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Letti bianchi

Ali tutelari

Dieci letti bianchi d’ospedale a numerare le dieci poesie della breve ma significativa silloge di Mariagrazia Carraroli, nata come riflessione conseguente all’esperienza vissuta in occasione dei ripetuti ricoveri del suo compagno di vita Luciano Ricci.

I letti d’ospedale, qui umanizzati, parlano a chi ha sensibilità per ascoltare e insegnano che la salute non è mai dovuta e quando viene a mancare, si rompe un equilibrio per la persona colpita e per chi le sta attorno. Cambiano all’improvviso le coordinate di riferimento, cambiano i modi di approcciarsi agli altri, cambiano i ritmi della vita nelle anonime stanze d’ospedale.

Il dolore, diverso per ognuno - a differenza dell’uguale felicità, come ci ricorda Tolstoj – risuona di letto in letto e accomuna le persone, sia quelle malate che i loro familiari.

Con questo tipo di dolore si misura la poetessa e lo traduce in versi nati dalla sua profonda sensibilità. Ciò che colpisce il lettore non è comunque tanto il lamento, inevitabilmente presente nei luoghi della sofferenza, quanto piuttosto quel senso di condivisione della paura e della speranza che si respira attorno ad ogni letto, nei volti e nei gesti dei pazienti e di chi li accompagna. E così possiamo leggere tra i versi: Anche il letto vicino si conforta quando i parenti del bel ragazzo albanese si segnano tutti recitando una preghiera.

I letti ascoltano, carpiscono i segreti, i sorrisi e il dolore. Quello N˚3, ad esempio, consola la figlia (non riconosciuta dalla madre) che piange sua madre scomparsa/ mentre c’era.

Le badanti (sempre più numerose nei luoghi di cura) pur sorridenti e attente, racconta il Letto N˚4, non riescono con la loro presenza a pagamento a colmare la solitudine nel nulla vuoto degli occhi persi/ dentro orfanezza di figli.

I letti bianchi si tengono stretta la vita, sono pazienti rispetto al mondo che fuori dai vetri delle stanze corre velocemente, e si accontentano di ogni piccolo progresso rispetto al giorno prima: Lui con fatica alza l’esile gamba/ ride/ e chiede l’applauso per esserci riuscito (Letto N˚5)

Nei versi, i tanti gesti teneri e silenti in cui il non detto d’un gesto conta più delle parole (Letto N˚9), ci ricordano come la solidarietà sia così frequente nei luoghi di cura dove sorrisi di gratitudine, baci e strette di mano si alternano a calvari, a vite paradossalmente divorate per morire/ prima di morire (Letto N˚7).

Con il tocco lieve che attraversa l’intera silloge entra inevitabilmente in scena anche la morte, necessaria ad altra rinascita sotto il bianco del lenzuolo:

LETTO N˚10

Vuoto, sono vuoto

Su di me l’ala dell’Angelo
ha raccolto l’ultimo respiro

Lo implorava l’uomo
quando il male
impietoso martellava alla gola

e alla vita gridava
stringendo a sé mani familiari

Inutile il dolore?

Io resto là, dalla parte
solcata dalla pena
certo d’insita inquietante
sua necessità

Privato del corpo
privato della pena
dal freddo ora sono invaso

dentro il vuoto raggelo

e il grumo di domande
che fa più vero l’uomo

è mutismo cieco sotto il bianco
del lenzuolo

Inutile il dolore? Si chiede la poetessa e la risposta ci viene suggerita dall’idea insita nella cultura arcaica fino al pensiero contemporaneo secondo la quale la sofferenza genera sempre nuova conoscenza.

E così l’ultimo letto implora l’ala dell’Angelo mentre ancora grida alla vita: armonia di opposti, immancabile fino all’ultimo respiro.

18 luglio 2018

Recensione
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