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Paolo Ruffilli
presenta
I graffi della luna

Sabato 4 febbraio 2012
Firenze, Palagio di Parte Guelfa
presentazione del libro di
Roberta Degl'Innocenti

Buona sera, ormai è una tradizione per me quella di presentare i libri di Roberta Degl’Innocenti, una tradizione che poggia, naturalmente, su solide condizioni che riguardano, da una parte, la persona di Roberta ma, naturalmente, dall’altra la sua poesia. Sulla persona di Roberta, credo, che voi tutti sappiate la sua disponibilità, la sua generosità, la sua delicatezza, tutta una serie di qualità tutt’altro che frequenti in un mondo come quello della scrittura e della letteratura. E’ sul fronte della poesia che, naturalmente, mi soffermo perché è la cosa che mi ha sempre interessato, più in generale la sua scrittura perché poi, fondamentalmente, sono portato a non fare troppe differenze fra la narrativa e la poesia. Io credo in una scrittura che valga in assoluto e, se vale in assoluto, non può che essere insieme tutto, non c’è scrittura che non sia insieme narrazione e poesia, sintetizzate nella musica. Poi avranno forme diverse nel dire quello che pronunciano ma, fondamentalmente, si legano ad un’esperienza che è un’esperienza profonda, che nasce da qualcosa che viene da molto lontano, quella che io chiamo l’ossessione perché diciamo che non c’è uno scrittore degno di questo nome che non sia preda di un’ossessione che lo attraversa e che lo trascina ed è l’ossessione che garantisce, paradossalmente, delle coerenza e della sostanza dei risultati.

La voce di Roberta è una voce riconoscibile, nel senso che è la sua, non appartiene a nessun altro e, in questa sua originalità, è una voce al femminile che ho sempre sentito molto interessante e coinvolgente per una ragione che cerco di sintetizzare in poche parole: perché è una voce nel segno della delicatezza, quasi per una legge dell’inversamente proporzionale, trovo, ogni volta, nella poesia di Roberta, questa capacità di esprimere con la delicatezza tutto quello che lei pronuncia e, sempre per una legge dell’inversamente proporzionale, diventando tanto più delicato il tocco, il tratto della scrittura va ad immergersi in qualcosa di più coinvolgente, più drammatico, più pesante: una caratteristica che mi ha sempre coinvolto che trovo giustamente ascrivibile a quella voce che ho detto femminile, perché poi una voce femminile è ben diversa da quella maschile: due mondi che appartengono a universi distanti, remoti, nonostante tutti i tentativi che si fanno di avvicinarsi gli uni alle altre e viceversa. Siamo due pianeti totalmente diversi, parliamo lingue diverse, abbiamo voci estremamente diverse. Poi cerchiamo di adeguarci perché la nostra differenza radicale ci spinge ad andare verso l’altra parte: cioè subiamo l’attrazione di ciò che non siamo e di qui il tentativo, appunto, di avvicinarsi, trovando cioè un terreno comune.

Però la voce femminile è voce femminile e dentro questa voce femminile, nel caso di Roberta, questa delicatezza conosce tutte le sfumature e tutte le sottigliezze che, in fondo, sono tipicamente femminili, quella capacità, cioè, di essere dentro il minimo dettaglio, dentro l’apparenza dell’ombra, dentro la situazione del dettaglio apparentemente marginale, e di essere tutto questo nel dar voce a ciò che sembrerebbe al contrario l’opposto e cioè il sentimento, le emozioni. Chi, per eccellenza, è capace di dare voce al sentimento e le emozioni? La voce femminile perché quella maschile, purtroppo, è condizionata da tutto un repertorio, diciamo logico razionale, anche quando, nel caso particolare, abbiamo di fronte un maschio che non ci sembra particolarmente intellettuale, ciò nonostante soffre, come dire, di questa ascendenza che lo riporta a dare pronuncia al sentimento e alle emozioni in modo apparentemente diverso, spesso attraverso il silenzio, perché se c’è uno capace di non parlare di sentimenti e di emozioni è proprio l’uomo, normalmente. Questa voce al femminile di Roberta ha dalla sua, poi, tutte quelle caratteristiche che ne fanno una voce letterariamente interessante, che sono le caratteristiche che si legano a quell’esercizio che rientra dentro la scrittura, a maggior ragione quella letteraria. In poche parole, anche se magari un autore non è consapevole, l’esercizio di tutte quelle figure che chiamiamo retoriche, quella capacità che diventa automatica di trasferire ciò a cui si dà pronuncia immediatamente nel simbolo.

