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Il mio silenzio

Chiades torna a proporsi con questo ultimo libretto di venti composizioni
dove emerge la necessità di cogliere il senso misterioso della vita

Il silenzio, questo timido diniego, questa tacita protesta contro il vocio scomposto tutto intorno, è sceso nell'angolo appartato di un poeta, che se ne è impadronito per poter auscultare i battiti della sua vita e tradurli nei rintocchi della sincerità. Quel poeta Antonio Chiades, autore prolifico di prose varie e liriche ispirazioni, che ora con un suo ultimo librino di venti composizioni torna a proporsi con la discrezione dei toni sommessi che sono dell'uomo e della sua nitida scrittura, timbro di una ricerca oltre la poesia, animata dalle urgenze di una spiritualità che non dimentica il mondo, ma sa coglierne gli umori profondi, la traccia divina. Lo stesso empito di fede che suggeriva i versi di Sergio Corazzini: “Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù | e i sacerdoti del silenzio sono i romori | poiché senza di essi non avrei cercato e trovato Dio": poesia "crepuscolare", di un crepuscolo egualmente significativo del giorno che muore e rinasce, in una Luce "leggera e fuggiti va", che non acceca ma intenerisce. Come un rifugio nella dimensione delle cose e dei luoghi di sempre, degli affetti affondati nella nostalgia di tempi altrimenti sorridenti, di amicizie consegnate al racconto di una propria storia.

Ecco, quello che io chiamo il crepuscolarismo di Chiades è qui, nel ritrovare il profilo delle sue montagne o il profumo delle castagne che arrostiscono, nel ripercorrere in "una terra ricolma di assenze" i tratti brevi di ricordi screziati di malinconia: "con settembre ritorna | un'antica dolcezza | un mite abbandono | sapendo che tutto sta per finire | o per svelarsi pienamente", nella dolce epifania di un passaggio della natura e dei sensi. Si è detto che la poesia è un atto che si esaurisce in se stesso e in se stesso significa, perciò l'occasione (Goethe diceva che tutta la poesia è "occasione"), superando ogni pretesto, assume ogni volta ii valore di una metafora dell'universale sentimento dell'esistere umano: nel silenzio di Chiades – che lui ha ascoltato in una estate di pensieri – c'è dunque il segno della necessità di cogliere il senso misterioso della vita, la propria e di tutti. Passano le stagioni, ripassano i volti di Ugo, di Gianni, di Marcello, dei tanti che hanno popolato un tempo e ora popolano una memoria; con Maria, che compare fugace in pegno d'amore, torneranno sempre più spesso "sulla strada che porta | al monumento... tra azzurri richiami | che si fanno più limpidi | dentro di noi": e l'aspirazione alla purezza, alla fuga da tutto ciò che intorbida, che ferisce e falsifica ogni bellezza e ogni verità. Così la poesia di questo sacerdote laico del rito letterario si piega nella parafrasi di una vocazione a ogni libro più scoperta, ovvero quella di incontrare l'uomo, in sé e fuori di sé, e fame così il protagonista dell'infinita avventura dell'anima.

Recensione
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