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Dal fondo dei fati

Da un altrove…

Sono molti gli aspetti attraverso i quali leggere e entrare nel mondo della poesia di Patrizia Fazzi, ma voglio partire da quella che per me è stata fin dall’inizio la prima reazione di adesione: la considerazione della sua particolarissima apertura, che tende dal particolare all’infinito. Nel senso che la situazione anche propriamente lirica dentro il suo canto esistenziale non è mai un ripiegamento su se stessi, a differenza di molta produzione poetica che leggiamo. Qui l’affondo dentro se stessi è il punto di partenza ed è la garanzia dell’autenticità del discorso poetico, ma c’è una catapulta che immediatamente lancia il proiettile fuori, voglio dire che quest’apertura è un’apertura di segno non solo positivo e coinvolgente, ma profondamente etico. Perché noi viviamo in un’epoca che contro ogni apparenza non crede affatto nella vita, si è condannata al “qui e adesso”, al “subito e esclusivamente”, non ha prospettive a distanza, ha una visione corta, cortissima, non crede in un futuro proprio perché non crede nella vita ed è completamente volta all’indietro, in quella forma masochistica secondo cui “è già accaduto quello che è importante e quello che si poteva fare è stato fatto” e che inevitabilmente ci costringe a vivere nella dimensione, nella prospettiva della decadenza, del “non siamo capaci di fare niente di meglio”. E’ una deformazione che molte epoche, forse tutte, hanno avuto, ma la nostra ce l’ha in modo particolarmente resistente e deformante rispetto a quella che è la coscienza, soprattutto delle giovani generazioni, che quindi, anche se vengono riempite di tutto sul piano materiale, sono in realtà depauperate di tutto e in qualche maniera, nel segno di una vita fatta di cose, sono condannate a una vita in assenza di prospettive spirituali di lunga gittata.

E’ questo andare controcorrente che mi ha subito coinvolto nella poesia di Patrizia Fazzi: il suo essere sempre e comunque attraverso la poesia l’insegna di un andare diversamente rispetto a quello che va, attraverso un messaggio non necessariamente esplicito, ma proprio in quanto non necessariamente esplicito e più subliminale, più importante, nel segno di una non omologazione che è il suo sguardo e il suo modo di commisurarsi ai più giovani, dando un’indicazione di speranza e quindi di futuro, perché in fondo, nonostante si viva in mezzo all’approssimazione, al difetto, al dolore, alla sofferenza, alla tragedia, tuttavia si vive, paradossalmente, nella scoperta di un continuo miracolo che la vita è, nella nostra esperienza di tutti i giorni. E in questa ottica, in questo quadro, c’è uno slancio poderoso verso il credere nella vita , che sottintende un fatto fondamentale: che non è vero che “il meglio è già stato”, ma il “meglio deve sempre ancora venire”. E’ in quest’ottica rivolta al futuro che leggo le poesie di Dal fondo dei fati.

Certo non è che questa poesia si nasconda l’evidenza del dramma, della sofferenza: anzi, proprio per questo è importante, proprio perché si interroga e si chiede: come si fa a superare il dolore, come si fa sopportarlo? E’ in qualche maniera l’interrogativo-stimolo che c’è dentro la sua poesia. Ma nella sua poesia c’è anche una risposta, che naturalmente è una risposta come la sa dare la poesia, nel segno cioè di una testimonianza che può essere compartecipata, non è mai un ‘input’ da seguire perché le parole dicono quello e allora bisogna prenderle per come stanno scritte. In questo senso la risposta che c’è nella sua poesia è una risposta forte. È la risposta di chi dice: attraverso l’atto d’amore degli altri e per gli altri in realtà non solo si supera il dolore e lo si può sopportare, ma, paradossalmente, si trova nel dolore una specie di molla che amplifica le nostre capacità positive: “Lascia che il dolore sia | – non solo il tuo –|.. la molla dolce e straziante delle tue creazioni”, dice un passaggio di una sua poesia .

