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La luna e gli spazzacamini
di una ragazza sognatrice

Presentazione del libro di Roberta Degl'Innocenti
Firenze, 27 ottobre 2007, Palagio di Parte Guelfa

Leggere Roberta Degl’Innocenti è sempre un piacere per me, e altrettanto un piacere presentarla, perché è una di quelle rare eccezioni nel mondo di chi scrive, eccezione in questo senso perché c’è questa coincidenza straordinaria tra, come dire, la sua umanità, la sua disponibilità, la sua generosità, quello che lei è nella vita di tutti i giorni e le qualità della sua scrittura, magari può sembrare paradossale ma difficilmente c’è questa coincidenza, chi conosce il mondo degli scrittori sa che spesso buone qualità di scrittura si abbinano a pessime qualità di carattere e, nel caso particolare, poi, Roberta, in qualche maniera, si è autodefinita bene proprio nella breve introduzione che ha scritto a questo libro, riferendosi a se stessa come alla ragazza sognatrice, questa dimensione della ragazza, fra virgolette sognatrice, è una dimensione che corrisponde all’esperienza che hanno di lei anche gli altri, per esempio a me è sempre piaciuta questa natura di ragazza sognatrice. La conoscevo come narratrice, la conoscevo come poeta ma sospettavo, anche se non gliel’ho mai detto, che ci fosse anche in lei un filo che portasse alla dimensione della fiaba e questo filo poi è emerso da questo gomitolo che è Roberta. Lei stessa dichiara, nella breve nota introduttiva, che il suo pasto preferito per molti anni della sua infanzia, e non solo infanzia, il suo libro preferito erano l’enciclopedia delle fiabe. A lei come ad altri è accaduta la stessa cosa. Per quello che mi riguarda, devo dire, che anche io sono stato un appassionato lettore delle fiabe: io non leggevo l’enciclopedia delle fiabe come lei, ma leggevo il tesoro delle fiabe ed era come l’enciclopedia delle fIabe: un insieme di volumi che, in una certa maniera, non finivano mai perché anche quando finivano si ricominciava da capo. Ecco spesso capita, anzi direi che sempre capita a chi è poi la persona che lo scrive, di incominciare il percorso proprio attraverso i volumoni delle fiabe, che sono poi, in qualche maniera, un punto di arrivo, perché ci sono prima le fiabe che qualcuno racconta, quando non si è ancora in grado di leggere. Qualcuno che, per fortuna, ci racconta delle storie che si chiamino fiabe o altro… diciamo che è un punto di partenza comune a moltissimi scrittori… c’è, però, forse un bivio per cui poi si prendono due strade diverse: ci sono quelli che le hanno lette e certo non se ne dimenticano ma poi non ci tornano più sopra, e meno che mai scrivendole, e ci sono, invece, quelli che hanno un appuntamento con questa occasione nello scrivere in prima persona la fiaba. Qualcuno ha, come dire, cercato di spiegare questo fatto o quella che voi sicuramente conoscete e che viene chiamata la sindrome di Peter Pan. C’è qualcuno che, evidentemente, non è che si rifiuti di crescere, o per meglio dire, si rifiuti di perdere la sua parte infantile, ma che, in ogni caso, non ci rinuncia. E’ vero che più in generale, e particolarmente fra i poeti, questa è una direzione comunque costante e ricorrente, non per niente sapete che poeti importanti italiani e stranieri hanno addirittura teorizzato quello che poi un nostro grande poeta, Pascoli, ha chiamato il fanciullino, questo fanciullino che sopravvive dentro alcuni di noi, che, appunto, poi cresce senza affatto rinunciare alla propria parte infantile, che fa convivere queste doppie anime come guida che trascina nella propria esperienza, più in generale la vita, ma in particolare la scrittura. Nell’esperienza di Roberta convivono queste due anime: l’anima appunto della ragazza sognatrice, come si è autodefinita lei, e l’anima diciamo della donna adulta, matura, che riflette, che s’illumina, che è capace di illuminarsi perché non si limita solo a riflettere, ma in questa riflessione fa affidamento a quel fanciullino che continua ad operare dentro di lei, così, nella sua esperienza anche di questo libro le due anime convivono e, inevitabilmente, la scrittrice delle fiabe può essere anche la scrittrice tout-court, cioè la scrittrice di racconti, di romanzi o di poesie. Il filo della poesia e il filo della fiaba in questo libro s’intrecciano in una tramatura finissima e vorrei dire sono l’esuberante virtù di queste pagine. Quando Roberta mi ha mandato in lettura lo scritto, ormai stampato dalla memoria del computer, queste fiabe, appunto, credendo che sarei rimasto sorpreso da questo invio, intanto non ero rimasto affatto sorpreso, ma sono rimasto sorpreso da questa esuberanza, esuberanza di scrittura, ma naturalmente un’esuberanza di creatività, di inventività, questa dimensione che poi ho cercato di spiegare nella prefazione che ho scritto al libro. Ma, naturalmente, questa sera non vi dirò le cose che ho scritto nella prefazione: per me è impossibile ripetere quello che ho già fatto e ho già scritto: chi vorrà lo leggerà naturalmente dopo aver letto il libro, come è giusto fare con le prefazioni, si mettono all’inizio del libro perché si leggano, se si vuole, alla fine, dopo aver letto il libro. Niente… stasera, invece, brevemente, vi darò conto di qualche altra considerazione perché naturalmente come ogni libro degno di questo none, un libro di qualità si presta a molte letture.

