la parola poetica schiude un varco alla speranza”.

Recensione
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