Tutto questo ci porta ad una considerazione di tipo non solo critico e cioè che nella poesia di Patrizia Fazzi c’è una profonda fede nella parola. Questa fede nella parola è forte, è il convincimento profondo che la parola poetica ha un valore straordinario: “Risorgeranno parole” dice un verso titolo, e un altro verso parla di “parole-cometa” e potrei fare tanti altri esempi, ma mi limito a questo passaggio fondamentale, quando lei scrive “ vorrei piantare parole”. E’ evidente che se noi andiamo a “piantare parole”, ci aspettiamo dei frutti e magari anche dei fiori, visto che la bellezza che la natura ci insegna è proprio che non si possono separare i fiori dai frutti e senza i fiori non ci sono i frutti. Queste due cose ci riportano a quello che dicevo sulla fede che l’autrice ha nella parola poetica, perché ogni parola, in poesia – questa è una verità assoluta e profonda – ogni parola, in poesia è un universo, è un grande universo. Ecco la ragione per la quale la poesia impiega poche parole, perché bastano poche parole a disegnare quello che si vuole disegnare. E le parole, dice un suo passaggio importante, “hanno uno spessore tenue d’infinito”: quindi ecco la valenza , il valore della parola poetica e quindi la fede che l’autrice ha in queste parole, proprio perché queste parole ci trasmettono un qualcosa che va al di là e al di sopra del puro e semplice significato.

In fondo il poeta è uno che in qualche maniera è rimasto musicista e quindi è rimasto ad un linguaggio fondamentalmente indifferenziato, com’era il linguaggio alle sue origini, quando gli uomini hanno imparato a parlare e lo hanno fatto da musicisti e le parole erano parole musicali e non c’era una differenziazione tra significante e significato. Il poeta conserva in sé anche questo risvolto archetipico dell’uomo che impara a parlare da musicista e quindi da uno che usa un linguaggio indifferenziato, per cui la parola non è solo o tanto il significato, ma è soprattutto il significante, perché il significante contiene molto più significato del significato a cui siamo abituati a pensare a filo di logica. E’ in questa chiave che va vista questa fede forte, motivata che l’autrice ha nella parola poetica e che le fa dire che la parola della poesia è una parola speciale, “luminosa”, (La scia, pag.38) e quindi non è mai solo il frutto di un ragionamento o di un lavoro al tavolino ( il che non vuol dire che non servano il ragionamento e il lavoro al tavolino in poesia). Ciò nonostante c’è qualcosa di più e di altro perché la parola della poesia viene da un “altrove”, che è un posto stranissimo rispetto al quale gli uomini da sempre, ragionando sulla creatività, si sono confrontati dando le spiegazioni più diverse, parlando di ispirazione o di altro.

Ma cosa ci dice l’autrice? Ci dice che le parole della poesia sono “parole definitive” (pag.118) perché la poesia arriva da un “altrove” e non si è in grado di pianificarla. Dice un suo passaggio: “Oggi è giorno di poesia, | lo sento” (pag. 111). Quindi in qualche maniera questo strano messaggio subliminale arriva e spinge in una direzione che è anche di concentrazione rispetto a questa parola che è lì lì per arrivare e rispetto alla quale bisogna aiutarsi per riceverla nella giusta maniera, nel senso che è necessario mettersi sulla giusta frequenza. Ed ecco che questa parola arriva da quell’altrove e arriva carica di tutti i suoi filamenti che sono tutto ciò che si portano dietro le parole-universo che vengono da lontano, dall’altrove. È la ragione fondamentale per cui la poesia di Patrizia Fazzi – e lei ce lo dice con le sue parole – è “l’anima sul foglio”: “Bisogna che mi punga la parola | e mi scaraventi l’anima sul foglio | perché si stagli come un’isola lontana | il profilo del cuore sul mare irto di vele…”(pag.79).

