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D'aria e d'acqua le parole

Firenze, 18 aprile 2009
presentazione del libro di
Roberta Degl'Innocenti

Buona sera, è con grande piacere che sono qui a presentare il nuovo libro di Roberta: D’aria e d’acqua le parole che, già da una prima lettura, mi era subito sembrato proprio di una maturità felice, come testimonierò qui, con parole tuttavia diverse, da quelle che ho scritto in prefazione. Chi vorrà, poi, leggerà la prefazione, ma un testo critico ha le sue necessità, invece una conversazione ne ha delle altre. E’ chiaro che toccherò alcuni punti che poi sono sviluppati nella prefazione con le ragioni, naturalmente, critiche, che mi fanno dire che questo è un libro di una maturità felice. Ma prendo il discorso da più lontano, ricordando quello che, a proposito dei poeti, ha detto un filosofo, un filosofo moderno: Heidegger, il quale, come tanti altri filosofi, interessato e attento al discorso della poesia, sottolinea come i poeti, quanto più sono significativi e coinvolgenti, tanto più attingono a una ricchezza di umanità che li caratterizza. Heidegger usa anche parole più dure che, tradotte in italiano dal tedesco, dicono qualcosa di simile “che non è possibile che un grande poeta sia un tanghero”, grosso modo questa può essere la traduzione. Un grande poeta, se è grande, lo è perché ha una grande umanità e parto da qua perché, naturalmente, da tanti anni conosco e seguo Roberta, conosco la sua poesia. Conosco anche la sua persona, che è una persona sicuramente di grandi qualità umane e di una disponibilità, di una dolcezza, di una capacità di lasciarsi coinvolgere in senso positivo. Aspetti che si legano ad altre sue qualità: una sensibilità molto accentuata, una capacità di dare pronuncia, poi, a questa sua sensibilità perché ci sono anche persone che, pur avendo una grandissima sensibilità, non riescono a dare pronuncia a questa sensibilità, non trovano le parole giuste e, in questo caso, come abbiamo visto fin dal titolo, sono parole di aria e di acqua, come diremo.

Ma una delle caratteristiche di Roberta, da sempre, lampante, conoscendola, e molti di voi, se non tutti, la conoscono e anche bene, è proprio questa sua, intanto personalità di una completezza femminile, che rientra proprio bene nel discorso della poesia e del poeta che fa Heidegger, perché, per Heidegger, il poeta è quella eccezione, perché i poeti sono rari, si trovano con il lanternino e forse neppure con quello, no? La caratteristica del poeta è che, crescendo, diventando adulto, tuttavia si conserva anche fanciullo, ragazzo, bambino, insomma riesce, paradossalmente, ad essere una specie di punto d’incontro di tutte le età che ha attraversato, senza che nessuna di queste età scompaia dalla sua esperienza esistenziale e, da sempre, da quando conosco Roberta ho sempre visto in lei insieme la bambina, la ragazza, la donna, in quella completezza al femminile, appunto, di cui dicevo, in una convivenza straordinaria che consente e realizza quello che Heidegger chiama la radiografia della vita, del vivere, del nostro vivere, quella radiografia che riesce solo a chi ha conservato tutti gli obbiettivi, nel senso proprio fotografico, l’obbiettivo del bambino, quello del ragazzo, poi via via quello dell’uomo, sempre più maturo. Ecco, parto di qua, perché questa è una caratteristica dominante in Roberta che si lega, appunto, a tutta un’altra serie di coincidenze degli opposti perché, in fondo, anche la coincidenza della bambina, della ragazza e della donna è una coincidenza degli opposti. Così come altre coincidenze degli opposti, che caratterizzano la sua esperienza, questa intelligenza acuta che lei dispiega anche nella lettura degli altri poeti, per esempio, insieme a questa sensibilità accentuata che da poi voce alla sua poesia. Quindi questo concentrato, insieme di intelligenza e sensibilità è, ancora una volta nella maturità, questa coincidenza della consapevolezza, che è frutto dell’esperienza e insieme di quella ingenuità, in senso alto e nobile che è, appunto, una caratteristica della bambina, ancora capace di meravigliarsi e di sorprendersi, senza per questo rinunciare alla parte sua più adulta che la spinge, poi, a cercare di capire o di spiegare il perché di quello che le capita, meravigliandosi, sorprendendosi. Ecco