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Controcanto

La silloge in versi Controcanto di Angela Ambrosini prende il titolo da una poesia in cui ella alterna suoi versi a quelli di Vincenzo Cardarelli in Gabbiani. Il controcanto è un’armonia secondaria che si sovrappone o sottostà alla melodia principale. Ma non per questo è meno importante, anzi spesso vivifica e arricchisce il senso della frase musicale.

Ogni poesia è preceduta da citazioni di versi di grandi poeti. Il Controcanto di questa raccolta non è quindi riferito solo ai versi di Cardarelli, ma a quelli di tutti i grandi da lei citati, come se il suo poetare fosse un’eco, una melodia sottostante alla poesia “universale”.

Importante è riflettere sulla struttura che l’Autrice ha dato alla sua silloge.

La prima sezione è Lievito al tempo. Essa comprende poesie in cui ella medita sull’essenza e il significato del Tempo, non il tempo segnato da orologi, clessidre, meridiane, ma il Tempus manet della prima poesia, il tempo come unica certezza eterna, il tempo che dal volo dei giorni non fugge né allenta la presa.

Comprendiamo il significato più profondo che la poetessa affida al fluire del tempo. Le sue poesie ci parlano di fanciullezza e adolescenza, di felici ore giovanili, ma il rimpianto non è mai sterile: è fertile di nuove promesse e speranze, che fanno lievitare il Tempo, come il pane, e costituiscono il nutrimento dell’animo.

La seconda sezione, Tra terra e mare, che ha come epigrafe il verso Es el mar, en la tierra di Juan Ramòn Jiménez, è costituita da versi in cui il mare, solo intuito e sognato nell’Umbria che non ha sbocchi marini, e poi scoperto nei viaggi come respiro della terra, come radice paterna in Vecchia casa in Dalmazia, nell’Irlanda di Yeats, nel vasto approdo di Ulisse, come maledizione e redenzione del Vecchio marinaio di Coleridge. In Ora è mia è la strada Angela Ambrosini ci rivela: Ora è mio il mare che ignoto mugghia oltre pendii e macchie della sua Umbria, inabissato cielo tra foglie e rami. Non vi è soluzione di continuità tra terra e mare: es el mar, en la tierra.

Questa sera che frange e inargenta pensieri su dorso del mare è la sera che la poetessa ama, e beve da questo calice il suo tempo migliore. In questa sezione troviamo infatti Acquerello, Scialle amaranto, Tramonto al tempio di Debod, versi in cui ella recupera e vivifica i ricordi giovanili, con immagini alate di colori e profumi.

Il mare la ispira e le fa correre la mente a ritroso e poi verso spazi infiniti.

Come immutabile è lo sguardo dal nulla del mare. Cambiando prospettiva, la Nostra poetessa guarda la terra dal mare, il nulla del mare, che non è nichilistico, ma infinità di orizzonti da cui lo sguardo è immutabile.

La terza sezione è Poiein (dal greco “fare e fare poesia”). Appropriato accostamento semantico: poesia come pòiesis, come creazione pura.

In queste liriche Angela Ambrosini offre al lettore una sintesi del senso che ha per lei il poetare. Quando il poeta sente l’ispirazione come un’onda annidarsi tremula in fondo all’anima, si allontanano le paure ed egli resta incantato di fronte alla sua parola denudata e ricca di senso. Il montaliano “falco in alto levato”, metafora del dolore e della morte, sarà sempre un rapace, ma meno straziante. Poesia quindi come mezzo per alleviare le pene e la paura della morte. In Briciole l’epigrafe, ancora di Juan Ramòn Jiménez, Que mi palabra sea la cosa misma, è l’auspicio che significante e significato coincidano, speranza e sogno di ogni poeta. Per la Nostra poetessa, nell’attimo in cui si sente straniata dal tempo, ogni briciola torna al suo pane, pane di terra e d’amore. Ogni briciola-parola torna alla sua origine, se il lettore chiede di ascoltarne il decifrato segnale. Il lettore sentirà l’eco della parola che si fa verbo, che dall’ispirazione soggettiva si trasforma in parola che comunica.