Rispetto alle considerazioni sulla fede nella parola poetica, bisogna subito aggiungere che tutto questo si ricollega a quello che dicevo in apertura, cioè alla fede nella vita. Quella grande forte fede nella vita che le consente poi di lanciare agli altri in maniera subliminale un messaggio che va nella direzione della vita stessa. Perché contro tutte le apparenze, contro tutte le situazioni negative di sofferenza, di dolore o di tragedia e di morte, la vita è una straordinaria occasione, un miracolo. Ecco, se noi pensiamo alla sezione Vita vivenda, vi troviamo concentrati alcuni elementi fondamentali di questa esperienza della vita a tutto tondo, nei suoi aspetti positivi come in quelli negativi, dove però la somma non è mai l’azzeramento, la cancellazione, ma, nonostante tutti i segni negativi, il risultato è sempre positivo. Si legga per esempio a pagina 25 la poesia La vita: “Ah, la vita da godere | da saltare | la vita da gustare | la vita nel sole | nel verde e l’azzurro | …la vita che vola | che passa radente | e tutti colpisce | di mazza e fendente | ..”.

L’autrice sa benissimo che cosa sia la vita, non parla in termini generici o edulcorati della vita, sa benissimo che razza di bestia sia e che quindi occorra una seria strategia per controbattere le sue mosse più insidiose e più tremende. Ma, da questo punto di vista, Patrizia Fazzi sente nel movimento della vita la sua dinamica vera. La vita è metamorfosi e non c’è nulla che non continui se non modificandosi: solo ciò che si trasforma continua, il resto è già morto. E quindi in questa prospettiva, in questo movimento che vede continuamente il segno “più” e “meno”, dove quindi la speranza e la delusione si alternano, si inseguono, sormontandosi a vicenda, in qualche maniera si compie anche il “miracolo” e si avverano “”briciole di sogni | insperata mongolfiera” (pag. 27), ma si veda soprattutto l’ultima parte della poesia Vita : vita || vita che mi provoca | mi culla e poi mi annulla | mi cala nel buio a rincorrere voci | e poi mi spiazza con i suoi arcobaleni || vita da afferrare | e inafferrabile || doloroso meandro | dove perdersi con gioia” (pag. 36).

Nel suo ossimoro di “più” e di “meno”, la vita nel suo essere lì a portata di mano non solo ci dice “afferrami”, ma, mentre proprio l’afferriamo, ci dice “non mi puoi afferrare”. Attraverso le parole dell’autrice torniamo a quel movimento dinamico, a quella metamorfosi di cui si diceva e dove indubbiamente il miracolo si compie perché, nella somma di segni positivi e negativi, i positivi paradossalmente significano sempre di più dei negativi. Perché alla fine i legami, gli affetti, tutto ciò che ricapitolavo all’inizio del mio discorso in quell’atto d’amore che è la risposta per sopportare e superare il dolore, realizzano la grande conquista nell’esperienza di ogni vita. Ecco la ragione per cui ad un certo punto del libro Patrizia Fazzi dice “ti ringrazio, vita” | e ancora qui ti chiedo | dolori e amori e vita.” (pag. 87).

È interessante tornare al discorso della vita nell’ottica del viaggio che è nell’esperienza di ognuno di noi, questo viaggio di trasformazione e modifica continua, rispetto al quale c’è una presa di posizione decisa, forte (“ti ringrazio, vita,”). Che cos’è che può aiutare ad orientarci dentro questa vita che resta nei suoi riscontri e aspetti misteriosa? In questa vita, di cui abbiamo detto tutto il bene, ma anche tutto il male possibile, nel senso che è un labirinto molto particolare, ciascuno di noi si ritrova smarrito e perso come Arianna e ha bisogno quindi di un filo che in qualche maniera lo tiri verso l’uscita. In questo percorso il filo decisivo, dentro questo viaggio misterioso e cifrato, è – uso parole di Patrizia Fazzi – “ il filo siderale”, secondo il titolo di un’altra significativa sezione del suo libro.