dico questo proprio per entrare, poi, in questo libro che è un concentrato che, ancora una volta, è una coincidenza degli opposti. E’ un libro che parte, come avete sentito, dalla dedica alla mamma, è un libro scritto proprio nel tempo in cui, poi, è avvenuta la scomparsa della mamma, quindi diciamo, con un piede decisamente dentro il dramma, la sofferenza, il dolore di una scomparsa in un legame così forte, così inscindibile come quello con la propria madre e, nello stesso tempo, è un passo che muove non nella direzione diciamo del dramma, non del buio o del grido ma, paradossalmente, nella direzione, invece, di una felicità che si lega alla luce e che si lega al canto, quindi, in una contrapposizione rispetto a quello che sembrerebbe il motivo di partenza. D’altra parte, in questo libro, si accentua una caratteristica che era già nella poesia di Roberta: una caratteristica che, vi confesso, è stata una delle cose che da subito mi ha coinvolto nella lettura dei suoi testi già da molti anni a questa parte, cioè il fatto che in lei, la memoria, non ha le caratteristiche a cui normalmente siamo abituati, cioè quella dimensione in qualche maniera del ripiegamento che è tipica di chi sente che l’unico modo per recuperare ciò che è stato è voltarsi alle proprie spalle e, in questa operazione, quindi, attraverso il ricordo, recuperare qualcosa che, però, è andato perduto. Un’operazione che è tipica, in fondo, di quella che noi chiamiamo la poesia elegiaca, che poi è i tre quarti della poesia che è stata scritta sulla faccia di questo mondo dal tempo dei tempi. Ma è un’operazione, quella del girarsi, del volgersi alle proprie spalle che contempla, inevitabilmente, una conseguenza: la malinconia, perché anche se nel ricordo qualcosa sopravvive, sopravvive però nella consapevolezza che non c’è più. Ecco, questa non è mai stata l’ottica memoriale di Roberta e meno che mai in quest’ultimo libro. Proprio a partire, guarda caso, dalla scomparsa di una figura, per lei così decisiva e dominante, come la madre. Il passato che rivive, anche in questo libro, nel rapporto con sua madre e con le altre figure ed esperienze che si legano all’infanzia, alla giovinezza, non ha un’ottica elegiaca tradizionale, non ha una piegatura malinconica, direi neanche fondamentalmente nostalgica, perché è immediatamente, come dire, acquisito dentro uno spazio del presente, del qui e adesso. Il passato non è alle spalle in questo libro ma è dentro di lei, è nel suo essere quello che è, perché è tutto quello che è già stato, e quindi lei è bambina, ragazza, donna e via via sempre più matura. Ma in questa continuità tutto continua, continua anche il passato, ma il passato è in essere, perciò non è alle spalle. Quindi non bisogna voltarsi indietro perché il passato lo si vive quotidianamente in ciò che si è ed in ciò che si fa. Ecco la natura di questo libro che, quindi, è pieno di immagini luminose proprio perché, contro ogni apparenza da quell’inizio della mamma morta, in realtà non c’è ombra non c’è buio, non c’è grido, ma c’è luce, ci sono colori, ci sono suoni che ci riportano ad una musica di cui poi diremo qualche cosa di più. Ecco, quindi, questa dimensione in cui, pagina dopo pagina, noi ci troviamo inevitabilmente coinvolti da tutta questa serie di situazioni che sono, ripeto, insieme di compresenza, di coincidenza ed, appunto, di luce. Questa luce è quella che rivela i colori e il libro è pieno di colori: non c’è pagina dove non ci siano dei colori che squillano ma, nello stesso tempo, c’è anche quel suono che di pagina in pagina, in realtà, realizza una sorta di sinfonia. Chi poi rileggerà il libro, perché non basta mai leggerlo una sola volta, nel senso che rileggendolo si scoprono cose che ci erano sfuggite alla prima lettura, alla terza poi non ne parliamo: ci sono delle ulteriori rivelazioni, ecco, scoprirà che c’è un’orchestrazione, ecco la musica che si realizza in un’orchestrazione d’insieme perché ancora di più, o ancora una volta, perché anche negli altri libri questo succedeva, non siamo tanto di fronte ad una raccolta come insieme di pezzi messi lì uno dietro l’altro, siamo in un corpo in realtà unico, quindi in un libro nel vero senso della parola e che ha un suo svolgimento interno che parte da un principio e arriva a una