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Gate, gate, gate

I dati della così detta “linea veneta” (di una poesia elegiaca, fatta di eleganze, percorsa da sensualità, sentimentale, e scritta nella lingua della liquidità per eccellenza) risaltano nella produzione dialettale, nella situazione verbale che in modo privilegiato esprime il senso stesso dell’essere come accade con la “lingua materna”. E, quando si parla di dialetto, non si intende naturalmente la pratica folcloristica del recupero, l’operazione archeologica, il vezzo aristocratico, che hanno messo in auge i tempi (quegli stessi tempi che, intanto, hanno soffocato e costretto entro margini sempre più ristretti la realtà dialettale). Si parla qui del dialetto come serbatoio di una oralità, cioè di una cultura secolare, densa e ricca di sottofondi e di stratificazione, insomma della cultura la più radicata nel retroterra biologico. Dialetto come “voce del corpo”, come emanazione meno dimidiata, come punto di coincidenza di “langue” e di “parole”.

In poche regioni come nel Veneto l’uso del dialetto nel parlare quotidiano e la sua estensione a prove letterarie hanno avuto ed hanno una persistenza così massiccia. Per i veneti il dialetto è la prima lingua, e non solo la lingua materna, ma la lingua della vita tout court. Il Veneto illustre e i suoi esempi letterari stanno lì a dimostrarcelo. Il fatto è che quella veneta è stata e resta una possente lingua capace di originare anche un’altrettanto valida e complessa letteratura. È il caso veneto quello in cui, in fondo, il dialetto è la “grande lingua”, come diceva Andrea Zanzotto. E, se c’è un’aderenza tra la lingua e le cose, la terra, il nostro corpo (al punto che è la lingua che “parla noi”, come dicono i glottologi, e non noi che parliamo la lingua), dove altro tutto ciò si manifesta più che nel Veneto? Qui, dove la lingua della liquidità e del bisbiglio non è solo il “veicolo”, ma l’impronta stessa dell’elegia, dell’eleganza, della sensualità.

Questo è anche il caso di Gate, gate, gate (Edizioni del Leone) e del suo felice dialetto, per ragioni biografiche e familiari dell’autrice, nella originale e personalissima contaminazione vicentino-trevigiana. Una poesia, quella di Maria Antonia Maso Borso in questo libro, legata al ritmo variato, all’intermittenza, e in cui ai tratti descrittivi si alternano i tratti visionari. In una raccolta che è un repertorio variopinto di immagini, dominato dalla delicatezza del disegno e dalla dolcezza del ritmo, e in cui il dialetto vive la sua stagione biologica dell’immediatezza e dell’istinto, nonostante il ritorno periodico della consapevolezza e della cultura.

È una poesia, quella di Gate, gate, gate, che si configura come limpido canto, levigato, e in cui si incontrano passionalità e intelligenza, partecipazione e ironia. Una poesia scritta in una lingua felicemente “particolare”, ricostruita dal presente e dal suo modo di reincarnare i neologismi dentro il corpo del passato: una lingua, dunque, soprattutto “mentale” e al di là, in ogni caso, della filologia dei dialetti. Una specie di grande lingua madre a sua volta ripartorita dalla gestazione del qui e adesso, a cui l’autrice ha voluto affidare, in semplicità ma anche in una situazione di integrità culturale, il senso della sua vita, in un canzoniere che raccoglie tutti i temi, le opere e i giorni: l’amore, l’amicizia, la passione civile, gli incontri, la quotidianità.

La terra e la sua gente vivono nelle poesie di Gate, gate, gate attraverso quelle trafile di immagini e di oggetti che ricostruiscono la storia involontaria. Si può parlare anche di realismo, ma l’indicazione critica può valere solo nel senso veneto di una realtà che ogni volta contrappone al suo stadio nudo e crudo il richiamo alle dolcezze dei luoghi e delle cose. In una mescolanza di natura e di cultura, di spontaneismo e di sapienza letteraria, di istinto e di volontarismo. Elementi di paesaggio e di stagione (il mare, la campagna, il cielo, il vento, la pioggia…) sono ricorrenti, ma legati sempre a una interiorizzazione che li depista rispetto ad ogni naturalismo. Con un o scarto, sempre, psicologico o sentimentale, rispetto alla scena naturale in sé. In un recupero dei gradi più alti dell’elegia e, insieme, nell’adesione all’epica popolare fissata sui registri più cantabili.

In questa stratificata e ricchissima raccolta della piena maturità dell’autrice, a metà tra il passato della memoria e il presente della cronaca, la gioia di vivere trascolora nella malinconia, com’è del resto tipico dell’elegia e di quella veneta in particolare, ma sempre si stacca sul fondale della scena il profilo delle cose durevoli, delle presenze che si rinnovano e continuano, il senso di una gente sempre viva e destinata comunque a sopravvivere nelle generazioni come realtà culturale oltre che come puro succedersi di padre in figlio. E, dentro l’ottica individuale, è il respiro corale a contare, in una storia che intreccia le vicende proprie e familiari a quelle di una terra, di un intero paese. Quello stesso respiro corale che partecipa profondamente della natura e delle sue fasi, delle sue stagioni. Il tutto, espresso con particolare leggerezza e fluidità, in un dialetto reinterpretato come si diceva con una pronuncia personale.

All’insegna di una serena malinconia, Maria Antonia Maso Borso si fa interprete di un mondo di affetti e di memorie, di figure amate ed evocate con un gusto semplice ma profondo della vita assaporata in ogni suo aspetto: l’amore, la casa, il convito, l’amicizia, la decadenza, la morte. Ecco perché, radicata nel cuore della sua terra e formata dalle luci, dai suoni, dalle arie di questo suo humus totale, l’autrice, navigata e impeccabile nell’uso della lingua italiana, non può esprimersi qui che con le parole del dialetto. In una prospettiva che non è tuttavia quella “autunnale” propriamente veneta, ma ferma e cristallina, con uno sguardo netto alle cose della vita e del mondo. In una rifrazione di raggi e di aloni che vengono contemporaneamente dalle prospettive aperte di una fresca fede cristiana, da una parte, e da quelle altrettanto vivide di una religiosità naturale, dall’altra. Con l’effetto che il sentimento della natura e della terra si mescola all’aspirazione ideale.

Dallo specchio dei luoghi, delle cose e delle figure, si scatenano anche gli estri giocosi, spavaldi e magari stizzosi, tutt’altro che di rassegnazione, come nella sezione “Frègole” ma più in generale questa “conoscenza a briciole e pezzetti” caratterizza tutta la raccolta. È una conoscenza che “non colma mai le distanze”, in un’elegia che intanto, per tratti e salti, si fa espressivamente forte e tagliente e che mira perfino a farsi voce dell’impegno, a nome di una gente e di una terra che vogliono, sì, rappresentare se stessi e la propria ricchezza culturale, ma anche lanciare il proprio appello per una qualità migliore di vita e di morte. Comunque è proprio l’indole ironica di fondo a evitare la retorica della poesia engagée, facendo dirottare il discorso verso il giocoso e andando ad irrobustire l’emozione con l’ironia. Sempre con una vivacità di linguaggio, saltellante ed effervescente, fino al graffio epigrammatico e all’urticante paradosso della verità sapienziale. Un linguaggio di una liquidità turbolenta e schiumosa che, acrobata ed equilibrista, tiene dietro alle invenzioni e alle fantasie delle immagini, conservando sempre e comunque (dato veneto inevitabile) lo “stampo” dell’abbandono lirico.

Recensione
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