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Prefazione a
L'occhio dei poeti
di Patrizia Fazzi

la Scheda del libro

Paolo Ruffilli

Tra illuminazione e racconto civile

L’esperienza di Patrizia Fazzi si muove tra illuminazione e racconto, cioè tra l’immagine puntiforme e balenante e l’immagine invece distesa, più panoramica. Il rispecchiamento del reale e la riflessione sul reale si mescolano e si fondono in qualcosa di originale che può essere avvicinato al flusso di coscienza: con le sue continuità e le sue pause, con le sue distensioni e le sue contrazioni, con le sue linearità e le sue istantaneità. Potrebbe valere per questa poesia la metafora che l’autrice stessa usa in uno dei testi a proposito dell’arte scultorea di Mariano Bianca: ”La forza dei demoni e degli angeli, | la silenziosa costanza del pensiero, | la gravitas solenne e incorruttibile | della materia amata e riplasmata | come una viscera venata, | pietrificata per farsi storia, domanda...” e, aggiungendo la grazia che c’è dentro l’ossimoro di “Nella calma tempesta del mattino”, tali citazioni sarebbero un ottimo commento a questo libro.La disposizione al racconto della poesia di Patrizia Fazzi, già emersa in opere precedenti, si segna in un continuum ritmico-sintattico dentro la più ampia partitura musicale della sua poesia. Un racconto, si intende, esistenziale: non semplicemente, insomma, una storia assunta di volta in volta dall’esterno, ma una storia mentale, fatta germogliare dentro di sé. Quel racconto il cui filo ha l’andamento della memoria e, insieme, l’intermittenza dell’inconscio. Perché la parola, che muove secondo un ordito preciso, finisce col portarsi dietro altre parole. Conducendo, ma anche abbandonandosi ad un flusso che è lo scorrere di una serie di accensioni del profondo che danno incandescenza lirica al racconto. Dentro un percorso, comunque, misurato dalla ragione che guida la parola dalla sua soggettività espressiva a un’oggettivazione di discorso universale in una chiave“civile”.

Di un vero e proprio impegno superiore, pur nella continuità del percorso iniziato in “Dal fondo dei fati” (2005), occorre parlare a proposito di questa raccolta di Patrizia Fazzi che, non per caso, assume come sue proprie le tematiche ‘civili’ che rientrano nell’ambito della storia - la storia di questa nostra Italia sofferente ma ricca di grandi tesori, a cui va anche lo scintillante omaggio finale “È un mosaico l’Italia”, a degna chiusura e cornice di questo libro straordinario - e che riguardano in vario modo i drammi di una morte giovanile, eventi catastrofici come lo tsunami e il terremoto in Irpinia e a L’Aquila, le situazioni sociali come quella della solitudine dei single o quella dei “giovani del sabato sera”.

Valenza civile hanno anche le poesie dedicate ai centri storici, piccoli e grandi, nel loro complesso storico-architettonico, come Arezzo, Lucca, Lucignano, o a singole opere d’arte, sia dell’architettura, come la splendida Pieve della sua città, “paradigma di kosmos”, sia della pittura, nel riferimento magari ai quadri di Antonello da Messina, Giorgione fino ai recenti Lorenzo Viani e Walter Valentini: le une e gli altri (le opere d’arte e i centri storici) nella “sacralità dell’arte” come occasione di stimolo esemplare alla crescita personale, quasi una bussola di orientamento verso le qualità alte e superiori, come già emerso nella silloge “La conchiglia dell’essere” dedicata nel 2007 a Piero della Francesca. E valenza civile hanno le poesie dedicate alle personalità eccezionali del passato prossimo o lontano (per esempio, Mario Luzi o, anche in ambito diversissimo, Marco Pantani) rappresentate attraverso “la pelle della memoria” e fatte assurgere nell’assolutezza della poesia a segnali di riferimento e di esempio.

La chiave di lettura della poesia di Patrizia Fazzi è la continuità, è la distensione, è il percorso di una voce che insegue, mentre la vive con intensità, una definizione della vita (“l’inesausta ricerca”, il “nostro cercare il vero, | il buono, | il bello”), con il riconoscimento dei valori che danno senso alla vita (“quel filo di fiato | che da senso al creato”) e che fanno sì che valga la pena viverla (“La vita ha un suo soffio gentile | anche quando graffia, | squarta la carne del cuore”). Quella vita che in mille rivoli e frammenti continuamente scivola via (“si sfaglia la vita”, “è un’onda nel buio”, “una fiamma | una vampa”), graffia, scortica, scorre inafferrabile eppure tenuta, provata, sentita in tutta la sua ricchezza e forza.