conclusione ma ha una sua circolarità per cui il lettore, poi, alla conclusione si può ritrovare benissimo al principio. La felicità della vita direi che domina queste pagine, una felicità della vita che passa attraverso, certo, quella capacità che dicevo di sorprendersi, di meravigliarsi, della bambina ma che non è più soltanto una bambina ma è anche una ragazza, anzi di più: è una donna e la sorpresa non diminuisce affatto anche nel momento in cui si mettono in moto, inevitabilmente, delle spiegazioni che naturalmente l’intelligenza, l’intelligenza come dicevo al principio, è l’altra faccia della sensibilità di Roberta, dicevo, quelle spiegazioni, che l’intelligenza chiede a se stessa. Ciò nonostante la sorpresa resta ed è una sorpresa di fronte a quelle che potremmo chiamare, con un’espressione magari abusata ma significativa, le meraviglie del creato. Perché questa felicità della vita è corrispondente ad un’esperienza delle meraviglie del creato e le meraviglie del creato sono la vita che si dispiega intorno a noi e anche dentro di noi. Poi, le meraviglie del creato, sono riconducibili anche a categoria. Le categorie dei famosi tre regni della natura, se vogliamo, perché presenze di tutti questi regni le ritroviamo nelle pagine del libro, e quindi gli animali, le piante, i luoghi, la meteorologia e, naturalmente, le presenze umane. L’esperienza, ancora una volta, di Roberta, nella sua poesia, è un’esperienza che concilia tutto: quando dicevo la coincidenza degli opposti perché le presenze sono presenze non solo materiali ma perfino materiche, legate a colori, suoni, sapori, però, nello stesso tempo, vivono anche nella loro valenza, diciamo così, anche visionaria perché una caratteristica che, da sempre, è dominante nella poesia di Roberta è il non avere il paraocchi di quello che potremmo chiamare l’effetto mortificante del post positivismo che ci ha convinti tutti, anche quando non ci pensiamo, che siamo solo materia e niente altro perché il positivismo, con tutti i suoi aspetti positivi, ha anche questo grande limite, come riconoscono proprio i pensatori, cioè che ci ha convinto di essere solo materia, pura materia, mortificando quindi le grandi valenze che agiscono facendo comunque, come dire, riferimento alla nostra parte più materiale e quindi il pensiero e quindi il sogno e quindi la capacità di visione cioè quella virtù, in qualche maniera visionaria, che si lega a un possibile sesto senso che non è poi così lontano dagli altri cinque. Ecco, questa è la dimensione costante nella poesia di Roberta, per cui le meraviglie del creato passano attraverso, appunto, anche quelle che si chiamano le alte funzioni e ci riguardano e tra queste indubbiamente il sogno ha una presenza costante. Il sogno viene anche, come dire, nominato come tale in più di un’occasione, in più di una poesia, perché il sogno è una ricchezza straordinaria dal punto di vista espressivo e nella celebrazione del trionfo della vita direi che il sogno ha la sua parte che è quella che poi ognuno di noi, in qualche maniera conosce, anche se, se ne dimentica, perché tutti noi sogniamo ogni notte, anche se poi ce ne dimentichiamo. Infatti la stragrande maggioranza di noi si dimentica di quello che ha sognato la notte, bisogna in qualche modo allenarsi per ricordarsi i sogni, come da un certo momento in poi ha insegnato Freud: è solo allenandosi, è solo facendo esercizio che uno via via è capace di ricordarsi tutto quello che sogna e il sogno dovrebbe essere quel grande ammaestramento di cui continuamente ci dimentichiamo: cioè la possibilità improvvisa di essere liberi dal vincolo dello spazio e del tempo che sono questi due nodi che insieme ci permettono, naturalmente, di viverne l’esperienza quotidiana della nostra esistenza ma, nello stesso tempo, ci mortificano perché ci costringono ad usare quei paraocchi che citavo prima. Il sogno ci libera improvvisamente: non abbiamo più il nodo dello spazio, non abbiamo più il nodo del tempo, siamo dovunque in una contemporaneità che rende possibile questa coincidenza e questa convivenza del già stato con quello che è, o quello che sarà, ci consente un’ubiquità che è l’altro grande dono di tutti i creativi che siano poeti, che siano pittori, o che siano artisti, cioè la capacità di prendere il volo anche se non si sa