Forse a ciascuno di voi è capitata l’esperienza di rileggere un libro interessante e di cogliere ulteriori sfumature, altre cose rispetto a quelle che avevate colto nella prima lettura. Tutti i libri che contano più si leggono e più ci rivelano delle profondità che andiamo conquistando poco alla volta.

Venendo qui, questa mattina in treno, ho riletto tutto il libro ed ho preso una serie di appunti ma su un versante particolare: del quale, appunto, vi parlo questa sera.

Questo libro già lo avevo sentito fortemente unitario e lo avevo sentito anche fortemente da scrittore: non pensiate che scrivere sia necessariamente essere scrittore, noi leggiamo tante cose scritte e non da scrittori, c’é una bella differenza tra lo scrittore e colui che scrive: è quella differenza che ci porta poi a rileggere continuamente ciò che è, appunto, da scrittore. In questa rilettura mi ha colpito questa unitarietà, giocata sull’elemento fondamentale che ho definito la contrapposizione. E’ vero che la contrapposizione è comunque da sempre, più in generale, una delle figure retoriche della scrittura ed in particolare della narrativa, in particolare poi della fiaba, ma qui mi ha colpito fortissimamente perché questa contrapposizione si gioca a due livelli o forse a più di due livelli: intanto vi segnalo il primo livello di questa contrapposizione che è il confronto fra i due opposti: per esempio bianco nero, chiaro scuro.

Da questo punto di vista la fiaba poi che dà il titolo al libro: La luna e gli spazzacamini è, per eccellenza, il punto di riferimento: questa posizione di opposti luce buio che rientra, poi, in tutto quello spazio delle ricerche della conoscenza che ci riguarda già nella quotidianità: fin da quando veniamo alla luce, bella espressione della lingua italiana: veniamo alla luce perché proveniamo dal buio; in realtà non proprio dal buio perché la pancia di nostra madre è, comunque, in una semioscurità; però, certo, per crescere, bisogna fare quel percorso che, dalla caverna, ci porterà poi a vedere la luce.

La luna e gli spazzacamini: la luna come segno del chiaro, del bianco, della luce. Lo spazzacamino evidentemente ricoperto di fuliggine: metafora nella metafora. Attenzione ma la fuliggine è qualcosa che può scomparire e infatti la luce poco alla volta libererà dalla fuliggine lo spazzacamino, anzi gli spazzacamini, perché in realtà sono due, come leggerete.

Leggo due brevissimi passaggi:

“Di notte la luce illumina i tetti delle case e anche quando la velano le lacrime, oppure rassomiglia a una fetta d’anguria, rimane sempre un poco sbruffona: è una delle sue tante facce. Si sa, la luna è così, deve meritare non sua fama, non credi?”

Poco più giù:

“Pit Put, (lo spazzacamino) ha gli occhi scuri, praticamente neri, ne è molto contento, perché quando la notte lo raggiunge, insieme alla fuliggine dei camini, nessuno può distinguerlo e lui si può dissolvere nel buio o pensare di non esistere neppure.”

Rispetto al contrasto luce buio, io ho letto questi due brevissimi brani, anche per sottolineare l’interpretazione e, nello stesso tempo, perché poi la scrittura è qui, sta qui, nell’interpretazione: ciò che si dice si sa, conta poco o niente, ma è il come si dice che fa ciò che si dice.