La storia di questi momenti di vita, riconsiderati a metà tra la memoria e la loro consistenza di realtà: ecco un’altra caratteristica della poesia di Patrizia Fazzi. Qualcosa di molto particolare e originale: l’oggetto che, nel flusso mentale, vive anche per una sua interna consistenza, per una sua fisicità che vince il tempo e il moto. È l’ingresso del fisiologico nell’immaginario. Quel fisiologico che sempre più si fa ossatura del filo onirico, riconquistando il simbolo alla sua consistenza fisica, materica. In una poesia che gonfia e palpita di un’ansia della vita a cui niente può opporre argini di distacco e di presa di distanza:“Ritmi, danze, scintille, datemi da bere, | canzoni da indossare e versi, versi ancora, | parole create mescolate inventate… | ho copioni interi dentro me, | sceneggiature pronte eppur sepolte… | torturatemi pure, | parlerò”. In una considerazione aperta e serena, “tra cielo e terra”, all’insegna del “cielo di maggio”, per dirla con una delicatissima poesia dell’autrice, nel segno della tenera misura.

Si deve parlare di una compromissione con la vita, nel più assoluto rispetto di ciò che conta davvero, nella piena maturità umana ed espressiva di Patrizia Fazzi. Quell’idea della poesia come “grazia di un sorriso” e del poeta, nella definizione pascoliana come l’ape che trasforma il polline che aspira in miele, si è radicalizzata, partendo dal primo programmatico libro “Ci vestiremo di versi” (2000), nell’esperienza totalizzante di chi si ritrova “ammalata di poesia”. E la poesia è l’espressione della vita: quando la vita ti tocca, prende forma la parola che le dà voce: “Ut litterae vita”. Ormai qui il poeta compare e scompare nei suoi testi, in una messa a fuoco puntuale e in un equilibrio perfetto: riesce a rivelarci ciò che altrimenti resterebbe nascosto. Tutto ciò che solo “l’occhio dei poeti” è in grado di vedere: “l’occhio dei poeti vede nel buio | non si perde | l’occhio dei poeti sa la direzione… | …inarrestabile vento”. “Chi salverà la musica? e la bellezza ? e l’amore?” chi, se non la poesia. “Chi salverà la speranza, | l’armonia, l’essere dell’essere, | … chi salverà dal perdersi nel caos, | chi salverà il kosmos?” Al poeta si affida con convinzione un compito non solo importante, ma addirittura fondamentale e decisivo.

C’è una condizione psicologica di confronto consapevole con il vuoto che assedia gli uomini, “vitanauti senza volante | né patente”, e che sottrae credibilità alle fedi; condizione psicologica che in queste pagine “contro il dubbio di Amleto” si esprime come capacità di restituire alle funzioni verbali la razionalità, altrimenti nella vita insidiata e smarrita. Senza, con questo, inibire alla parola le virtù liriche, evocative, fantastiche; anzi, concentrandole e come allineandole alla retta obliqua che attraversa da una parte all’altra la propria personale esperienza di vita. Ecco come Patrizia Fazzi ricompone la consistenza materiale e insieme il valore autentico delle cose e degli oggetti contro lo spettro del vuoto attraverso la poesia. Quella poesia, “goccia universale”, a ragione invocata: “Avanti, mia prode poesia! | … Splenderai sul letame, sull’indifferenza ignota ed ignara, | sarai un risveglio d’amore, una coccola tanto agognata, | poesia, poesia, poesia.” Fino al programma ironicamente convinto e proclamato: “Voglio gridare la poesia come una canzone, | sarò un’urlatrice, | una pop star del verso.” Perché la poesia è in grado di trovare la soluzione impensabile: “Sfogliare poesie | come un quaderno | per riordinare gli appunti, | mettere in fila le idee, | delineare uno schema | e trovare forse la frase | che dia un titolo a tutto.”

La raccolta, accuratamente strutturata in otto sezioni, delinea un percorso che, toccando vari momenti di un unico ‘sguardo’, ha una circolarità tra prima e ultima sezione, legate al tema a lei caro della forte valenza della parola poetica. La compattezza e insieme un’innata tendenza all’intarsio finissimo caratterizzano questa scrittura, nella quale un andamento verbale misuratissimo - contraddistinto però anche da originali neologismi (“vitanauti”, “singletudine”...), mixage inconsueti (“espresso-espressione”, “bandiera-barriera”...), sapienti impasti linguistici - conserva una melodia profonda (“aria che vola” verrebbe da definirla con un verso dell’autrice, rispetto all’”ansia di essere volo” di cui parla in un’altra poesia), raggiungendo una sua piena maturità di accordi, nell’essenziale economia dei circuiti e nella rapidità dei percorsi. E tutto questo la rende una poesia fruibile a tutti, ‘cantabile’ quasi, pronta ad ‘andare in scena’. C’è, nella poesia di Patrizia Fazzi, una tenerezza espressa con eleganza di strutture, padronanza estrosa degli strumenti stilistici, delicatezza di modi e di toni, flessibilità melodica, leggerezza e insieme forza incisiva di immagini sempre nuove, che sgorgano dal “laboratorio delle (sue) parole”.

Una fucina di versi da cui però, altra caratteristica originale e di merito, tutto ci arriva come attraverso un vetro; dunque, non in cedimenti formali, ma in una purezza cristallina che ha già fissato, nel coinvolgimento emozionale, quel distacco minimo dal sentimento delle cose che consente di rappresentarle al meglio.

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