volare, perché si vola in altro modo. E’ questa un’occasione, un’opportunità in più che consente di dar voce a quello che altrimenti non saremmo capaci di nominare perché molte delle nostre esperienze sono esperienze a cui manca, come dire, la parola giusta. Voi sapete che nell’esperienza degli uomini il linguaggio, quello che noi usiamo tutti i giorni, e qui stiamo usando insieme, parlando questa sera, è grande artificio è un’invenzione, appunto, dell’istinto degli uomini. Gli uomini quando sono comparsi sulla terra non sapevano parlare, hanno impiegato centinaia di migliaia di anni per elaborare il linguaggio e non è vero che hanno elaborato il linguaggio per comunicare fra di loro perché già comunicavano tra di loro come tutte le specie umane. L’elaborazione del linguaggio corrisponde ad una spinta profonda di tipo magico rituale. Gli uomini non ne hanno coscienza ma cercano, appunto, le parole magiche con cui dare pronuncia all’esperienza che fanno nella loro vita e dare pronuncia all’esperienza avviene, fin dal primo istante, senza che ne abbia coscienza, l’uomo naturalmente, con un processo simbolico, perché noi conosciamo esclusivamente per simboli, e il linguaggio è, appunto, il primo tassello di questa nostra capacità di conoscenza per simboli: le parole, voi lo sapete, sono dei simboli. Io dico tavolo non perché la parola corrisponda al tavolo ma perché, per convenzione, quel certo suono evoca quella certa cosa. Quindi si dice una cosa per intenderne un’altra: in tutto il processo simbolico si dice una cosa per intenderne un’altra o molte altre. La conoscenza è un processo artificiale e simbolico di cui i creativi sono la parte, come dire, significativa nel senso proprio del dare pronuncia a ciò che ancora non ha pronuncia e ai poeti, in fondo, è questo che si chiede: dare pronuncia a ciò che non ha ancora nome, non nel senso che non abbia nome, ma si tratta di collegare, di combinare tra di loro quell’immagine che, improvvisamente, ci rivela qualche cosa che altrimenti non riusciamo ad esprimere. E’ attraverso questo percorso, questo passaggio che nel libro di Roberta, con una creatività accentuata, forte, si da pronuncia al trionfo della vita e le sue parole, ecco che arriviamo al titolo: sono parole di aria e di acqua perché la sua particolare vocazione ha bisogno di questi elementi, elementi, appunto, mobili, che sembrano inafferrabili e quasi incontenibili, nel senso che, comunque, però si possono afferrare e si possono contenere ma, con una capacità, dico dell’aria e dell’acqua, di sfuggire facilmente ai contenitori e, proprio per questa fluidità, elementi capaci di arrivare dove non si arriva con altri elementi, apparentemente più concreti, perché più materici o più terragni. Ma non è affatto vero che siano poi così meno concreti degli altri perché aria e acqua sono la sostanza di quello che noi siamo. Ci dimentichiamo, continuamente, che il settantacinque per cento del nostro corpo è acqua e la cosa incredibile è che, una buona parte del restante, è proprio aria, per cui aria e acqua sono la maggior parte di ciò che noi siamo come consistenza, quindi non è vero che non abbiano questa portata di concretezza e proprio per questo sono capaci le parole di aria e di acqua a realizzare, come chiamiamo l’operazione: il miracolo. Nel dare pronuncia a ciò che altrimenti non si potrebbe pronunciare. Tra l’altro queste due parole aria e acqua hanno, nell’italiano, come in tutte le lingue neolatine, un’origine comune, i nostri progenitori, linguisticamente, che una volta chiamavamo indoeuropei, ora sappiamo che sono i mesopotamici, perché veniamo di là, linguisticamente parlando, e da qui veniamo. Queste due parole hanno una stessa radice che è una radice che contiene, fra l’altro, un suono molto presente e molto gradito qui da voi in Toscana: la spirata e che, nel resto d’Italia, si è perso. Io, che ho vissuto in tante regioni diverse, non ho mai trovato la spirata; solo in Toscana esiste. Sono due parole che nascono incredibilmente da una specie di esclamazione che è: a… a… a… … dove poi quell’aspirazione è diventata una h che è diventata v e quindi è diventata ahva mentre, nell’altra sua versione l’aspirazione è rimasta via via aspirata sempre più tenue: è diventata una e, poi ha fatto quella ae da cui deriva la parola aria.