Altro confronto tra due opposti è tra buono o cattivo, sia pure sempre in forma problematica, lo avete sentito proprio nell’inizio della fiaba di Margie e Fosforina dalla voce dell’autrice: da sempre le fate si sono divise in due categorie: le fate buone e quelle cattive.. però, in realtà, le cose non stanno così come sembra, proprio perché, appunto, la fiaba dal tempo dei tempi aveva capito che qualsiasi manicheismo è sbagliato perché non è vero che il buono sta tutto da una parte e il cattivo tutto dall’altra, sono le fiabe che ci hanno insegnato che esistono varie sfumature sia del buono che del cattivo e in questa favola, per l’appunto, noi vediamo le due fate pasticcione alle prese con l’esercizio di quelle virtù, che potranno affermarsi in una chiave oppure nell’altra, nel bene come nel male ma non necessariamente solo nel male, anche se sono pasticcione, ma ci sono tantissimi altri esempi, potrei citare Freddy la zanzara distratta dove l’opposizione di buono e cattivo è in una forma sempre problematica, relativamente già alla presenza, nel nostro stesso immaginario, della zanzara che per noi solo a nominarla è un elemento negativo, quindi all’insegna del male piuttosto che del bene, ma proprio qui, paradossalmente, scopriamo in questa favola che non è così: perché bisogna distinguere anche dentro l’esperienza e la vita di una zanzara.

Questo era il secondo confronto fra i due opposti ma passiamo però al terzo: verità, non verità, realtà, fantasia, anche questo è interessante, è interessante perché fa parte della dinamica stessa della fiaba da sempre, perché la fiaba è qualcosa che evidentemente gioca con l’immaginazione, però, per parlarci della realtà e quindi usa quello che noi, erroneamente, definiamo non vero per pronunciare la verità. Già, d’altra parte, nella tradizione sapienziale questa è una scoperta fondamentale che, purtroppo, facciamo sempre molto tardi, cioè che c’è bisogno di tante cose non vere, o immaginate, per dare pronuncia alla verità, non è affatto il contrario, non è che riempiendoci la bocca, appunto, di vero e verità facciamo esperienza sul serio della verità. Ebbene qui ci sono vari esempi, mi limito a citare La pescatrice di conchiglie perché lì si cita proprio direttamente questo tema, questo problema, proprio in piena pagina, l’autrice stessa che ne parla dice ad un certo punto:

“Il gioco delle conchiglie, però, è divertente e - se mi permettete - non si tratta neppure di un gioco perché tutto quello che racconto è una storia vera.”

e poi prosegue

“E’ molto semplice basta leggere, e soprattutto ascoltare.

Sssssssss…. tante storie diventano vere, mentre il brusio delle conchiglie sovrasta il silenzio.”

Poi potrei citare Bombolo, il pesce del computer che, allo stesso modo, ponendosi di fronte al video, ragiona rispetto a questa presenza che vive dentro lo schermo del computer. Ma che cos’è quel pesce? E’ vero o non è vero, certo che è vero Bombolo, ed è vera anche la sua solitudine, quindi è giusto trovargli compagnia.

Allora questo è un altro confronto fra i due opposti, ripeto è molto importante perché la fiaba, la favola usano la finzione per poter dar voce alla verità. Lo scrittore sa per istinto e per talento che solo la finzione riesce a pronunciare la verità. In questo senso, a maggior ragione, questo confronto fra vero non vero mi sembrava interessante, non solo da annotare per mio interesse, ma da riferire a voi come stimolo.

Ma passiamo all’altro confronto fra i due opposti, che poi non è tanto distante da quello che ho appena toccato, e che è il confronto fra silenzio voce, o silenzio non silenzio, anche questo molto problematico perché, appunto, è poi vero che il silenzio parla meno del non silenzio? E’ poi vero che il silenzio parla meno di una voce? O non è vero che il silenzio è una voce così importante, e proprio perché è così importante è silenziosa, ma dice tante più cose della voce che invece urla e grida, e qui potrei fare vari esempi. Mi limito però ad uno che è quello di Perla, un personaggio straordinario, quando leggerete la fiaba ve ne renderete conto, ma quello che mi preme ricordare di Perla è una breve notazione, quella appunto dell’autrice che dice, rapidissimamente, presentando il suo personaggio, tanto più significativa perché appena allusa, appena toccata.