L’uomo è in generale un animale simbolico: tutti noi, senza rendercene conto, parliamo per simboli, ma certo un poeta è, particolarmente, uno che parla per simboli e, nella simbologia di questa voce femminile di Roberta, giustamente, la luna trova una presenza e una dimensione che sono fortissime. Del resto, da un punto di vista strettamente simbolico, al femminile si addice la luna perché la luna ha tutte quelle caratteristiche che nominavo prima, nel segno cioè delle sfumature, delle penombre, delle gradazioni, proprio perché, in qualche maniera, è contraddistinta e caratterizzata da una luce di riflesso. Essere portatori di una luce di riflesso non è affatto un limite, non è affatto una valenza secondaria, di secondo grado, all’essere portatori di una luce diretta, tutt’altro, da un punto di vista simbolico, lo sappiamo, che la luce riflessa è molto più capace di rivelarci cose che la luce diretta invece ci nasconde, perché la luce diretta, proprio per il fatto che è diretta, è molto più abbagliante e ci impedisce di vedere, mentre una luce riflessa si fa interprete di quelle sfumature che quindi ci danno fino in fondo il senso di quel sentimento, di quell’emozione di cui parlavo. Dico tutto questo facendo riferimento quindi alla luna per leggervi solo i primi versi di quella poesia che s’intitola La rotta delle stelle: Convinciti che niente è come sembra, / il lago blu fortezza di mimose, / la punta vespertina della sera, / il bacio dei coralli dentro il vaso. / La luna è privilegio dei poeti, / s’indigna inquieta, meretrice strana, / languida cortigiana delle note, / principessa di versi e di canzoni.

Nel leggervi questi versi, tra l’altro, ho cercato di fare leva sull’aspetto metrico, su cui poi ritorneremo, perché, naturalmente, un’altra delle cose che mi hanno sempre coinvolto e convinto della poesia di Roberta è proprio la sua straordinaria valenza metrica. Ma torniamo alla luna, torniamo alla sua caratteristica di luce riflessa che è quella più adatta per parlare dei sentimenti, delle emozioni ed, a maggior ragione, del sentimento per eccellenza che è l’amore. Chi più e meglio di una donna sa parlare dell’amore? Diciamo che noi maschi tutto quello che sappiamo dall’amore lo abbiamo imparato dalle donne, altrimenti non sapremmo niente, e non sappiamo, nonostante tutto, quasi niente, nel senso che siamo un po’ più sordi rispetto alla forza di questo sentimento.

Ebbene, in questo libro, l’amore ha una sua presenza ancora una volta in quella chiave che dicevo prima di delicatezza, tanto più forte, per me lettore, è stato attraversare l’amore che vive nei versi di questo libro. Dicevo, è stato tanto più forte, perché tutto ha un solfeggio delicato, delicatissimo, tutto, indubbiamente, ha un suo punto di partenza strettamente privato, autobiografico, dunque c’è un amore reale, di una lei e di un lui, ma leggendo, immediatamente, traspariva questa valenza, in fondo tipicamente della poesia che universalizza per cui quel lui e quella lei erano tutti i lui e tutte le lei. Ed è una virtù non da poco, io ritengo questa, dell’essere capace di trasferire ciò, che ti riguarda più nel privato, in una valenza universale che riguarda tutti quanti e, del resto, è una valenza che è tipica di Roberta perché agisce, prevalentemente, attraverso quella capacità di dar voce all’amore anche a un luogo, un luogo, appunto, da lei tanto amato che è la sua città: Firenze. Sicuramente anche in questo libro è fortissimamente presente ma, alla stessa maniera, di quel lui e di quella lei, anche questa città rimbalza automaticamente in una valenza universale, per cui ci trascina dentro tante altre città e l’attraversamento di Firenze è, in realtà, l’attraversamento del mondo.

