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Tanti sono i fili che s’intrecciano nelle composizioni della silloge di Liliana Slomp Ferrari Come goccia di vetrata, fili che l’autrice s’appresta con pazienza a dipanare nel giorno per giorno della vita che fa affiorare pensieri e ricordi, personaggi e luoghi del tempo andato, i monti e le vallate in cui è nata, la casa e l’ortogiardino dell’infanzia. Sono testi pervasi dal rimpianto per la felicità perduta col passare degli anni, quando la bambina godeva delle piccole cose che rendevano gradevole e spensierata l’età dell’innocenza, vissuta in pieno dopoguerra. Particolari d’altri tempi riportano a quegli anni, quando ancora si calzavano gli zoccoli, si leccava il gelato in cono, sui quaderni si scriveva col lapis e, con le ciliegie, si facevano gli orecchini. Tutto perso, finito per sempre. Ed ora, la lucidità di pensiero della donna matura, a cosa porta? Dove porta? Molte domande si pone l’autrice, soprattutto inerenti alla solitudine che caratterizza la vita adulta, dopo i distacchi e i lutti. Indagata senza pudori, la solitudine viene variamente indicata come irreparabile, sovrana, tormento sordo che attanaglia. In un altalenare continuo tra la volontà di recupero dei frammenti di ricordi dall’oblio e il desiderio di lasciar andare le cose al loro destino, tanto la vecchiaia incede comunque inesorabile e scava i suoi solchi sul viso che era liscio, l’autrice si mostra cosciente del proprio stato. Come se volesse farsi testimone di tutti coloro che si trovano nella medesima condizione di anziani avviati verso il declino, attraverso la ricerca poetica, in un suo modo singolare, guarda in faccia la realtà con distacco e, nel descriverla senza veli in versi, raggiunge lo scopo di rallentare l’andatura ed esorcizzare il lavorio delle Parche.

Con affetto rievoca le persone care scomparse: il padre (Nessuno potrà ridarmi… | la strana sensazione d’importanza | irripetibile di figlia), la madre (Mia madre vedevo nel buio dei giorni | chiamava con voce di tuono | bagliori covava allo sguardo), la nonna (Intrecciava i giunchi la nonna | con mani sapienti… Donna dalla lunga sottana | allargata a campana), il fratello Ezio a cui sono dedicate due poesie (Ti spio bisbigliare i tuoi vent’anni, | i trenta, i quaranta, poi lo schianto. | Eterna era l’estate dell’ardire…)

Ora che il tempo è passato, con l’incedere della vecchiaia il futuro si riduce e spaventa per i suoi ritmi già noti e i giorni sempre uguali (Smarrita mi accartoccio nel domani | in chicchi di pannocchie già sfogliate). Il passato e il presente assumono dimensioni nuove agli occhi di chi si sofferma sull’attimo. Il silenzio aiuta a vedere, sentire e meditare, a trovare le parole per esprimere lo sgomento che talvolta diviene angoscia. Ma, per salvarsi dal pericoloso pessimismo, l’autrice compie un’operazione acrobatica e talvolta riesce a recuperare dimensioni meno cupe, per salvarsi si serve dell’ironia.

E se il declino fosse solo – si chiede – questo arrosto bruciacchiato… Forse il declino è il continuo | devolvere a qualcuno il futuro.”

I titoli delle sezioni contengono accenni agli elementi chiave: Come gocce di vetrata, che dà il titolo all’intera raccolta, riporta lo scivolare libero del canto poetico, Nel bosco trascorso indica le atmosfere di lunghi pomeriggi domenicali pervasi di malinconia, i rosari recitati nelle sere di maggio, i languori che prendono alla vista di qualcosa, come un muro coperto d’edera, che riporta indietro nel tempo, Al cancello rugginoso dell’anima indaga sulla sorte dell’anziano e la ruggine diviene simbolo di consunzione e caducità delle cose. E delle persone. Senza un perché. L’ultima sezione Endecasillabo ultimo contiene una dichiarazione d’intenti in merito allo stile. L’autrice infatti rende conto della sua scelta di adottare il verso di undici sillabe per esprimersi riguardo alla morte e rivendica il ritmo e il metro per meglio addentrarsi nei suoi accenni all’antologia di Spoon River di Lee Masters: Dormono, dormono sulla collina… cerco gli amici con cui conversare | o un verso a capofitto nella terra

Recensione
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