Tutto ciò che conta si accenna, tutto ciò su cui si insiste non conta niente. Questa è un’esperienza di tutti noi, a maggior ragione degli scrittori…

Ma veniamo a Perla:

“Perla crescendo ha imparato a riconoscere la voce dell’erba.”

Questo ci dice l’Autrice per la protagonista della sua fiaba.

Non è finito il confronto fra gli opposti: eccone un altro: grasso e magro. Da questo punto di vista il personaggio per eccellenza, proprio quello da citare, è Gnam Gnam il folletto grasso, che costituisce una grande eccezione fra i folletti: si tratta di una rarità perché il folletto, proprio per sua natura e per il nome che lo chiama, è qualcosa di volatile, di mobile, di saltellante che ha ben poco a che fare con il grasso.

Gnam Gnam è un personaggio molto interessante e anche la storia emblematica che lo riguarda. Da questo punto di vista ancora una volta viene fuori la ragazza sognatrice come si è autodefinita Roberta: il fatto che ricordo, come si legge dalla nota, poi lei me lo aveva detto anche a viva voce: forse la sua favola preferita è Il brutto anatroccolo. Da bambina piangeva sempre per il brutto anatroccolo, ma va benissimo!!! Devo confessare che anche io ho pianto. In genere, per fortuna, almeno da piccoli, anche i bambini maschi piangono leggendo certe storie poi, chissà perché, forse per una cattiva abitudine dell’educazione, viene loro insegnato che piangere non è da maschi: è il principio della fine, allora cominciano a controllarsi e perdono la capacità di emozionarsi e quindi, senza rendersene conto, si autocontrollano troppo finendo per essere troppo cerebrali e la cerebralità ha tanto bisogno, invece, di questo flusso che è la lacrima, il pianto.

Piangere è una cosa straordinaria come non solo la fiaba in qualche maniera ci testimonia, in più occasioni persino Freud insiste, ad esempio, su questa verità assoluta e come certi traumi soprattutto al maschile, più che al femminile, impediscano di piangere e impedendo di piangere ci fanno ammalare, ci condizionano, ci rendono aridi, ci fanno essere meno felici. Allora, certo il brutto anatroccolo fa sì piangere, ma fa piangere in una maniera particolare perché tanto più era brutto tanto più diventa bello, è chiaro che siamo nella fiaba, ci troviamo, quindi, nel gioco degli opposti e in quella legge fisica naturale per la quale ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, per cui è giusto che da tanto brutto sia diventato, o diventi, tanto bello; ma è un fatto che, in maniera molto più problematica, invece, Roberta ci testimonia nella storia di Gnam Gnam, la cui solitudine o la cui infelicità, ma io non vi rivelo niente, sono destinate, invece, ad un clamoroso risvolto positivo.

Ancora stiamo dentro il confronto degli opposti: abbiamo detto grasso magro, possiamo aggiungere peso leggerezza perché è una variante, perché non è detto che uno sia grasso, però pesa, e per cui in qualche maniera è senza leggerezza e in ogni fiaba di ogni epoca e paese c’è anche questo confronto, ricordavamo prima Peter Pan e i suoi amici. Come avrebbero fatto senza la polverina che improvvisamente fa perdere peso? Come avrebbero fatto a volare? Nel libro abbiamo un personaggio straordinario: un orso che in qualche maniera è vittima di se stesso: la goffaggine degli orsi. Ma è mai possibile che gli orsi debbano per forza essere goffi: è colpa del loro peso? La loro corporatura che rende loro difficile essere leggiadri… ebbene anche qui la fiaba ci viene in aiuto, svolge il suo compito che è quello di giocare con il simbolo e quindi in qualche maniera di ribaltare la situazione: non è poi così difficile, c’è la polverina magica che nel caso è particolare: diviene come una musica, quella musica che poi consentirà a Bruno di fare il suo giro di valzer.

