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Il giro del mondo negli occhi di lei

Le donne il mondo la vita: messi così, uno accanto all'altro, nel polisenso di un rapporto indeterminato sembrano già annunciare il prodigio della poesia, quel suo fulmineo raccogliere nella parola i tratti svarianti del reale, quella sua superiore capacità di riportare nell'assoluto di un movimento verbale qualsiasi risentimento dell'anima. Ha detto Borges che ogni poesia è misteriosa, che nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere: mistero epperò contemporaneamente libertà del poeta, metafora di ogni libertà, anche quella di sentire e d'interpretare. Come la nostra libertà di leggere i versi di Antonio Chiades (Le donne il mondo la vita, Edizioni Sommavilla) e trovarvi i segni di una sensibilità umbratile, di una sommessa ma sempre lucida partecipazione al mondo e alla vita: là dove, stavolta, ha incontrato la donna, anzi le donne della terra e della memoria, le donne che pregano e che lavorano, donne sole e donne senza età, sorprese nei luoghi vicini o in lontananze conosciute. Sono belle, hanno "lo sguardo profondo", si posano "immobili e semplici" tra gli scogli "come creature venute dal nulla"; a volte il loro cuore è incatenato, in attesa tra nebbie ed echi attutiti, altre volte ascoltano – dimentiche di sé – "la gente che non invecchia | chinata sulle cose possibili". Talora sono "scolpite nel marmo", "enigmi | in ginocchio davanti al silenzio", o sono ombre del passato dai "profili dispersi": forse "un giorno ritorneranno, forse sono sempre rimaste". Così il poeta si stringeva – ricordate? – sulla panchetta della tessitrice, fantasma piangente di un amore di giovinezza: ricordo pascoliano, come pascoliano risulta il nitido impressionismo che percorre i versi, giacché oltre, intorno al "catalogo", si dispiega il inondo, quello delle cose e quello delle anime, i volti, i gesti, i sentori di donne che si è voltato a guardare – lui sì – con l'amore minuzioso del ritrattista in cerca della vita. E' la cifra umana e letteraria di uno scrittore che ci ha abituati al passo discreto di un'ispirazione che ha nell'uomo e nelle sue "avventure storiche" l'essenziale alimento.

Le storie di Chiades – che siano quelle dei "pazzi di guerra" o del pittore di Vinigo o degli amori foscoliani, quelle di grandi artisti e di umili santità – hanno sempre il taglio della semplicità, che non è povertà, ma sublimazione dei pensieri e degli affetti nell'esercizio della scrittura. Sosteneva il dottor Johnson che il poeta "non conta le screziature del tulipano": certo anche Chiades le trascura, ma non gli sfuggono la bellezza e il profumo del fiore, perché sono la bellezza e il profumo del mondo. Così come non gli sfuggono i "brevi sussurri" delle donne di preghiera: "fermati, ascolta | lascia passare l'indifferenza", monito agli uomini distratti e insensibili ai richiami della coscienza. Potrebbe essere il motto del poeta che affida a quelle "parole in penombra" la propria segreta moralità; e sono loro, le donne della terra – di Madrid, di Praga, di Venezia – sono loro le moderne coefore di un'offerta di sincerità, di sapienza del vivere e del raccontare. Il viaggio nel piccolo universo femminile, iniziato tra la cantilena leggera e la "fuggente ironia" delle donne venete, si chiude nel pudore della finale lettera a Maria, colei che gli ha "preso le mani | prima dell'ombra": confidenza d'amore e di complicità nelle peripezie del tempo, "fra nuvole e profili di sole". Lei gli addita la via da percorrere insieme oltre i limiti del finito. Così nel gesto privato si risolve la vicenda d'arte di Chiades poeta delle donne e ora poeta di una donna e, grazie a lei, delle proprie magnifiche ossessioni.

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