Nel caso particolare questa valenza di un lui e di una lei, dicevo, perché questo lui e questa lei riempiono con la loro esperienza d’amore tutto il libro, anche attraverso la città o le città che lui e lei attraversano, ma in particolare Firenze. Come diceva, mi ricordo in un’occasione proprio fiorentina, Mario Luzi: Firenze è una città che ha una natura duplice come poche città: è insieme maschio e femmina. Sono poche le città in grado di essere maschio e femmina contemporaneamente, in genere le città o sono maschio o sono femmina o sono neutre, ce ne sono di neutre: una per eccellenza è Berlino. Berlino è una città neutra. Ci sono le città maschio e le città femmina. Firenze è una città che è, insieme, maschio e femmina e, nella poesia di Roberta, questa natura duplice salta fuori, senza che lei magari se ne renda anche conto attraverso questa presenza fortissima di una città che è insieme terra e acqua, l’acqua dell’Arno naturalmente, la linfa vitale: il simbolo per eccellenza femminile. Ma c’è la terra collina che ha una valenza più maschile e, in particolare, in una di queste poesie c’è poi questa presenza straordinaria del vento che, come una specie di ago, cuce insieme l’acqua e la terra: cioè questa natura duplice che in Firenze come dire, aveva sicuramente ragione Mario Luzi, si evidenza in una convivenza di ciò che apparentemente non può convivere perché Firenze ha in sé il marchio tipicamente toscano di quella quadratura del cerchio, che è tipicamente maschile, cioè la valenza razionale, logica, ma, nello stesso tempo, ha quel timbro di armonia che invece è femminile, e che riesce ad ammansire e rendere delicata e gradevole la quadratura del cerchio.

Ho detto qualcosa, potrei dire tante altre cose, ma certamente voglio andare all’aspetto che mi sta particolarmente a cuore e che è la natura musicale di questa poesia. Una delle cose che mi è sempre piaciuta nella scrittura di Roberta è questa sua, direi quasi innata tendenza, a mescolare i generi tra di loro: per cui i riferimenti nella sua scrittura, in caso particolare in poesia, non sono solo ad altra poesia, come sempre succede comunque per uno scrittore, perché la letteratura è sempre fatta di altra letteratura, chi pensa il contrario è su una strada sbagliata, il grande scrittore, iper lettore, è quello che, avendo letto tutto, ha assorbito tutto quanto e trasferisce in ciò che scrive ciò che lo ha preceduto, ma nel caso di Roberta i riferimenti evidenti sono anche ad altri campi, ad altri generi, sicuramente citavo prima questa sua scrittura tout court che riguarda la narrativa e in poesia trasferisce e trascina certe caratteristiche della narrativa, ma penso anche al cinema perché c’è una prospettiva, una dimensione tecnico formale, anche cinematografica, dentro le sue poesie, penso a certi aspetti delle arti figurative, insomma, tutta una serie di riferimenti in una stratificazione che, tuttavia, trova una coerenza in quella musica alla quale facevo cenno prima, perché la musica è fondamentale nella poesia di Roberta. Direi che, in particolare, anche questo libro, addirittura più di quelli che lo hanno preceduto, è una partitura musicale e la definirei una partitura musicale sinfonica in sei parti e un intermezzo, con una overture e una chiusura. Vi leggo un altro breve passaggio, di nuovo facendo leva sulla metrica: Indugia la città nel suo respiro, / principessa di vicoli e cortili. / La danza delle ore, il passo breve, / le porte d’oro brillano il tramonto. / C’è un fiume che separa le due sponde, / un’aria di stupore sulle ciglia. / Sui davanzali migrano gli odori, / in sintonia di ponti, quasi un gioco.(Rossomiele, Firenze in ottobre). Per chi abbia l’orecchio allenato non sarà difficile cogliere altrettanti endecasillabi.