Ecco allora potrei andare avanti con una serie di confronti fra gli opposti ma non basta: questo è il primo livello, ma esiste un secondo livello, che è poi quello che ci riporta di nuovo allo scrittore e alla scrittura, ed è la giusta posizione ogni volta di due registri al confronto: per esempio all’interno di ogni fiaba, come è in fondo naturale, esiste la descrizione dialogo, ma qui si va oltre la descrizione dialogo: c’è la giusta posizione del corsivo e il tondo, perché il corsivo serve ad indicare la parte interlocutoria, che è a filo diretto con il lettore, mentre il tondo è la parte narrativa vera e propria dove trova sviluppo la storia che si sta raccontando. Non basta: un’altra giusta posizione dei registri è il livello tra il maiuscoletto e il carattere normale, perché il maiuscoletto ha evidentemente una funzione diversa, amplificata rispetto al carattere normale. Contiene per esempio gli affondi lirici, contiene certe invocazioni, oppure certe richieste, così come contiene certe parole particolari come vi dirò fra un attimo, dove il filo della poesia si lega a quello della narrazione.

Tenete conto che leggo soltanto i maiuscoletti:

LUNA DORMIENTE, LUNA INTELLIGENTE, LUNA SORRIDENTE, LUNA PIANGENTE…

(ecc. lettura di alcuni passi…)

Tipica della poesia, tenete conto, come ho detto prima, che io vi ho letto solo i maiuscoletti, saltando i normali che c’erano in mezzo.

Affondi lirici, certe invocazioni, richieste, cioè domande ossessive e poi certe parole importantissime, dentro questo libro, e come più in generale dentro le fiabe.

Quelle che io chiamerei per eccellenza le parole magiche, contenute in ogni fiaba che meriti questo nome, che sono quelle parole fondamentali che sembrano essere, invece, le meno importanti, ma vale sempre la legge inversamente proporzionale: più la parola è meno importante e più è importante. Sono quelle parole delle quali ne avete sentita una nella lettura di Anna prima: quel TOC TOC TOC oppoure, FRISC FRISC FRISC oppure ZzZ zZZ ZZz e tante altre ancora, parole magiche perché la fiaba ci testimonia, come ci raccontano i linguisti, che si tratta di una specie di repertorio ove ci sono registrate le cosiddette parole magiche, perché l’uomo ha elaborato il linguaggio da mago e le favole ci raccontano questa storia in maniera semplice e nello stesso tempo paradigmatica: basta pronunciare quella certa parola e si ottiene tutto ciò che vogliamo, ad esempio abracadabra, bibidibobidibu, eccetera. Come nascono le parole magiche? Le parole magiche nell’esperienza, proprio reale, vera, io sto parlando da linguista degli uomini nascono come replica di ritmica del . L’uomo primitivo, quando ancora non sa parlare, comincia a parlare da mago, come trascrizione onomatopeica di rumori fondamentali in una ottica e in una chiave musicale. Tutto questo libro è intessuto di parole magiche, fondamentali, che sembrano meno importanti, ma che sono fra le più importanti, perché è sempre attraverso la musica che passa, come dire, la soluzione vincente e così, poi, nell’esperienza della scrittura che è tanto significativa quanto più è in una chiave musicale e non c’è scrittore che non sia musicista e Roberta è una musicista e quindi queste sono partiture, sono partiture musicali e queste parole dalla valenza onomatopeica sono molto importanti. Queste sono curiosità, osservazioni che vi volevo proporre per stimolarvi alla lettura di un qualcosa che è decisamente molto più complesso e stratificato di quanto non appaia e del resto le fiabe per quanto ci possano sembrare semplici o, fra virgolette facili, tanto è vero che sono il genere proposto ai più piccoli, ma, dice la tradizione sapienziale, sono le cose più complesse che hanno una stratificazione che pesca nel fondo più fondo di noi stessi, perché attraverso soluzioni apparentemente elementari ci trasmettono una realtà complicata. Del resto quanto più la realtà è complicata, tanto più deve essere elementare l’espressione che la significa.

Questo lo sa bene anche il poeta e Roberta da poeta lo sa e più in generale da scrittrice che non ama distinguere fra i generi. A distinguere fra i generi lo sono soltanto gli editori e vorremmo che questa distinzione finisse una volta per tutte. Chi scrive pratica la mescolanza, il mischiaggio. Perché voler distinguere la poesia, il racconto, la riflessione…

La fiaba è da sempre questo tipo di genere misto in cui si praticano tutti i generi possibili: la commedia, l’aforisma, compreso l’aneddoto, il teatro, naturalmente.

Da questo punto di vista un libro di fiabe non è affatto vero che sia per i più piccoli, ma anche per i più grandi, e lei lo ha scritto anche in copertina, grazie Roberta…

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