La parola poetica è anche terapia contro gli incubi notturni. La paura e gli incubi svaniscono, se la parola li sublima e permette di ridisegnare nuove albe.

La poetessa ha una fede totale nella forza della parola poetica e delle sue liriche. Se anche fosse la sua ultima sera, non avrebbe rimpianti e rimorsi di non compiuti addii. La poesia volerebbe come il gridio del gabbiano. Se fosse anche la sua ultima voce, scioglierebbe in flutti d’eco il seme del canto. E’ il giorno, il giorno che chiama, l’ora della voce poetica.

Parola poetica che deve imporsi sul “Grande fratello”, fra stantii rituali di afasie urlate, nel contenitore senza contenuti. La nostra parola, la nostra poesia che rischia di perdersi in melma di suoni.

La quarta sezione della silloge, Communio, raccoglie poesie in cui Angela Ambrosini canta la pietas e la fratellanza verso tutti gli uomini, perché tutti noi siamo uniti dal dolore, da una vita che è percorso di ciottoli e fango appena franto da singulti d’erba, mentre la mano e il piede cercano sostegni, dove fra burroni e anfratti annida e sgretola sogni il buio. Una vita che spesso è teatro in cui ognuno recitiamo il nostro ruolo tra contese aspre, come comparse attonite.

La pietas si estende agli abitanti di L’Aquila, colpiti dal terremoto dell’aprile 2009, al vecchio seduto solitario sulla strada nella sera, ad un venditore ambulante del Marocco, alla badante che ha lasciato in patria un pugno di sogni arresi al caso, al dovere, all’altro, e qua, dove l’ha gettata la storia che inghiotte larve di vita, di affetti, di addii, porta sollievo ad anziani e malati.

E la pietas ricopre soprattutto i morti, vinti e vincitori, di tutte le guerre, del passato e di oggi. La poetessa scrive che il cielo sereno di un’alba copre cieli e terre e acque di inesausti passati, facendone riaffiorare gemiti, spari, strazi. E il luogo dove ella vive, la sua vallata, il suo tempo, diventano centro vivo della storia e delle stragi che essa porta con sé. L’animo attende, perché è ormai tempo di sopire la morsa stretta dei lutti.

Il discorso e messaggio poetico di Angela Ambrosini, come tutta la grande poesia, assume su di sé il dolore del mondo e si fa universale.

Il tempo che sente lievitare in lei e superare i limiti dei ricordi, il respiro del mare che avvolge la terra, il suo chiedersi quale sia il vero senso del poetare, non è mai sterile solipsismo, chiusura entro i propri dolori e speranze, ma è sempre apertura agli altri, communio con gli altri, pietas per la condizione dell’uomo. La poetessa non si chiude mai in un nichilismo senza uscite, ma si apre a grandi spazi azzurri, ai cieli infiniti della speranza.

Il suo poetare è colto e raffinato, le strofe sono spesso lunghe e sinuose, con un concatenarsi musicale di metafore visive, sonore, di odori e profumi. Potremmo dire che la sua è una poesia sinestetica, che trasmette al lettore immagini vivide, suoni, profumi. Le assonanze e le allitterazioni modellano versi e strofe. Il suono in poesia è l’eco del senso, e nei versi della Ambrosini questo miracolo si avvera sempre. Come in tutta la vera poesia, i paesaggi esterni penetrano nei paesaggi dell’anima e viceversa, in un magico continuo movimento. L’eco delle parole risuona nella mente, afferra, avvince, ammalia.

Non è affatto poesia ermetica. La poetessa è sincera nello svelarsi dietro le sinuosità e sonorità dei suoi versi e il suo messaggio arriva chiaro, se il lettore è attento a decifrarne i suoni e gli echi, a decifrarne il senso.

Il suo è davvero un “controcanto”, che si sovrappone e sottostà alla melodia della natura e della vita.

Sestri Levante, 16 marzo 2015

Recensione
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