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Reale apparente. Giochi d'esistenza

Un castello da fiaba, sospeso tra le nuvole e il mare. Due mani dischiudono le tende di un sipario, il cui drappeggio si trasforma, per incanto, in tronco d'albero, cornice artistica della natura. Poi la tela si capovolge, muta magicamente la prospettiva. Così nella tela di “Le vie dell'acqua” di Carla Sautto Malfatto, immagine “sdoppiata” e scelta per la copertina del nuovo libro di poesie di Emilio Diedo, Reale apparente. Giochi d'esistenza, Este Edition 2013.

Il titolo illumina: “reale” e “apparente” sono le due facce della stessa medaglia, sfumati da un labile confine. Nel titolo è sottesa infatti l'ambiguità, il dilemma tra il visibile e l'immaginato, tra l'oggetto e il ‘miraggio’. Il sottotitolo poi offre una chiave fondamentale: l'autore ci porge Giochi, di parole, di suoni e di immagini. Ma si tratta di giochi seri, che riguardano l'esistere.

Il primo componimento s'intitola proprio “Giochi”:

Gioco cogli occhi ad arte
cogliendo i colori fasulli
disegnando (è nel sogno
mischia le carte un'idea)
nella libidine di un verso
bimbo – né mai crescerà
[…]
sto in un uscio metafisico
di radiosi castelli di fiaba.

Paolo Vanelli nella sua prefazione descrive Diedo come “un poeta che sperimenta, con esiti assai pregevoli, nuove formule poetiche e nuove strategie operative, ben consapevole del fatto che la poesia, per essere efficace e rispondere al sentimento del tempo, deve suggerire un'idea e farsi struttura compositiva capace di metterci a portata di mano un inedito accadere”.

Reale apparente è nel contempo lo studio di nuove strade formali, come dichiara l'autore nel suo “libro-manifesto”, “preambolo per una presunta NUOVA METRICA”.

“Un nuovo parametro – s’interroga Emilio Diedo –, magari non troppo elastico per dirsi canone, può essere utile? […] la mia idea in materia tenderebbe ad una soluzione metrica (o, diciamolo pure, parametrica) in una misura molto soft […]. Non sarebbe altro che una regola meno tiranna”. Diedo è alla ricerca di una soluzione originale: “La si potrebbe citare quale 'metrica figurativa', 'visiva' o altrimenti 'iconica'. O, ancora, ‘metrica spaziale'. “La molteplicità delle soluzioni estetiche che tale sorta di concetto metrico supporterebbe, al limite, potrebbe essere suscettibile di palesarne, per la forma visiva impressa sul foglio, altrettante geometrie, tali da tentare di forzarne una sostituzione definitoria della sostanziale finalità storica, giungendo a coniarne, eventualmente, una geo-metrica”. Così l'autore nel suo “manifesto” presenta la complessità del suo studio, che Vanelli ha accostato alla pittura di Kandinsky, “dove le macchie di colore e le geometrie che occupano lo spazio si accompagnano a segni lineari, filiformi, che sono indicazioni di possibili moti e di dinamismi spaziali. Tutto il disegno cioè allude a un movimento spaziale che, come disse il pittore, si trasforma in un 'campo di forze'”. L'ordine stravolto cerca un nuovo ordine.

Allitterazioni, anastrofi, anagrammi: il significante puro si afferma con il suo ritmo e le sue sonorità che smontano e ricompongono parole e significati. Come in “Altalenante”: “Altalena eterna lenta altalena/ una nenia di inedia...”.

Nel verso c'è il gioco delle parole che si contengono l'una nell'altra, s'inghiottono tra loro, come in “Scomodi modi”: “Scomodi modi che l'uomo,/ modificandoli all'esigenza,/ vicendevolmente s'impone”. I suoni consonantici e vocalici si rincorrono, specularmente in un equilibrio di riflessi: “Kosmos/Osmosi”, “Aperta la porta”, “Odiati diavoli”. Altrove “le virgole son angeli custodi”, in una corrispondenza tra segni convenzionali e universo.

La poesia di Diedo talora si fa labirintica, quasi spigolosa nelle sua “geometrica” che si nutre di termini poetici e di immagini retoriche sofisticate. “Così io disperso nei sogni/ del cosmo mi sono perso,/ ma m'attraversa lo spirito” (“Disperso/ perso/ m'attraversa”). Il poeta utilizza le parole come veicoli liquidi, inseguendo la profondità dei significati, alla ricerca della purezza primigenia. Di un'infanzia serena della vita, di qualche “verità” che illumini l'ipocrisia, la presunzione.

La voce del poeta anela ad una “Cromatica realtà di fiaba/ stagionale, annuale dono/ per grazia divina, goduta./ Altro gradito eden di vita”. Aspira ad un “volo” – altra parola imprescindibile nella silloge di Diedo – che sovente è tarpato sul nascere, scoraggiato dalle circostanze, come si legge in “Anime”:

Anime menomate d'ali, l'aria
che vibra e ci circonda ci libra
ugualmente nella libera salita
che ci conduce innanzi al Dio,
aquiloni in fuga oltre l'essere,
frenati dal filo ancorato all'io.

Troverà la parola una via d'uscita dal labirinto? Scoperchierà il cielo, zigzagando tra le vie di terra? Il poeta nel componimento “Nei versi trasparenti, niente” sembra fermarsi di fronte a un vicolo chiuso: “Io sto qui a scriver per niente./ Ed hai voglia di edificare strofe/ quando i versi disegnano icone/ d'un niente, zero”. Ma è più forte l'aspirazione alla “luce”, alla scintilla creativa. Così Emilio Diedo si avventura per strade inedite, inesplorate, con ironia, studio, divertissement. Il gioco resta fondamentale indizio interpretativo, con la sua connotazione di gioco adulto, consapevole: ”Domani dovrò tornare ai ludi duri/ domani io rigiocherò con la divisa,/ domani io tornerò a essere il soldato”.

Il cerchio si compie e la fine coincide con l'inizio: non a caso l'ultimo componimento s’intitola “Gioco col cosmo”:

Gioco con il cosmo
ascoltando gli echi.
Percorsi tra parole,
nuovi suoni e voci,
son i miei balocchi.

Le parole, i “nuovi suoni” e le “voci” di chi scrive sono “balocchi”. Come Le vie dell'acqua raffigurate in copertina: vie mutevoli, effimere, sorprendenti, libere, giocose; eppure appartengono all'acqua, elemento primario. Fonte di vita.

Perché il senso della ricerca di Emilio Diedo forse è proprio questo – come ha osservato infine Vanelli –: “restituire alla poesia il suo compito di farsi farina della vita”.

Ferrara, 28 maggio 2014

Recensione
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