Come una sorta di stupore, di meraviglia da parte dei nostri lontani progenitori, di fronte, appunto, a quelle meraviglie del creato con cui abbiamo a che fare quotidianamente. Quindi gli elementi più fluidi e più mobili sono le parole con le quali Roberta ha scritto questo libro e con cui lei, come poeta, ha reinventato, dandole nuova pronuncia, la vita in quella che lei chiama, in una sua poesia, una Favola Bruna attraverso, appunto, vi dicevo quel sogno che in una sua poesia lei chiama incantesimo del pensiero. Un’espressione che io ho trovato, non solo splendida dal punto di vista proprio poetico, ma significativa perché capace di alludere a quella capacità del pensiero di essere anche sogno, cosa che è sempre stata molto sentita e detta e ripetuta attraverso riflessioni diverse dai filosofi, dai pensatori, tra questi proprio Heidegger, che citavo all’inizio: questo incantesimo del pensiero che è il sogno. E non è affatto un elemento che trasferisca il discorso in uno spazio arbitrario, no, attenzione, il sogno, così come l’intelligenza, una parte viva vigile e cosciente, è sempre, comunque, uno strumento di conoscenza e di conoscenza profonda. Non doveva arrivare Freud ad insegnarlo agli uomini, perché gli uomini lo hanno sempre saputo, da che mondo è mondo, in tutte le tradizioni sapienziali si insiste sul sogno come forma di conoscenza profonda. Il sogno, quindi, non è una divagazione arbitraria ma è un’opportunità ulteriore, più potente, perché inedita, per dare pronuncia alla verità delle cose della vita e del mondo. Insisto su questo. E tutto ciò come avviene? Ecco che ritorno a quel suono che via via si va modulando, pagina dopo pagina, creando questa grande orchestrazione complessiva perché naturalmente la poesia è tale proprio perché è musica. Io, personalmente, sono convinto che in poesia la musica sia tutto, addirittura. Perché, appunto, è forse proprio quella natura di aria e di acqua che da forma alle parole e quindi al pensiero e al discorso. Ecco, la musica, della poesia di Roberta, è l’argomento con cui termino questa mia breve conversazione citando, ancora una volta, un suo passaggio, perché lei, ad un certo punto parla, di una musica bolera, che poi ci leggerà magari, ecco in qualche maniera, quindi, dando voce più cosciente anche ad un’esperienza, intanto che in lei è comunque istintiva, che è quella capacità musicale trainante, perché è poi il bolero proprio quel tipo di musica che è trainante, ma è trainante nel senso del coinvolgente, non è trainante nel senso del tirante, del fatto che si tira dietro qualcuno facendolo strisciare, no, lo porta avanti coinvolgendolo. Ecco, è sicuramente il tipo di musica che c’é nella poesia di Roberta. Queste le considerazioni fondamentali che volevo qui testimoniare per sottolineare, ancora una volta, la mia personale adesione proprio alla poesia di Roberta e al piacere di essere stato qui, ancora una volta, non solo il prefatore, ma anche il presentatore, di questo suo bellissimo libro della maturità più felice.

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