Dentro questo enigma cifrato della vita, la presenza della morte ha una dimensione dominante. Ma perché la poesia e i poeti parlano spesso della morte ? In realtà non per parlare della morte, ma della vita, proprio perché la poesia si è sempre misurata con il morire nel nome del vivere, in quella chiave della metamorfosi di cui si diceva: solo ciò che si trasforma continua a vivere e per trasformarsi deve continuamente morire per rinascere. E’ questa l’ottica in cui ho letto queste poesie, trovandovi l’indicazione che, sia pure in mezzo alla perdita e alla morte, paradossalmente il tempo, il passato non è perduto, niente è mai veramente perduto, perché in realtà il passato siamo noi. Il passato non è rimasto alle nostre spalle, non è dietro di noi, quindi anche chi abbiamo perduto è dentro di noi. E, se il passato siamo noi, allora in qualche maniera, sia pure in chiave enigmatica e cifrata, una risposta ci viene dalla vita nel suo morire, che pare, nel morire, continuare a vivere. Come? Nessuno lo sa, neanche i poeti, quindi non si può trovare una risposta meno che mai logica. Ma certi messaggi subliminali continuano ad arrivarci dalla poesia e ci vengono sicuramente dalla poesia di Patrizia Fazzi : il passato non è mai veramente morto, anche quando noi l’abbiamo seppellito e c’è, a questo riguardo, la bellissima poesia La casa inghiottita: …scoprire che siamo, | o meglio eravamo, | anche un quadro, una sedia, | uno scorcio di sole | dall’angolo di quella finestra….”(pag. 95).

Citando un altro verso, “lungo viaggio d’amore | è la tua storia”, vengo alla conclusione dicendo che la metafora del viaggio della vita è anche nei molti nostri viaggi e nella poesia di Patrizia Fazzi ci porta sempre anche dentro il paesaggio, che può essere il paesaggio della sua casa, ma che è anche il paesaggio fuori. Un paesaggio che non è mai generico, è sempre collocato rispetto a luoghi, ore, stagioni che valgono perfino nel dettaglio, e in particolare il paesaggio toscano, quello della costa e quello dell’interno e, direi, in maniera straordinaria e sorprendente, anche il paesaggio della sua città, perché Arezzo è raffigurata, nella poesia omonima, in un ritratto straordinario.

Ritorno, per concludere, a una cosa che ho appena accennato all’inizio di questa nota e cioè alla musica. Nel senso che ogni poeta è un musicista, perché non esiste poesia senza musica, la musica in poesia è tutto: quello che noi chiamiamo “significato” ha un valore relativo, nel senso che è molto più accentuato e amplificato da ciò che noi chiamiamo “significante”, che invece trasmette e porta con sé un’infinità di significati, proprio perché è dentro quella parte indifferenziata tutto il meglio della nostra emozione, di ciò che proviamo nel nostro sentire che spesso è difficile, se non impossibile spiegare attraverso la parola del discorso logico.

La musica delle poesie di Dal fondo dei fati è la musica del nostro tempo e anche in questo l’ho sentita molto vicina, proprio perché ogni tempo ha la sua musica e la musica del nostro tempo è la musica frantumata, sincopata a cui siamo abituati come ascoltatori e consumatori della musica (il jazz piuttosto che la musica dodecafonica, il rock piuttosto che il rap). I poeti sono come i musicisti e, quando suonano, suonano sincopato, se sono coevi e figli del loro tempo. Anche la musica di questa poesia suona sincopato e va per ondate successive e diverse, spesso anche per sormontazione di una situazione all’altra, per cui in certi tratti a volte sembra frenarsi, certe altre cala, certe si autoblocca per poi ripartire, anche al galoppo , come nella già citata poesia La vita. La cifra della sincope, cioè l’arresto continuo per poi ripartire, è la caratteristica del nostro tempo e corrisponde alla frantumazione profonda della nostra coscienza: una coscienza frantumata non può che suonare in maniera sincopata. La musica di Patrizia Fazzi ha poi un’ altra caratteristica: si esprime attraverso una limpidezza, una trasparenza che corrisponde a una purezza profonda, essenziale, che poi è la purezza della musica autentica che senza bisogno di coprirsi si disvela nella sua semplicità e nella sua semplicità è più complessa delle cose che ci sembrano invece non semplici.

Arezzo, 15 maggio 2005

Recensione
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