La poesia di Roberta è una struttura di endecasillabi, direi un endecasillabo, certamente in una chiave moderna, come potrebbe essere altrimenti! Ma indubbiamente un endecasillabo che contribuisce, decisamente, alla natura musicale della partitura di cui vi dicevo. Una vera e propria sinfonia anche perché a lei, magari non se ne rende conto, ma sempre, ogni volta, per ogni libro, per come l’ho seguito, ed a maggiore ragione in quest’ultimo, naturalmente dal suo punto di vista, cioè dall’interno, la soddisfazione le doveva venire dall’orecchio e, fino a che non le è arrivata, non è stata soddisfatta. A cose fatte l’oggetto che abbiamo di fronte è appunto una sinfonia. Vi dicevo con una overture, con una sua chiusura. Tra l’altro, avete sentito l’overture: Ogni donna, però forse non avete visto che, a piè di pagina, ci sono dei fiori, così come nella chiusura scoprirete che ci sono delle foglie morte. Ma niente accade per caso: anche quando sembra ce le cose accadano per caso. E troverete, proprio nella chiusura, un verso, un verso che dice Scrivevo sempre i sogni. Questo è un aspetto che non avevo ancora toccato e che è sicuramente fondamentale nella poesia e nell’esperienza più in generale di Roberta. Cioè la prospettiva, la dimensione del sogno. Del sogno, cioè, come possibilità di vedere quello che, altrimenti, nella vita normale non si vede perché c’è quella luce diretta che ci abbaglia e ci fa vedere una cosa per un’altra: è il sogno che è rivelatore, il sogno che ci fa scoprire qualcosa che non avevamo ancora scoperto, che ci fa vedere quello che in parte ci era rimasto coperto, o del tutto coperto. In questo senso, naturalmente, il discorso andrebbe riaperto per mettersi a parlare della valenza dei sogni nelle poesie di Roberta. Ma questo lo rimanderemo alla prossima occasione, però come non sottolineare un aspetto in fondo tipico del sogno da che mondo è mondo.

Gli uomini sono nati sognatori, l’uomo primitivo, l’uomo proprio arcaico era già sognatore, noi viviamo nel malinteso che l’uomo primitivo fosse senza sentimenti, senza emozioni, che non pensasse niente, che non provasse niente, abbiamo l’idea che l’uomo nasca concreto e poi diventi astratto. Invece non è vero, l’uomo nasce già astratto: è un’astrattista, è un sognatore, il sogno è una dimensione fondamentale e formidabile. Nello spazio, appunto, di quei simboli che poi fanno l’ossatura, oltre che la sostanza, della poesia. Il sogno è tante cose, come sappiamo ormai, visto che sul sogno si sono cimentati in tanti. Prima ancora di arrivare a Freud c’è già tutta una grande, enorme letteratura che riguarda il sogno e tra le caratteristiche del sogno c’è indubbiamente anche, come dire, quella parte, tra virgolette, profetica, nel senso cioè di preveggenza o di previdenza che è interessante e con cui voglio chiudere leggendovi, brevissimamente, qualche verso di una poesia di Roberta che s’intitola Il sogno della neve, che rispetto alla presentazione di stasera con tutto quello che ci è accaduto di contorno è interessante. Fate caso all’endecasillabo: Le ombre della notte sono pigre, / tredici dicembre, il giorno breve. / La luce che bisbiglia con pudore, / Lucia che sogna il sogno della neve. / I fiocchi sono lenti una carezza, / un rito di farfalla dorme il muschio. / La neve quando sogna è desiderio.

Mi fermo qui.

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